CON IL POPOLO KURDO

Col Popolo Kurdo: Newroz 2005

(a cura della delegazione italiana a Sirnak, nel Kurdistan turco, in occasione del Newroz 2005)

I Kurdi rappresentano il popolo più numeroso del pianeta senza una terra. La maggior parte di essi vive nella Turchia orientale. Dal 1920 chiedono il diritto ad esistere , ad avere rispettata la loro lingua, la loro storia, la loro cultura. Non l’hanno ancora ottenuto. Hanno cercato il dialogo, hanno usato le armi per difendersi, hanno proposto una soluzione negoziata; ma la Turchia non li ha mai ascoltati. Ha sempre usato, nei loro confronti, violenza e spietatezza. Noi tutti, che conosciamo ed amiamo il popolo kurdo, speravamo che con i negoziati per l’entrata nella UE, la Turchia armonizzasse e mettesse in pratica le leggi che si è data per il rispetto delle minoranze. Non è così, lo abbiamo constatato. Abbiamo il timore, condiviso da tutti gli amici kurdi, che niente sia di fatto cambiato e che il sogno di vedere risolta la questione kurda rimanga tale. Osserviamo anche un grande disinteresse per questo popolo fiero e coraggioso in Italia e in Europa, per questo la Turchia si sente libera di continuare la sua politica nazionalista. Questa nazione, ponte tra l’occidente e l’oriente ha sempre rivestito un ruolo fondamentale sul piano politico-strategico-militare per la UE: forse per questo motivo gli standard minimi di democrazia possono essere sacrificati per altre ragioni? Non vogliamo crederlo. Vogliamo credere, invece, che le nostre osservazioni ed i rapporti delle associazioni, che in Kurdistan, si battono per il rispetto dei diritti umani, verranno prese in considerazione.

Nel paese che non c’è

Per la seconda volta siamo in Kurdistan, come osservatori di pace. Siamo consapevoli di aver scelto la zona più problematica, Sirnak ed i suoi dintorni, dove da poco sono avvenute esecuzioni extragiudiziarie e la repressione nei confronti dei giovani, che chiedono sia ai militari che alla guerriglia di sospendere le operazioni, sia molto forte. Il rapporto sulle violazioni dei Diritti Umani (DU) in Kurdistan dell’IHD (Organizzazione turca per i diritti umani) per i primi 2 mesi del 2005, è sconcertante: 2855 violazioni di cui 126 casi di tortura (la Turchia ha ratificato la convenzione contro la tortura), 1886 inchieste aperte, 64 persone arrestate, 7 morti in scontri armati, 5 esecuzioni extragiudiziarie, 6 ferimenti e 12 donne violentate.

Il nostro viaggio inizia ad Amed, per i turchi Diyarbakir, per poi raggiungere la nostra meta: il Botan

Amed

La nostra prima giornata inizia con l’incontro del sindaco di Surici, la municipalità più antica di Amed, Abdullah Demirbas, del Dehap. Amed ha 105000 abitanti, distribuito in 42 quartieri. La storia di Surici risale a 9000 anni fa. Da sempre è stata crocevia di genti diverse, appartenenti a differenti religioni, che si rispettavano vicendevolmente. Ma Amed è la città dei bambini, sono 20000, vivono in strada, molti sniffano colla, sono figli di sfollati dai villaggi distrutti, figli di prigionieri politici, senza casa, senza scuola, senza cure mediche. E’ la maggiore emergenza della città ed è anche la priorità del sindaco: per chi non ha mezzi c’è un dopo scuola, una biblioteca, 4 parchi, di cui 1 avrebbe voluto dedicarlo a Ugur, il dodicenne ucciso dai militari, ma non gli è stato permesso. La seconda settimana di maggio ci sarà la festa dei bambini, arriveranno dalla Germania, dall’Armenia, da Cipro, dalla Grecia e sarà patrocinata dall’Unicef.

Siamo nel Botan: laboratorio di sperimentazione militare

E’ la meta della nostra settimana di conoscenza e solidarietà col popolo kurdo; il Dehap (Partito democratico che sostiene le istanze kurde), che ha organizzato la nostra permanenza, ci ha preparato molti incontri per farci capire la realtà di questa terra militarizzata. Sirnak significa città di Noè (Sir-città, Nak-Noè), è nella regione del Botan, ai confini con la Siria e l’Iraq, è circondata dai monti Gabar, tra cui svetta il Cudi, dove qualcuno racconta esserci l’arca di Noè. I monti, però, non hanno foreste né villaggi, sono spogli e disabitati. I militari turchi , dalla metà degli anni 80, hanno fatto terra bruciata di questi posti incantevoli: occorreva snidare i guerriglieri del PKK (Partito dei lavoratori kurdi). Non contenti di aver distrutto questo ecosistema , hanno anche raso al suolo 38 villaggi su 42, impedendo per sempre il ritorno dei legittimi abitanti , perché hanno cosparso il terreno di mine antipersona.

Besta – un villaggio distrutto

Un kurdo, con la kefiah sul capo a mo’ di cappello e dalle mani nodose e ruvide da contadino, ci dice che fino al 1990 abitava a Besta. Coltivava la terra e pascolava il suo gregge. La sua casa risuonava delle voci dei figli. Un giorno d’estate i militari costrinsero tutti gli abitanti del villaggio a radunarsi nella piazza. Faceva molto caldo, furono obbligati a rimanere fermi per molte ore. Poi se ne andarono e ricominciò la vita di sempre. Dopo alcuni mesi i militari tornarono, gli abitanti avrebbero dovuto diventare guardie di villaggio, cioè informatori e delatori , pagati e armati dai militari. Avrebbero dovuto aiutare i militari ad arrestare i guerriglieri, che altri non erano che loro figli, amici, fratelli, che per troppo tempo avevano sopportato i soprusi e la violenza dei militari, gli arresti arbitrari, le detenzioni in incommunicado, le torture. Gli abitanti dissero di no, il villaggio fu distrutto in poche ore. In 3 giorni i soldati ne distrussero altri 12.Tutti gli abitanti furono costretti a fuggire con il divieto di ritornare. Siamo stati a Besta: al posto del villaggio è stato costruito un sinistro accampamento militare, che ci è stato vietato fotografare. Besta non compare in nessuna cartina geografica, come non compare il Kurdistan, che purtroppo non è nemmeno nelle priorità di nessun stato, di nessun personaggio importante, di nessun giornale, anche il più progressista: raramente abbiamo sentito o letto del Kurdistan. L’inazione ed il silenzio sono colpe, sono il tacito consenso alle violenze e alle stragi dei soldati turchi sui civili inermi.
Besta è uno dei 4000 villaggi distrutti in Kurdistan.

Incontro con i familiari dei Kayiplar (desaparecidos, n.d.r.) di Sirnak

Nella sede del Dehap a Sirnak siedono davanti a noi 2 donne fiere e tristi: sono mogli di desaparecidos. Una si alza e lentamente inizia a parlare: “mio marito era minatore, un giorno , all’uscita della miniera di carbone dove lavorava, un militare chiese a tutti il documento d’identità. Dopo i soliti controlli li rese a tutti, tranne a mio marito e a un altro. Passarono alcuni giorni , mio marito si recò alla stazione di polizia per chiedere la restituzione del suo documento. Non è più tornato, era il 1992, di lui non ho mai più saputo niente” E’ uno dei 2000 scomparsi dal 1990 ad oggi.

Sirnak

Sirnak è una cittadina polverosa del Botan, ai confini con Siria ed Iraq. Prima degli anni 90 era molto piccola, poi sono arrivati gli sfollati dai villaggi distrutti, quindi c’è stata una urbanizzazione forzata con tutti i relativi problemi.
Incontriamo il sindaco Ahmed Ertak, che ci parla dei problemi più urgenti della città. Le condizioni sanitarie sono più che carenti: è urgente risanare 3 corsi d’acqua che attraversano la città; anche l’acqua per uso domestico e personale deve essere potabilizzata. Per quanto riguarda la presenza di medici su 70000 abitanti ci sono 7 medici, nessun pediatra, nessun ginecologo. L’istruzione non va meglio: ci sono 8 scuole primarie e 3 secondarie, le classi sono di 70 alunni, perché mancano gli insegnanti; per Sirnak e dintorni ne occorrerebbero molti altri, diverse centinaia! Sia la sanità che l’istruzione sono gestite direttamente dal governo centrale di Ankara, che, deliberatamente, non mette a disposizione risorse, né opportunità per questa parte di popolazione perché kurda e perché la municipalità, dal 2004, è retta dal Dehap, partito democratico filo kurdo, inviso al governo.
La discriminazione dei kurdi si vede in mille aspetti della loro vita quotidiana, è una scelta premeditata del governo, il cui operato è condizionato pesantemente dai militari. Infatti, questi ultimi detengono, ovviamente, il potere militare; ma anche quello economico, perché hanno realizzato una sorta di multinazionale comprendente banche, industrie, ecc. chiamata OYAK, esentasse; e quello politico, perché esprimono pareri insindacabili e riconosciuti dalla costituzione su ogni decisione che riguardi la sicurezza dello stato. A Sirnak l’abbandono scolastico non è nemmeno quantificabile, l’analfabetismo raggiunge il 70% della popolazione e riguarda specialmente le donne. Molti bambini, alla nascita non vengono registrati all’anagrafe, lo fanno qualora vadano a scuola. Tutti i maschi, però, saranno registrati al momento del servizio militare, su questo il governo non transige. La presenza dei militari è opprimente, se è vero che sulle montagne ci sono ancora gruppi di guerriglieri ed il confine con l’Iraq è vicino, è altrettanto evidente la minaccia che rappresentano per i civili. A febbraio, nella vicina località di Toptepe, 5 giovani sono stati uccisi senza motivo dalle forze di sicurezza, erano 4 ragazzi ed una ragazza, 2 erano minorenni, indossavano abiti civili ed erano disarmati. Sui loro corpi c’erano segni di torture.
Un altro problema è la lingua: il kurdo, la lingua parlata da tutti i kurdi, vietata ancora oggi, anche se “sulla carta” non sarebbe così, è molto diversa dal turco parlato obbligatoriamente nelle scuole; per cui è immaginabile l’enorme difficoltà dei bimbi kurdi, che si presentano a scuola sapendo solo la loro lingua madre e costretti, dal primo giorno di scuola a parlare e scrivere in turco.
Le donne sono discriminate , frequenti sono i matrimoni combinati dalle famiglie, i suicidi/omicidi d’onore. Proprio a Sirnak, alcuni giorni fa una ragazza si è suicidata, perché incinta fuori dal matrimonio.
Il lavoro è un altro grosso problema; a Sirnak c’è una miniera di carbone privata, i minatori, però, non sono kurdi, ma turchi provenienti dalla parte occidentale della Turchia, portati dai militari. Dall’incontro col Kesk (sindacato dei pubblici dipendenti) di Sirnak apprendiamo che esistono sindacati per impiegati e altri per operai. Il governo fa di tutto per mantenere debole il sindacato; il diritto allo sciopero è vietato per i dipendenti pubblici, e l’industria, quasi sempre privata, difficilmente assume chi è iscritto al sindacato, molti sindacalisti sono stati uccisi. Su 20 milioni di lavoratoti in Turchia solo 2 milioni sono iscritti ad un sindacato. L’Egitim Sen, sindacato degli insegnanti, probabilmente verrà chiuso dal governo , perché sostiene che occorrerebbe insegnare, oltre al turco, anche il kurdo ai bambini kurdi. Abbiamo con noi del materiale scolastico proveniente dall’Italia, la consegna avviene presso il palazzo municipale dove incontriamo Ramazan, un ragazzo kurdo che ci accompagna per il resto della giornata. E’ quasi imbarazzato nel dirci che la città non offre alcun luogo ricreativo o iniziativa culturale: non ci sono cinema nè teatri. Ritrova entusiasmo nel parlarci di una biblioteca: saliamo le scale di un grande edificio adibito ad uffici ed entriamo in un corridoio scalcinato su cui si aprono le porte di alcune aule deserte e di una in cui 5 ragazzi stanno preparando un esame di matematica. In una stanza soltanto vediamo uno scaffale con dei libri: non più di 200 volumi per tutta la biblioteca, forse abbastanza per una città in cui il 70% delle persone non sa nè leggere nè scrivere!.
La municipalità di Sirnak è letteralmente assediata dai militari, ci sono caserme con posti di blocco ovunque . Il reddito annuale per famiglia è, mediamente, di 500 dollari , cioè meno di 2 dollari al giorno: una situazione di grave povertà .
La speranza del coraggioso sindaco di Sirnak è l’Unione Europea: progetti di gemellaggio (ora impossibili perché avrebbero il diniego di Ankara, la cui politica nei confronti dei kurdi è quella di mantenerli nella povertà e nell’ignoranza), monitoraggio sulle violazioni dei DU per l’eventuale percorso decennale in vista dell’entrata nella UE. Queste possibilità potrebbero garantire non solo a Sirnak, ma a tutto il Kurdistan un evolversi positivo di tutte le richieste di giustizia, democrazia, diritti, libertà, identità fino ad ora negati.
E’ questo lo scopo della nostra presenza come osservatori: essere voce di chi non ha voce.

 

VI INVITO AD ANDARE SUL SITO www.marcocavallini.it dove potrete trovare un reportage completo sul kurdistan e altri posti che il gruppo di fidenza ogni anno visita per portare le reali testimonianze dai posti martriati dalla guerra e dalle oppressioni
ciao tm


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