giovedì 21 settembre 2017

Le banche popolari e l’economia del Materano nel XIX sec. (5)

2 – Economia e società dall’Unità d’Italia all’inizio del nuovo secolo

(Vedi altri articoli con lo stesso titolo)

Il 1861, è noto, rappresenta una data importante nella storia d’Italia: l’unificazione politica era finalmente raggiunta. Dal punto di vista economico, invece, continuarono ad esistere due Italie, l’Italia più ricca, quella del Nord, che si sentiva sempre più vicina all’Europa delle grandi rivoluzioni industriali – sociali – finanziarie, e l’Italia più povera, quella del Sud, che invece segnava il passo.

L’agricoltura meridionale, tuttavia, negli anni che seguirono l’Unità assunse una fisionomia più moderna grazie all’introduzione di innovative tecniche colturali e di nuovi sistemi di avvicendamento delle colture.

Un ulteriore fattore che contribuì a svecchiare, parzialmente, il comparto agricolo meridionale fu l’introduzione, sia pur in misura modesta, della meccanizzazione del lavoro. Infatti, dopo “solo” venti anni dalla presentazione all’esposizione di Londra del 1851 di macchine mietitrici e trebbiatrici, in Basilicata ce n’erano sette di cui sei nel Materano. “… Risulterà perfino sorprendente la rapidità con la quale vennero recepite in Basilicata le recenti acquisizioni tecniche”. [1]

Anche l’espansione delle colture arboree, mandorleti e oliveti, e dei vigneti contribuì ad aumentare la resa delle aziende agricole. Dai bollettini dell’epoca, a cura del Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio risulta, ad esempio, che dai 3.500 ettari di oliveti in Basilicata agli inizi del 1800, si passò ai 14.000 del 1875 e ai 25.000 del 1900. [2]

Il numero delle nuove macchine impiegate nell’agricoltura continuò ad aumentare sino alla fine del secolo ma, se i grandi proprietari poterono goderne i vantaggi poiché contribuivano grandemente ad abbassare i costi di produzione, la gran parte dei contadini continuò a lavorare i propri campi con la forza delle loro braccia e, in non molti casi, con quella animale. Ovviamente il principale motivo per cui i piccoli e medi proprietari non recepirono le innovazioni tecniche era rappresentato dall’alto costo delle macchine, ma quello del costo non era certo l’unico ostacolo. Le macchine potevano essere utilmente adoperate in grandi spazi pianeggianti e non certo in minuscoli appezzamenti prevalentemente situati in collina. La realtà agricola lucana era, infatti, caratterizzata da un’accentuata frammentazione delle proprietà per ragioni legate al carattere prevalentemente di sussistenza dell’agricoltura. I singoli proprietari, anche quelli non particolarmente piccoli, tendevano a frazionare la proprietà nelle diverse zone agricole del territorio per avere appezzamenti di terreno colturalmente specializzati, in grado, cioè, di soddisfare le esigenze alimentari della propria famiglia, tendenza, questa, che contraddistingue i sistemi economici e sociali meno evoluti, in cui l’atavica paura della fame supera grandemente qualsiasi ambizione per una espansione produttiva.  Per fare un esempio: il contadino possedeva un campo adatto, per ragioni morfologiche e per caratteristiche del terreno, alla semina del frumento, uno adatto alle colture arboree (prevalentemente uliveti, mandorleti e vite) e così via, ma le dimensioni dei vari appezzamenti erano tali da poter soddisfare solo, o quasi, i bisogni alimentari della propria famiglia. Una corretta logica produttiva avrebbe suggerito di riunire la proprietà in un unico podere di dimensioni maggiori per utilizzare, anche a nolo, le macchine agricole e beneficiare, in tal modo, della riduzione dei costi che tali macchine consentivano. Tale pratica avrebbe inoltre favorito il fenomeno della specializzazione produttiva tra gli operatori con grande vantaggio per l’intero comparto agricolo.

Ma c’era anche un motivo di carattere meteorologico che induceva i contadini e piccoli coltivatori a frazionare la proprietà, anche questo legato all’antica paura di non essere in grado di sfamare la propria famiglia. Particolari fenomeni meteorologici avversi, come la grandine, generalmente colpiscono zone limitate di un territorio e se per sorte malevola in quella zona fosse concentrata l’intera produzione annua di una famiglia, la fame sarebbe stata certa.

[1]  Cfr. M. Morano, Tecniche colturali e organizzazione produttiva … cit., p. 529.

[2]  Bollettino del M.A.I.C.


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