mercoledì 20 settembre 2017

Le banche popolari e l’economia del Materano nel XIX sec. (3)

(Vedi i precedenti articoli con lo stesso titolo)

I risultati della suddivisione del patrimonio nobiliare prima, ed ecclesiastico dopo, non confortarono le attese. Difatti i contadini che ne avevano beneficiato, non possedendo i capitali per la conduzione, furono costretti a cedere le loro quote ai nuovi padroni in tutto simili ai vecchi. Così la nuova borghesia e la vecchia nobiltà continuarono a spendere nelle grandi città meridionali quello che il fittavolo produceva nei campi, detratto lo stretto necessario alla sopravvivenza della propria famiglia.

Il sistema creditizio certamente non agevolò quella che poteva diventare la vera grande rivoluzione agraria. Il credito popolare era del tutto assente e i grandi istituti creditizi non avevano certo l’interesse alla formazione di un ceto contadino più concretamente cosciente delle proprie potenzialità produttive e al quale chiedevano garanzie tali da scoraggiare qualsiasi richiesta di credito per ammodernare strutture vecchie di secoli. I monti frumentari, che fino al 1860 avevano svolto un importante ruolo nel supporto alle classi contadine più povere, dopo il 1865 cessarono quasi completamente di operare; alcune furono trasformate in casse di risparmio e quelle poche che restarono furono messe in condizioni di non operare. E’ comunque da precisare che la loro funzione era sempre stata limitata all’anticipazione di sementi ai contadini e non all’erogazione di capitali per la formazione e l’ammodernamento delle aziende agricole.

Anche le strutture del settore secondario erano concentrate, in massima parte, nelle mani del nuovo ceto borghese che, in tal modo, vide rafforzato il proprio ruolo di principale classe sociale.

Per quanto riguarda le proprietà del clero, si assisteva a un particolare fenomeno: mentre da una parte decrescevano le proprietà comunitarie della Chiesa, dall’altra aumentavano quelle privatizzate del clero;

“Una concreta ipotesi esplicativa porterebbe infatti a pensare a una sorta di legge di compensazione artificiale, per cui il clero tendeva a bilanciare i colpi reiteratamente e pesantemente inflitti alla proprietà comunitaria ecclesiastica ricorrendo al possesso a titolo personale” [1]

[1] Cfr. M. Morano, manifatture e classi sociali in Basilicata nella prima metà del secolo XIX, in “Studi di storia sociale e religiosa, Scritti in onore di Gabriele De Rosa”, Napoli, Editrice Ferraro, 1980, p. 1359.


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