venerdì 22 settembre 2017

Il barone senza baciamano

Il barone senza baciamano
Trovare testimonianze sul luogo di nascita e su vicende delle quali ci si è a lungo interessati suscita sempre una certa commozione. Specialmente quando tali testimonianze, date mentre i fatti stanno accadendo, esprimono gli stessi giudizi ai quali si è faticosamente giunti di persona decenni dopo.
In questo articolo del giornale torinese “La Stampa”, frutto di un’inchiesta sul campo di un grande giornalista liberale, si spiega perché i nostri nonni, dopo la caduta del fascismo, si “fecero socialisti”. Lo diventarono, ancora più che per motivi economici, per non dover più fare il baciamano al barone Berlingieri. A lui in persona e ai tanti, più piccoli e meschini personaggi che dominavano la vita dei nostri paesi in quegli anni. Dall’autunno del 1943 ai primi anni cinquanta – vale a dire, non mi stancherò di ripetere, per un tempo molto più lungo delle più celebrate e studiate lotte operaie – affrontarono sacrifici, carcere e discriminazioni che arrivavano a negare loro persino i sacramenti per conquistare, prima di ogni altra cosa, la dignità personale.
Infatti i principi proclamati dall’articolo tre della nostra Costituzione – Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. – erano resi impraticabili dalla sudditanza culturale e psicologica derivante dai bisogni materiali e furono realmente conquistati solo grazie all’azione avviata nelle campagne dal Partito Comunista Italiano.
Questo fu il grande e innegabile merito dei comunisti, la promozione dei “cafoni” a cittadini e la loro immissione nella vita politica del paese. Tale azione fu contrastata, e in parte vanificata, dalla Democrazia Cristiana che cercò di rifeudalizzare il Sud spacciando l’assegnazione delle terre espropriate dall’Ente Riforma come un beneficio che veniva non dallo Stato, ma dal partito di maggioranza.
A ciò si riferisce esplicitamente l’articolista quando invita il partito al governo a imitare i comunisti nell’educare i contadini ai diritti di cittadinanza, nel far rispettare insieme alle paghe la dignità delle persone, invece di rivolgersi loro “in forma paternalistica, paramilitare o ricattatoria”.
Emanuelli si propone come consigliere e amico del partito di maggioranza indicando ottimisticamente nell’organizzazione dei contadini la via della rinascita del Sud e dell’intero paese. I suoi consigli non saranno seguiti poiché i governi democristiani continueranno a governare il sud con il bastone della repressione e la carota del clientelismo. Ma soprattutto a Emanuelli sfugge il fatto che, di lì a qualche anno, dopo che nel paese si saranno rimarginate le più gravi ferite della guerra, con il boom economico le sirene delle fabbriche del Nord eserciteranno sui contadini meridionali un’attrazione irresistibile e, in cerca di un’altra vita, volteranno le spalle al “quadro di patriarcale vita antica e semplice”.
Ecco di seguito l’articolo in questione.

Il barone senza baciamano
INCHIESTA SULL’ITALIA MERIDIONALE

L’Ente di Riforma in un paio d’anni ha espropriato in Puglia Lucania Molise 180.560 ettari, ne ha assegnati poco più di 100.000 • Scena patriarcale e significativa a Montescaglioso – A “scorporo,, avvenuto si è accresciuto il senso della dignità personale “Una volta i ricchi dicevano: – Perchè ti fai socialista? non ti immischiare con la feccia. Ma queste parole oggi non hanno più efficacia” • Presenza e progressi del partito comunista – Declino della fortuna di Lauro
(Dal nostro inviato speciale)

Da Matera la strada scende in una vallata, passa davanti alle Pianelle, che è località dove si vede un esempio di quel che fa l’Ente di Riforma, poi passa di fronte alla stazione ferroviaria di Montescaglioso. Ma il paese che ha questo nome è lontano quattro o cinque chilometri, è in alto, proprio sulla cima d’una collina. Alle prime case c’è una piazza: vi arrivammo verso le sei di sera. In mezzo vidi una colonna con sopra una piccola statua: è San Rocco ed una lapide, messa nel 1907, dice che cinquant’anni prima il santo aveva « fermato il flagello che devastava gli uomini e le case». Domandammo a caso, ad un tale, se sapeva dirci di quale flagello si trattava. Rispose che non sapeva. Venne in soccorso un altro tipo e spiegò che era la peste. Soddisfatta la nostra curiosità, sì permise pure lui una domanda, dicendoci: « Siete della prefettura? ».
Queste parole, più di ogni altra cosa, mi dettero subito il senso dell’isolamento in cui giace Montescaglioso, dove due forestieri (ero con un amico di Bari) fanno senz’altro pensare a funzionari che vi arrivino per ragioni d’ufficio, quasi non ci potessero essere altre ragioni per un simile viaggio. Da quella piazza comincia una larga strada, che attraversa l’intero paese e, piegando un poco a destra, conduce ad un’altra piazza dove un tempo sorgeva un convento di monaci benedettini. Quei religiosi sapevano costruire ed infatti il chiostro ancora oggi rivela armonia ed eleganza. Ma oggi il sindaco vi ha messo i propri uffici, l’esattoria (che la settimana scorsa tentarono di svaligiare), le scuole elementari, il cinema: lo schermo è un telone sporco, nella sala ci sono panche di legno e chi sa mai che cosa devono sembrare la Pampanini o la Monroe quando si mostrano anche qua.
Il sindaco ci accompagna. E’ un giovane col purillo in testa, i calzoni di taglio marinaresco, larghi sulle caviglie, e, come se non avesse altro da offrirci, ci guida ad una terrazza, dietro il convento, perchè sa che la veduta è di grande effetto. Eravamo a poche centinaia di metri d’altitudine, ma bastavano per permettere allo sguardo di correre su una distesa di campi e Ginosa biancheggiava di case sulla nostra destra e Miglionico appena si intravedeva sulla sinistra in mezzo a rosei vapori. Era il tramonto. Quella veduta e quell’ora sembravano mettere davanti agli occhi parecchie cose, abbastanza significative per capire quanto avviene in numerose zone dell’Italia meridionale. Dall’altura di Montescaglioso vedevo anche le case coloniche d’una località chiamata Pianelle, dove l’Ente di Riforma Fondiaria ha espropriato e poi suddiviso il terreno dandolo ai contadini assegnatari. Non mi abbandonerò troppo alle cifre e mi basterà dire che l’Ente Riforma, come in breve tutti lo designano, in poco più di due anni d’attività ha espropriato in Puglia, Lucania e Molise 180.560 ettari e sino ad oggi poco più di centomila sono stati assegnati a 15.289 famiglie. Simili cifre dicono poco a chi non si occupa direttamente del problema e d’altro canto lo specialista sa dove mettere le mani per trovare materiale preciso. D’altronde a me preme di più raccontare quel che una sera ho visto a Montescaglioso.
Messi alla prova
In quell’ora di crepuscolo, da numerosi viottoli e stradette, salivano verso il paese i contadini dopo la giornata di lavoro. A gruppi, e spesse volte a gruppi familiari, con gli attrezzi sulle spalle; in qualche caso c’era la compagnia d’un mulo, pure lui carico di zappe, badili e legna. Il quadro era solenne, di patriarcale vita antica e semplice, ma rispecchiava una situazione non risolta, né risolvibile con l’Ente di Riforma.
Oggi come oggi è impossibile dare un giudizio sulla attività di questo Ente. Funziona da due anni, la legge ne prevede la durata per altri dieci: allora tutti i contadini ai quali viene data la terra saranno “maturi” per progredire con mezzi propri ed in maniera indipendente. Adesso sono come dei vigilati, tranne pochi e rari casi; e fra dieci anni non si può dire che cosa sarà. I funzionari di questo Ente sono abbastanza abili nell’elogiare i “miracoli”, la parte positiva, e nel riconoscere i punti ancora negativi. Ma a mano a mano che ci si allontana dal centro, magari dall’enorme edificio di Bari, che ha l’aria d’essere burocraticamente pesante e ministeriale, e si chiacchiera con funzionari periferici, i modi cambiano: si è alle prese con persone che confondono la loro benemerita opera sociale con l’opera di propaganda per un partito politico.
Come un tempo i fascisti (che già avevano cominciato imprese del genere) dicevano: «a noi dovete tutto», così quel che si è realizzato oggi viene offerto come esclusivo vanto dei democristiani. I contadini beneficiati « da questa politica sotto il velo della religione», come mi disse uno di loro, mi hanno l’aria di persone organizzate militarmente: « Ed è necessario» afferma l’Ente, « per dare a loro la mentalità del proprietario». Di questi quarantamila contadini, i più sono “assegnatari”, essendo il loro contratto d’acquisto della terra non ancora perfezionato: sono quindi come messi alla prova ed in una specie di limbo. Pagheranno in trent’anni quei sei o sette ettari di terra, che in media hanno avuto, quando cioè saranno vecchi; e quella terra non potrà essere suddivisa tra i figli se non seguendo certe norme; ma intanto questi figli, nei trenta anni, si sposeranno ed avranno altri figli e non si sa quale avvenire ci possa essere per loro.
Ma non voglio mettermi su tale strada, che riguarda il futuro e resterò a conclusioni più immediate. L’azione dell’Ente di Riforma Fondiaria, forse al di là persino di quanto si ripromettevano gli ideatori, ha un significato morale di grande evidenza. Un pomeriggio, durante il colloquio con uno di questi «assegnatari », domandai se negli ultimi anni qualche cosa di nuovo era veramente accaduto nella sua vita. Credevo mi parlasse del pezzo di terra che gli avevano dato, seppure con tanti vincoli e tanta vigilanza. Invece mi rispose: « Sì» e mi indicava all’orizzonte un punto, verso Policoro, nell’agro metapontino, «sì, qualche cosa è accaduto. Da due anni non si fa più il baciamano al barone Berlingieri ». In una diversa occasione, ma pressappoco alla stessa domanda, la risposta fu: «i ricchi ci tenevano sottoposti e noi tranquilli stavamo. Poi mi sono fatto un’idea: l’odio tra noi e loro nacque perchè essi videro che non si aderiva più a quanto ci dicevano. Dicevano: perchè ti fai socialista? Tu sei una brava persona, non ti immischiare con la feccia, potresti trovarti male. Ma queste parole non hanno più efficacia».
Una grande rivoluzione
Quando dico che nell’Italia meridionale c’è una grande rivoluzione, che sfugge al resto degli italiani, e che forse uomini di governo non valutano nel giusto conto, penso proprio al nascere di tali nuovi sentimenti, di questa nuova possibilità di giudizio indipendente, all’affermarsi di una inedita dignità personale. Il via a tutto ciò è stato dato dalla presenza del partito comunista, ma anche ( e forse in modo più perentorio) dall’Ente di Riforma Fondiaria. Spiego la cosa in questo modo: l’azione d”Ente, d’esproprio o di scorporo che sia, ha sanzionato e reso evidente una situazione di egoismo terriero e di sfruttamento che si doveva ritenere superata dai tempi in cui viviamo. L’occupazione delle terre, come gesto di ribellione, fu condannato; ma nella mente del contadino quel gesto ha avuto con la riforma effettuata dalla legge la conferma che non era del tutto criminale. Chi guarda le statistiche vede che i partiti di sinistra dal I948 al 1953 hanno fatto progressi non indifferenti, e quello comunista ha assorbito molti voti socialisti o d’altre formazioni oggi scomparse tra quella prima e l’ultima andata alle urne. E’ cosa oramai risaputa che il sottoproletariato meridionale d’un tempo si è meglio qualificato, e più nelle campagne che nelle città, prendendo precisa fisionomia di proletariato. Da questa fonte campagnuola viene il nuovo apporto di voti, mentre per quella cittadina valgono ancora qualche mito e qualche seduzione di sfondo nazionalista. Ad ogni modo sbaglia chi crede che tale passo in avanti sia stato compiuto con la presenza di quei piccoli borghesi, di quei professionisti o intellettuali disoccupati, che formano un altro problema e persino, direi, una angosciosa caratteristica della vita meridionale. Per numerosi che siano non potrebbero rappresentare migliaia e migliaia di voti.
« Clientele » in ribasso.
In realtà le risorse dei leaders locali e le « clientele » sono in ribasso nella vita politica meridionale oppure queste ultime sussistono intorno a qualche Ente ed in casi personali che sempre più si riducono di numero: è un esempio il declino della fortuna di Lauro. E’ sciocco, ed inutile, dire che i comunisti sanno trarre vantaggio da simile situazione e che sanno organizzare con cento cavilli la loro propaganda. Più saggio sarebbe il tentativo di fare altrettanto e non in forma paternalistica, paramilitare o ricattatoria, ma con qualche sincerità d’azione.
Ho visitato molte «Case del contadino », qualche sede della Federbraccianti ed ho sempre trovato notizie che confermano con quale intelligente pianificazione gli uomini di sinistra lavorano. Essi, per esempio, hanno capito quanto fosse utile « lavorare» il campo femminile in queste regioni dove la donna è tenuta, per antico costume, in condizioni di inferiorità. Da tempo prosegue l’organizzazione delle raccoglitrici di olive, che rappresentano una grande massa di mano d’opera: in un anno le iscritte, da poche migliaia, sono passate a 120 mila. Uno di questi organizzatori mi raccontava le difficoltà nell’entrare in contatto col mondo del lavoro femminile: c’era diffidenza e c’era l’impossibilità d’un discorso « perchè noi siamo uomini e loro donne». Chiamarono da altre parti d’Italia alcune donne, che meglio si intesero con le loro compagne. Alla Federbraccianti di Foggia mi dissero: « Per due di queste donne, che chiamiamo costruttrici, ci assegnarono quarantamila lire il mese. Ma due erano poche, noi ne reclamammo altre due, dicendo loro che la somma da dividersi non variava e risposero che andava bene, si accontentavano di diecimila lire il mese ».
Queste notizie non sono dette con l’intenzione di rivelare cose segrete, ma per semplice dovere di cronaca. Esse però danno presto l’idea di come si svolge un certo lavoro di penetrazione e lasciano intravedere quali frutti raccoglieranno.
Enrico Emanuelli
Pagina 3 de LaStampa – numero 90 del 15.04.1954


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