sabato 23 settembre 2017

L’odore del mosto

    Le stagioni si susseguivano con la stessa velocità con cui
trascorrevano le giornate, presto arrivava l’estate, ma anche
presto ritornava l’autunno e la riapertura della scuola.

 L’autunno significava sì il ritorno a scuola quasi sempre traumatico, ma anche il piacere di vivere una stagione piena di profumi.

Mio padre mi portava a raccogliere l’uva,  mi permetteva di pigiarla a piedi nudi in un grosso tino che avevamo in cantina e dove io e mio fratello di qualche anno più grande ci sguazzavamo dentro impegnati in
una gara a chi alla fine sarebbe risultato più imbrattato di mosto.
L’uva schiacciata veniva  riposta con il mosto in una grossa
botte di rovere per la fermentazione. Ai piedi della botte in
prossimità del buco da dove si sarebbe poi tirato fuori il vino si
poneva una pianta di asparagina che funzionava da filtro tenuta
ferma da un grosso lapillo della gravina. La fermentazione del
vino durava all’incirca sette -dieci giorni e ogni mattina e ogni
sera bisognava “darci il piede”: un lavoro che consisteva nello
spingere con una forca di legno la vinaccia di lato per farla
capovolgere. Passato il tempo della fermentazione il vino veniva
spillato e messo in barili di rovere o damigiane di vetro, mentre la
vinaccia veniva spremuta con dei grossi torchi per farci lo
“stringituro”, un vino un po’ più polposo e amarognolo.  Non tutti
però usavano questa tecnica, altri preferivano aggiungere dell’acqua
alla vinaccia e spillarla decine di volte ributtandola sempre nella
botte per farci “u liev e mind” (levi e metti), un vinello più leggero che di fatti
era solo acqua colorata.

 

Autunno giù alle cantine!!

L’antico odore di mosto

dai tini si leva nell’aria

intenso alle narici si presenta

a stimolare immagini lontane

dal tempo ormai sbiadite.

Le sparagine intinte di viola,

il lapillo imbrunito

Dietro al tufo adagiati

scorre un rigolo d’acqua

e il basolato si tinge

dello stesso colore

della vinaccia scolpita

tirata fuori dal torchio.


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