Contra sextum. Peccati e siccità

La pratica, Monsignor Mio Illustrissimo, è antica, e di grave scandalo. Supplico Vostra Signoria Illustrissima a mandarcelo via, ad esiliarlo per più anni, altrimenti sarà da capo, e forse è permissione di Dio di essere catturato […]

A tal’uomo, Monsignor Mio Illustrissimo, non serve usarli pietà, perché non ha fatto né fa conto delle ammonizioni, e il peccato e la prava consuetudine l’ha reso con renderlo un Bruto, niente facendo conto del Santo timore di Dio, recando scandalo a tutto il vicinato da più anni; anzi quando mi credevo che volea restar mortificato e compunto dalla parola divina proclamata da questi poveri padri Cappuccini, che prima si erano disciplinati a sangue per ottenere da Dio Benedetto la bramata pioggia, esso D. è andato a commettere subito il peccato e di ciò ne ha scandalizzato tutta Montescaglioso; anzi quei testimoni che l’hanno ritrovato dentro la casa di detta druda l’hanno ripreso con dirli “questo è il profitto della Predica e le preghiere che si fanno a Dio per ottenere la pioggia?

Questo scriveva Don Marino Vinzi il 7 novembre del 1741 al suo superiore. Oggetto dell’informativa è l’incursione notturna da lui fatta a casa di una certa Ippolita D. per sorprendere sul fatto un sacerdote, Don Innocenzio D., da più anni chiacchierato per una relazione con la stessa. In qualità di vicario foraneo, secondo il diritto canonico, spettava a lui infatti controllare che gli ecclesiastici del distretto facessero “vita consona al loro stato” e compissero diligentemente i loro doveri.

La relazione non spiega perché, malgrado la tresca fosse nota da più anni, si fosse deciso solo allora ad intervenire. Fornisce però alcuni elementi che ci mettono sulla strada giusta per rispondere alla domanda: la siccità e le frustate a sangue cui i cappuccini si erano sottoposti per ottenere la “bramata pioggia”.

Come ben si comprende, le informazioni sulle cerimonie religiose, – notevole la “Processione degli alberi” di Manduria contro la siccità – sono una importante risorsa nella ricostruzione del clima del passato.[1] Ed è proprio a partire da questa considerazione che si rende necessario lasciare per un momento le viuzze e il cielo sopra Montescaglioso  e guardarsi attorno in lungo e in largo. La piccola glaciazione degli anni 1550-1750 si prepara a chiudere in bellezza con il “verno famoso,e lunghissimo” del 1740 cui seguirà, dicono varie fonti, la scarsa piovosità della primavera e dell’estate del 1741 in tutta Europa.

Si è visto che a Montescaglioso, a Novembre, si era tenuta una processione contro la siccità. Evidentemente non aveva ancora piovuto. Si può facilmente immaginare quali erano state le conseguenza sui raccolti e sulle greggi e in quale stato d’animo ci si preparasse ad affrontare l’inverno.

In questa situazione non è perciò inverosimile che il vicario fosse stato indotto, se non costretto, a intervenire dai fedeli timorosi di perdere a causa dei peccati di Don Innocenzio il beneficio della pioggia invocato dai Cappuccini frustandosi a sangue.

Tanto più che nel suo resoconto il vicario dichiara di essere stato svegliato nel cuore della notte, alle quattro e mezza, e informato da “testimoni” di quanto stava accadendo. Se fosse stato per lui, verosimilmente avrebbe scelto un orario più comodo oppure avrebbe continuato a chiudere gli occhi sul fatto.

Chi siano i testimoni zelanti custodi della moralità ecclesiastica non è dato sapere. D’altronde si dice che sia stata tutta Montescaglioso ad essere scandalizzata. Malgrado la pressione della comunità , il vicario tiene al rispetto della procedura da usare in questi casi e prima di ogni altra cosa chiede l’assistenza del tesoriere (camerlengo) e di due fiscali, non si capisce se guardie o giudici.

Ma torniamo sulla scena del misfatto per dire che, malgrado il tramestìo e i rumori insoliti per una notte invernale, la sorpresa riesce. Don Innocenzio cerca di sottrarsi agli inquirenti , ma fallisce, è il caso di dire, miseramente. Aveva provato a nascondersi infatti nella fossa – la fossa biologica dell’epoca, la latrina? – presente “dentro detta casa”, ma ne era stato tratto fuori e subito catturato.

Portato poi a casa del vicario gli viene notificata una multa (un mandato) di duecento ducati – nel 1861 un ducato equivaleva a circa 16 euro –  ed è infine consegnato alle guardie con l’incarico di portarlo in carcere a Matera “per maggior sicurezza”.

Secondo le leggi del tempo sarà sottoposto all’autorità ecclesiastica. Non sappiamo cosa ne sarà di lui. Difficile credere che nei suoi confronti fossero state applicate le indicazioni della Costituzione Apostolica Sacramentorum Poenitetiae  – promulgate proprio quell’anno da papa Benedetto XIV – che imponevano cautela e discrezione nel trattamento dei peccati contra Sextum commessi dai sacerdoti.[2] Sappiamo però che la gestione del suo caso fu tutt’altro che discreta  e che dopo il novembre di quel 1741, Don Innocenzio, non risulterà più fra i sacerdoti celebranti di battesimi, funerali e matrimoni.

Peccato per chi oggi volesse studiare quelle carte, la sua grafia non aveva eguali per chiarezza ed eleganza. Questa scomparsa dai registri parrocchiali non autorizza tuttavia a trarre particolari conclusioni sulla sua sorte. La Chiesa, nella sua saggezza, da tempo aveva destinato spazi ed elaborato mediazioni per risolvere i casi di peccato contra sextum da parte dei suoi membri.

[1] www.isprambiente.gov.it/it/

[2] http://www.vatican.va/resources/resources_introd-storica_it.html


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