venerdì 22 settembre 2017

Fra Davide e Golia

E’ terribile vedere l’esercito dello Stato che raccoglie i discendenti di chi scampò alla Shoà – in ebraico "distruzione" o "desolazione" – agire come terrificante strumento di distruzione, desolazione e morte nei confronti del popolo palestinese.
E’ di ieri la notizia che su Gaza sono state usate anche bombe al fosforo, ma non è l’efficienza e la scientificità applicate a barbarie che inevitabilmente ne ricordano altre, a lasciarci senza parole quanto la constatazione che la storia assegna nel tempo ad uno stesso popolo ruoli diversi, ma non insegna nulla a nessuno.
Lo scontro fra israeliani e palestinesi assunse forme terroristiche ancora prima della nascita dello Stato d’Israele avvenuta il 14 maggio 1948. Allora a praticare, e a giustificare, il terrorismo erano gli israeliani e gli eccidi da loro compiuti erano all’ordine del giorno. Il più efferato portò all’uccisione di tutti i 250 abitanti del piccolo villaggio di Deir Yasisn da parte degli uomini del futuro premier Begin.
Era un’organizzazione semiclandestina e terroristica la Haganah (difesa), capeggiata da Ben Gurion, che fu poi assorbita nell’esercito regolare israeliano, come lo erano le concorrenti Irgum Zwai Leumi e la banda Stern.
Nel 1950 lo stato israeliano proclamò il “diritto al ritorno” per tutti gli ebrei sparsi nel mondo. Peccato che man mano che tale diritto era esercitato scattasse per molti palestinesi la necessità di abbandonare le terre in cui erano vissuti per generazioni. Sarebbe troppo lungo e complicato illustrare qui come i territori lasciati alla Palestina si siano ridotti nel tempo. Prima ancora che uno scontro fra etnie e religioni diverse, quello israelo-palestinese fu uno scontro fra civiltà che si trovavano in un diverso stadio di sviluppo. In quanto tale era pressoché inevitabile ed era scontato che ad avere la peggio sarebbe stata la più arretrata. In campo c’era una società ad agricoltura industrializzata e organizzata secondo un’economia quasi socialista ( i kibbutz, le fattorie collettive) contro una popolazione agropastorale in parte seminomade e dominata da sceicchi e capi clan feudali.

Su Israele si innestò fin dalla nascita l’intervento dei paesi occidentali, soprattutto degli USA, e sui palestinesi quelli dei paesi arabi e di quelli socialisti. Una guerra per delega, un modo indiretto per non confrontarsi frontalmente.
Sappiamo chi ha vinto.
Contro la preponderanza militare, tecnologica e diplomatica di Israele, i palestinesi, o meglio una loro parte, aderì ad Al-Fatah (società segreta) il gruppo combattente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) guidata da Yasser Arafat. Al-Fatah naturalmente era considerata dagli israeliani un gruppo terroristico.
E’ a questo punto evidente che ciò che un popolo fa contro l’oppressione è patriottismo per quello stesso popolo e terrorismo per gli altri. Nella sua rozzezza questa semplificazione può aiutare a sciogliere il groviglio di valutazioni che rendono complicatissime le vicende di questo interminabile conflitto.
Negli ultimi anni i governi israeliani erano riusciti a mettere in crisi la leadership di Arafat favorendo l’elezione del moderato Abu Mazen. A giudizio di molti osservatori sarebbe stato saggio da parte israeliana rafforzare le posizioni di questi sgombrando alcuni territori occupati e alleggerendo la pressione sui campi profughi, ma così non è stato. Agli occhi di molti palestinesi Abu Mazen appare quasi un traditore della causa e un collaborazionista e ciò ha dato forza ad Hamas, un partito e un movimento militare che la stessa Israele col governo Begin riconobbe ufficialmente nel 1977 affinché facesse concorrenza all’OLP di Arafat.
Oggi Hamas ha la maggioranza in Cisgiordania e in vari altri territori e teorizza uno stato islamico e la guerra fino alla distruzione di Israele.
Non rappresenta che una piccola parte dei palestinesi, ma il lancio di razzi sul sud del territorio israeliano ha provocato la ritorsione di questi giorni che colpisce tutti. Le azioni di Hamas miravano proprio ad eccitare la reazione di Israele per veder aumentare in progressione con le morti l’odio dei palestinesi e di tutto il mondo arabo verso Israele.
E’ grave che questa iniziativa sia stata avviata con l’appoggio del presidente USA alla fine del suo mandato per lasciare al suo successore una situazione ancora più compromessa. L’11 settembre non sembra avergli insegnato nulla.
La parte pensante dell’Europa parla e agisce attraverso Sarkosy, speriamo che gli si dia retta e si arrivi a una tregua.
Sulle posizioni del nostro governo è meglio stendere un pietoso velo. Del nostro attuale ministro degli esteri ha parlato il suo predecessore Martino appartenente alla stessa area politica.


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