venerdì 21 luglio 2017

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“Che caldo quella notte”: la recensione

“Che caldo quella notte”: la recensione

Conosco Michele da molti anni e leggere il suo romanzo “Che caldo quella notte” è stato davvero un piacere oltre che una bella sorpresa. Il piacere di leggere una bella storia ambientata nella nostra terra, il piacere di riuscire quasi a sentire i profumi delle nostre campagne, ma anche la sorpresa di ritrovarsi davanti ad una intricata e misteriosa vicenda in stile “Commissario Montalbano”. Una delle doti che da sempre riconosciamo a Michele è quella di avere una certa capacità di raccontare storie, di descrivere persone e cose con occhio attento e acuto, mai banale e sempre con una buona dose di sottile ironia.

A mio avviso in questo libro emerge a pieno questo suo talento, forse non espresso fino in fondo nelle attività da giornalista ma perfettamente visibile quando descrive con affascinante dovizia tutte le sfumature del piccolo paese lucano. La storia avviene nell’anno 1898: in Italia c’è ancora il Re e il tutto è ambientato in un paese immaginario della Basilicata, Castelnuovo. Accade un evento misterioso, la scomparsa del Sindaco: il fattaccio arriva sino alle orecchie del Re che decide di risolvere la cosa al più presto perché imbarazzante per tutta la Nazione. Viene inviato in terra di Lucania il Capitano della Regia Artiglieria Vittorio Casalbore, che, per sue passate esperienze, viene reputato più idoneo a districare la situazione. Era il periodo del brigantaggio e la gravità dell’accaduto faceva pensare a una vicenda complessa da gestire. Casalbore viene inviato da Bologna a Castelnuovo e una volta arrivato in paese comincia subito ad investigare. Si renderà subito conto che per risolvere l’enigma dovrà prima capire i meccanismi sociali antichissimi che regolano le azioni degli abitanti, oltre che scavare nel passato di ognuno di essi.

Non nascondo che il libro mi è piaciuto, la lettura è scorrevole ed è presente una calibrata successione di accadimenti che conferiscono un buon ritmo temporale. Personalmente ho molto apprezzato alcuni piccoli “affreschi” del Sud, rappresentati con tale maestria da permettere al lettore di immaginare facilmente situazioni, sguardi, imbarazzi, silenzi, recriminazioni….

È evidente che Michele attinge ad una vasta gamma di esperienze di vita vissuta, diretta e indiretta, che credo siano l’unica chiave di accesso per capire e descrivere una realtà lucana così ermetica e a tratti contraddittoria. Una realtà che negli anni ha stentato ad evolversi portandosi dietro nel corso dei decenni gli stessi meccanismi e le stesse dinamiche sociali di cento anni prima. Michele ne è cosciente e ha abilmente proiettato ad un secolo fa tutti i comportamenti e i modi di fare che vede ogni giorno intorno a sé. Molto ironico il passaggio in cui viene chiesto alla pettegola del paese di dare informazioni sui suoi compaesani e a lei “quasi non sembrava vero di poter raccontare i fatti altrui”. Anche da queste piccole immagini si capisce che nel “raccontare” Castelnuovo Michele racconta in realtà il nostro paese, con i suoi pregi e i suoi difetti in un misto di amore e odio (rubo questo concetto al mio amico Vito) che tutti noi abbiamo per la nostra terra e che sovente è inscindibile. Il racconto inoltre ci suggerisce che la realtà contadina, poco mutevole per sua natura, ha certamente conservato valori e legami positivi ma si è portato dietro irreparabilmente una serie di retaggi ancestrali che l’hanno condannata ad un ruolo subalterno nel mondo moderno. Michele ci presenta le azioni del presente come irrimediabilmente legate a qualcosa che è successo nel passato. Nella mente del lucano/montese sono radicate delle “convinzioni” che generano molti comportamenti quotidiani e sembrano saldati sotto pelle. Così capita che vediamo l’abitante di Castelnuovo prova rancore verso un compaesano non per un avvenimento direttamente legato alla sua vita ma per vecchie liti che magari risalgono a due o tre generazioni prima. Rapporti che si perdono nella notte dei tempi, ereditati di padre in figlio di madre in figlia. Perfino l’odio del povero verso il ricco non è sempre uguale, ma riferito ad un episodio preciso, ad una mancanza di rispetto o, in positivo, ad un favore o gentilezza che viene ricordata per sempre. Il passato che si intreccia al presente è quindi un tema forte di questo romanzo ed è una intuizione che aiuta lo stesso Casalbore a indirizzare nel verso giusto le sue indagini. Il lettore rivive e rilegge il passato nei racconti degli abitanti con gli occhi del protagonista, occhi di un uomo che viene da lontano ma che è capace di leggere ed interpretare comportamenti che non gli sono propri. Questo è a mio avviso un altro tema forte del libro di Michele, presente anche nel suo precedente romanzo “L’uomo venuto da lontano”, quasi a voler dire che spesso per capire quello che avviene nelle nostre realtà meridionali bisogna avere una visione esterna, bisogna guardarle da lontano, bisogna non esserne coinvolti. Forse perché in queste terre è impossibile non provare un sentimento forte, è impossibile non essere coinvolti dalle emozioni. Tutto si mischia e nulla ha più un contorno definito. Anche lo stesso Casalbore alla fine ne resta invischiato, anche un uomo venuto dal nord viene sedotto e scardinato nei propri sentimenti.

Come ogni recensione che si rispetti è venuto il momento della parte più critica, spero che Michele non me ne voglia! Uno dei punti forti della storia è sicuramente l’abile e accurata descrizione dei personaggi del paese e dei meccanismi antichi che governano le loro giornate e le loro azioni. Questo aspetto è il fulcro della prima parte del libro ma quasi scompare nella seconda, dove diventa preponderante la vicenda delle indagini sulla scomparsa del Sindaco. Si tratta comunque di aspetti marginali: il romanzo merita un 8 pieno e proporrei a Michele di scriverne subito un secondo. Magari narrandoci altre avventure di Casalbore: in fondo ci starebbe bene sia un sequel che un prequel.

@vince_ditaranto


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