Il cacciatore di aquiloni
il cacciatore di aquiloni
« Sono diventato la persona che sono oggi all'età di dodici anni, in una gelida giornata invernale del 1975. Ricordo il momento preciso: ero accovacciato dietro un muro di argilla mezzo diroccato e sbirciavo di nascosto nel vicolo lungo il torrente ghiacciato. È stato tanto tempo fa. Ma non è vero, come dicono molti, che si può seppellire il passato. Il passato si aggrappa con i suoi artigli al presente. Sono ventisei anni che sbircio di nascosto in quel vicolo deserto. Oggi me ne rendo conto. »
(Incipit de Il cacciatore di aquiloni di Hosseini)
Ho lasciato decantare questo film dentro di me. La storia, le immagini, le percezioni. E se di questo film qualcuno dovesse chiedermi qual'è il fotogramma che mi è entrato nel cuore, non avrei dubbi nel rispondere: Hassan che si specchia dentro una pozzonghera d'acqua, vestito con un cappottino colorato hazara e che tiene in mano l'aquilone cacciato per Amir. E' una storia intensa, che travalica una vicenda intima per toccare principi universali, e per ricordare cosa è oggi l'Afganistan, e cosa sono oggi gli uomini. Mi ha incantato la ricostruzione di Kabul degli anni settanta, la leggerezza e la profondità della fotografia dei primi 40 minuti del film, buona parte della sceneggiatura, l'interpretazione di Hassan bambino, ma sopra ogni cosa la visione di un mondo in cui, nonostante la colpa e il male degli uomini, la verità, la speranza possono un giorno trionfare. Questo film mi ha regalato, qualcosa che avevo dimenticato, la piccolezza infinita di noi uomini e allo stesso tempo la bellezza infinita che ci ha creati.
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