Le notizie e le considerazioni riportate in queste pagine si fondano su un lavoro di ricerca a tutto campo sulle fonti battesimali della Parrocchia San Pietro e Paolo di Montescaglioso iniziata insieme all’amico Damiano D’Ambrosio dieci anni fa e poi sospesa perchè la mole di lavoro che avrebbe comportato l’archiviazione elettronica dei dati era insostenibile e la proposta di creare un gruppo di studenti che vi provvedesse all’interno di un progetto di formazione suscitò solo imbarazzata perplessità nell’amministratore cui fu fatta.
In altre realtà, e non mi riferisco solo ai centri mormoni o ai serissimi istituti tedeschi o francesi che si occupano di demografia storica e microstoria, ma anche all’iniziativa avviata nel 2000 da Renato Soru - il creatore di Tiscali e attuale governatore della Sardegna - con il consorzio Shardna (http://www.shardna.it/) cui ha poi aderito anche il Centro Nazionale Ricerche, lo studio di simili materiali costituisce la base su cui si stanno sviluppando innovativi studi genetici e storici. In mancanza dei mezzi economici, scientifici e di management necessari a una tale impresa, sarebbe velleitario pensare a qualcosa di lontanamente simile.
Tuttavia, tuttavia..., questa potrebbe, forse, essere l’occasione buona per far ripartire il progetto di censimento del passato del nostro paese ricostruendo il corso delle generazioni.
Si potrebbe lanciare l’iniziativa: “Adotta un anno della nostra storia”...
Se ne riparlerà, spero.
Intanto colgo l’occasione per ringraziare - è, veramente, il minimo che possa fare - il Parroco Don Vittorio Martinelli grazie alla cui liberalità nel consentire la consultazione dei libri parrocchiali è nata questa utopia.

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Montescaglioso in una raffigurazione del Seicento
Da sinistra a destra:
- Chiese, torri e palazzi: Castello Antico, Monastero di San Michele Arcangelo, Orologio, San Giovanni (?), Chiesa Matrice di San Pietro, Palazzo Antico, Monastero di Sant’Agostino.
- Porte: Porta di Ponente, Porta Pescara, Porticella, Porta Maggiore.
- Chiese fuori le mura: Santa ... (?) della Rocca, Santa Lucia, Cappella dei Salvaggi, la Nunziata, San Rocca (?).
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Ne è passata di gente su queste colline e ogni generazione ha lasciato qualcosa a quelli che son venuti dopo: il naso greco, le oreccchie a sventola, il capello riccio, l’occhio ceruleo e un particolare modo di camminare, guardare, gesticolare.
Anche, molti credono, un modo di essere.
Non siamo, non dovremmo essere, dei mendeleiani piselli anche per quanto riguardo carattere e personalità, ma a giudicare da alcune espressioni nelle quali si è cristalizzata la cosiddetta mentalità, anche su questo fronte il determinismo gode di ottima salute. Non si dice: “appartiene a quella razza! Con quella razza ti vuoi mettere? E’ di buona razza”. Oppure, e più spesso perchè non bisogna esagerare con le lodi: “che razza fetente!”
Lontano da ogni intenzione scherzosa, l’idea di una «discendenza biologica trasmettitrice di potenzialità etiche, […] d’una sacra corrente» azionata dall’eredità genetica, è costante in Carlo Emilio Gadda, uno dei maggiori scrittori del nostro Novecento, per il quale è sempre «il folto brulicare delle generazioni» (Quer pasticciaccio brutto de via Merulana), «il respiro delle generazioni, de semine in semen» (La cognizione del dolore) a spingere in una certa direzione ogni umana, individuale vicenda. E tuttavia il suo determinismo è una costruzione nella quale solo dopo che i fatti sono accaduti si spiegano le cause che li avrebbero prodotti: «è la lettura della curva dell’ananche (fatalità, destino), non la sua spiegazione».1 Per un intellettuale di formazione scientifica, Gadda era ingegnere, una simile posizione appare piuttosto debole. E’ come attribuire una vincita al lotto ai numeri avuti in sogno dal nonno, senza spiegare perchè tante altre volte i numeri dello stesso nonno non siano usciti.
Va anche detto che la parola razza nel nostro dialetto non ha le stesse colpe che in italiano in quanto significa stirpe. E’, comunque, quello che sta dietro a un certo determinismo a base genealogica un modo di ragionare che non tiene conto del contributo dato dalle madri alla formazione delle “razze” o stirpi. E’ con la scoperta dell’agricoltura che le società diventano patrilineari per assicurare che i beni del padre, appunto il patrimonio, vadano ai figli legittimi, ma questo non cambia il fatto che si sia “nati di donna”. La maternità è persino per un accanito, laico ragionatore come Stephen, il Telemaco dell’Ulisse di Joyce, “la sola cosa autentica della vita”. Non la scontata maternità della gestazione, ma quella dell’accompagnamento nel mondo della “traccia di lumaca” che è ogni nuova vita. Ciò che fa sì che ogni madre, dopo che nella pancia, porti la sua creatura “in braccio e dentro al cuore” in modo che “la maratona del mondo” non la schiacci prima che abbia acquisito un minimo di difese.2
Ciò significa che nel corso del tempo, con l’innesto costituito dai matrimoni sui ceppi delle stirpi, l’etichetta, il cognome della famiglia, rimane lo stesso, ma il suo, diciamo, contenuto genetico e culturale cambia.
Ma quante sono state le generazioni che hanno popolato il nostro sito nel corso del tempo? A giudicare dalle testimonianze archeologiche si direbbe che già ventisette secoli fa un certo numero di individui si aggirasse sulle sue alture e vi campasse la vita come poteva. Ventisette secoli, calcolando una distanza media di venticinque anni fra l’una e l’altra, danno oltre cento generazioni. Pur in una divagazione basata, come questa, solo su attendibili approssimazioni, sarebbe eccessivo considerarli già montesi e ipotizzare che qualche attuale residente possa essere il centottavo anello del segmento della catena generazionale compresa fra il settimo secolo avanti Cristo e oggi.
Ma chi può dirlo con certezza? Lo studio del passato, con il riportare alla memoria fatti dimenticati, più che dare risposte pone nuove domande. E’ anche questo il motivo che fa dire allo Stephen joyciano che la storia è un incubo da cui cerca di destarsi.3
Se n’era accorto anche il Duca d’Auge dopo che, il 25 settembre 1264, era salito sulla torre del suo castello “per considerare la situazione storica” e l’aveva trovata poco chiara: «Resti del passato alla rinfusa si trascinavano ancora qua e là.[...] Si disegnavano all’orizzonte le sagome sfatte di qualche diritto Romano, gran Saraceno, vecchio Franco, ignoto Vandalo. I Normanni bevevan calvadòs[...]
Gli Unni cucinavano bistecche alla tartara, i Gaulois fumavano gitanes, i Romani disegnavano greche, i Franchi suonavano lire, i Saraceneschi chiudevan persiane. I Normanni bevevan calvadòs».4
Se nelle nebbie della storia si sono perse per sempre le tracce degli individui, ma non del loro operare, che hanno vissuto nei secoli più lontani, è invece possibile restituire alla memoria nomi, cognomi e paternità di quanti a Monte sono nati a partire dalla seconda metà del Cinquecento.
Precisamente dal 1565.
Credo che ci si possa contentare, senza per questo dimenticare che siamo molto più antichi di quanto possa essere dimostrato da un qualunque documento poiche tutti possiamo dire con Gadda: «Ho degli antenati contemporanei di Gengis-Khan e altri contemporanei di Cesare e per pura modestia, vivendo in epoca democratica, non vado più in su».
Il recupero della memoria di cui si diceva prima è reso possibile nel nostro caso dai preziosissimi Libri dei battesimi sui quali, in base a una delle ultime deliberazione del lunghissimo Concilio di Trento (1545-1563), ai parroci fu ordinato di annotare i nomi dei battezzati. Come è noto il Concilio era stato indetto per riorganizzare la Chiesa su nuove basi dottrinali e contenere le perdite avute con il distacco delle popolazioni dell’Europa centro-settentrionale che avevano aderito alla Riforma di Martin Lutero. In tale ottica si stabilì che il sacramento del Battesimo per mezzo del quale in passato si aderiva alla Chiesa dopo un’attenta preparazione e maturazione, e quindi in età adulta, dovesse essere impartito ai bambini appena nati. Da una cosciente e libera scelta si passava così a un reclutamento semi-forzoso motivato col fatto che solo chi faceva parte della Chiesa poteva salvarsi.
Discutibile quanto si vuole sul piano, diremmo oggi, delle libertà, questa disposizione –che finì per assumere carattere di obbligarietà poichè era l´unico atto che dava cittadinanza e diritti civili- ha consentito la creazione di un’anagrafe delle anime che coincide largamente e anticipa di oltre due secoli l´anagrafe civile.
Non sappiamo quanti giorni dopo la nascita venisse impartito il sacramento a Montescaglioso. Recenti ricerche hanno dimostrato che, come se fosse proprio l’atto battesimale a insufflare l’anima nell’individuo, i medici del Seicento praticavano il parto cesareo per giungere in tempo a spargere acqua santa sui feti in pericolo di vita. E pazienza se la salvezza eterna del bambino era pagata con la morte della madre.5
E’ presumibile che, di norma, il battesimo si facesse a un paio di giorni dalla nascita, ma poichè l’atto richiedeva la partecipazione di una pluralità di persone (celebrante, testimoni, genitori) poteva capitare che si dovesse rimandare oltre. Considerato che un decimo dei bambini moriva entro il secondo giorno di vita e un quinto entro il settimo, i demografi storici attribuiscono ai registri dei battesimi una sottostima delle nascite reali fra il 2 e il 4%.6
Un altro serio problema che si pone quando s’iniziano a registrare i battesimi è quello dei cognomi. La gente comune non ne aveva e nelle piccole comunità non se ne sentiva neanche l’esigenza. Nome e cognome derivato da un patronimico (Minico de Luca), un mestiere o una carica (Andrea Baccaro, Erario e Salinari per le gabelle), la provenienza, Giuseppe de Motula, un difetto o un pregio (Bascio, Gagliardo) o un soprannome (Sparagina, Pisaturo, Cardone), bastava a rendere tutti identificabili. Ma nei Comuni mercantili che cominciarono a svilupparsi economicamente e demograficamente grazie all’attività delle corporazioni artigiane, l’esigenza di codificare i dati personali degli artieri impose già nel XIV-XV secolo una loro regolazione: solo così i discendenti erano ammessi nella stessa arte.7
La fissazione dei cognomi fatta dai libri battesimali serviva d’altra parte a ricordarli agli stessi proprietari ed era, per così dire, l’equivalente di ciò che è per noi l’ora esatta del Galileo Ferraris di Torino o quella a longitudine zero di Greenwich. D’altra parte ancora ai primi del secolo scorso era analfabeta l’80% della popolazione lucana e nel resto d’Italia la media era di poco più bassa, ma anche fra molti degli istruiti il saper leggere e scrivere svaniva per mancanza di pratica. Non ci si crederà, ma molte lettere di quell’epoca - dirette ad autorità e, si presume, scritte col massimo impegno- sono firmate in modo diverso dal cognome anagrafico. Controprova ne è che quasi ogni cognome fra quelli riportati su http://www.ellisisland.org/ - il sito statunitense che ospita un archivio elettronico con i dati dei 22 milioni di emigrati sbarcati a New York fra il 1892 e il 1924- si presenta con qualche variante. Non sempre erano gli addetti alla compilazione delle liste di imbarco sulle navi a scrivere male ciò che il passeggiero dettava.
Ma è apriamo finalmente il primo libro dei battesimi con i nomi di quanti ricevettero il sacramento dal 1565 al 1670. A quanto se ne sa, la parrocchia di San Pietro, l’attuale Chiesa Madre, era l’unica in cui si praticasse, quindi i primi montesi a denominazione d’origine controllabile, son tutti là.
Chi scrive non ha particolari competenze al riguardo, ma, considerando il tempo trascorso e le condizioni dell’ambiente in cui in passato era tenuto, definirebbe discreto lo stato di conservazione del volume.
Fascino, suggestione, emozione, non ci sono che queste parole plastificate dall’abuso per indicare ciò che si prova aprendolo. Le annotazioni a penna d’oca, una grafia spesso incerta, in qualche pagina un po’ della cenere usata per asciugare l’inchiostro, in qualche altra ciò che rimane di un moscerino spiaccicato... Il pensiero va al celebrante – ai celebranti, le grafie sono diverse e qualcuna fa pensare a chierici di una certa cultura, altre a preti contadini o artigiani dalle mani non affusolate -, al gruppo raccolto attorno al fonte battesimale, al pianto del battezzando, alla povera festa del dopo battesimo.
Deo gratias, jjrazziaddii, l’inverno è finito, ma il freddo di febbraio e le giornate di tramontana, il gruppetto uscito dalla Chiesa Madre lo ricorda ancora chiacchierando sul sagrato, sotto il solicello dell’incerta primavera dell’anno del Signore 1565, a Monte...
Fregi con la scritta “Laus Deo” sul libro dei battesimi del 1568
Affrontando la prosa - resa ancora di più incerta decifrabilità da qualche macchia di umidità- delle scritture battesimali, pagina dopo pagina, sfila il corteo di antenati dalle porte dell’antica Chiesa Madre – quella attuale è un rifacimento - e si riversa per la Monte di allora.
Le donne si chiamano Altabella, Carmosina, Catarina, Cornelia, Costanza, Diana, Dianora, Desiata, Dominica, Donna, Figula, Geronima, Grisanzia, Isabella, Lucrezia, Perna, Porzia, Rosa, Stella, ecc.. Fra i maschi si sprecano i Giovanni, i Cola (Nicola), i Nardo (Leonardo) e, per buona misura, i Colanardo. C’è un solo Rocco, per di più usato come secondo nome per Joan Rocho Anglares, figlio dell’ufficiale spagnolo Francesco e tenuto a battesimo da un altro spagnolo, Isidoro Baldassarro. Il nome è appena un po’ più usato al femminile (Rocca, roccia a presidio e difesa della cristianità; anche grazie, sembra di capire, al fatto che c’era una cappella fuori le mura con lo stesso nome). Nè le cose cambieranno di molto dopo che, nel 1584, Rocco da Montpellier sarà proclamato Santo da Gregorio XIII.
Al sud ci si affidava ad altri santi. Si è già detto della popolarità di San Giovanni, ma, a un certo punto, a Montescaglioso sarà San Leonardo, cui si attribuiva la facoltà di rompere le catene dei prigionieri che lo invocassero, a battere tutti. Evidentemente era quella la tutela di cui si sentiva più bisogno e per vari secoli il santo francese da noi faticherà ad affermarsi, mentre nel centro-nord la diffusione del suo culto procedeva di pari passo con le epidemie, soprattutto la peste, che colpivano le varie zone. Ma questa è un’altra storia...
Quello che si vuole dire è che nel Cinque-Seicento il campionario di nomi a disposizione di chi comprava un figlio era molto ricco.
Per fortuna la formula, un misto di italiano e latino, è per un certo tempo la stessa: il giorno ... Don ... ha battezzato il figlio/la figlia di ... presente (da sottintendere: in qualità di testimone) ...
Non è dato sapere se qualche pagina scritta in data anteriore sia andata persa, ma il primo montese ufficiale è presentato al fonte il 15 aprile 1565 ed è chiamato Gioan Berardino dal padre Pascalo. Un’abrasione rende incerta la lettura del cognome di quest’ultimo: forse è de Jannarella. Il padrino è Marciello di Pistizzo, la madrina Antonia, il celebrante Don Angelo Garbellano. Le cose vanno decisamente meglio con la seconda neonata battezzata il 19 aprile. Si tratta di Angila Camilla, figlia di Dominico da lo Conto, il padrino è Raduano de Raduano, la madrina Cania, il celebrante lo stesso Garbellano. Con il terzo si va sul velluto: Die 22 Ap(ri)li donno pretro de diana have battezato lo figlio di dominico de yura n(omin)e gioan berardino presente cola de giusoeo. In lingua: il 22 aprile Don Pietro De Diana ha battezzato il figlio di Domenico De Iura con il nome di Giovan Berardino alla presenza di Cola De Giosuè.
Fra l’aprile e l’ottobre del 1565 vengono battezzati 95 bambini; nell’anno successivo, fra maggio e dicembre, 110. Per il 1567-1568 i dati coprono l’intero anno e i battezzati risultano 157 e 227.
Nella seconda pagina relativa al 1569 un’annotazione informa che parroco, cantore e ogni altro sacerdote, sono stati rinchiusi nel carcere di Matera per ordine del vescovo. Per quale motivo? Tergiversabantur, che è come dire che battevano la fiacca lasciando passare troppo tempo fra nascite e battesimi con il rischio, si è già detto, che qualche animuccia andasse perduta. Nella stessa nota si dice che la compilazione del registro è affidato a Don Andrea Cappellano e Vincenzo Gatti, diacono. Dopo pochi giorni però i celebranti risultano gli stessi di prima, probabilmente la pena era stata condonata. Le registrazioni si fanno però più accurate, per grafia e completezza, e frequenti. L’annotazione eodem die, nello stesso giorno, che indicava che in passato i sacerdoti aspettavano l’accumulo, per cosi dire, di un certo numero di bambini prima di mettere la stola, diventa meno frequente.
Il miglioramento del servizio non porta però, almeno per quell’anno, a un aumento dei battezzati che, anzi, si riducono a 191. La tendenza si rafforza nel 1570 quando i battesimi scendono a 129 e si stabilizza nel 1571 con 135 nuovi nati. Nel 1572-’73-‘74 arriva la ripresa con, rispettivamente, 206, 219 e 213 battesimi.
Con il passare del tempo le sobrie scritture dei primi anni lasciano il posto a grafie più manierate e trombe, pennacchi e qualche ornamento benaugurante-scaramantico si affianca all’annotazione dei dati di qualche battezzato. La novità arriva nel 1570 con il bernaldese (?) Don Leonardo Troiano. Il particolarismo del Seicento si preannuncia anche in queste piccole cose, nella commistione di sacro e profano, pubblico e privato.


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Gli atti di battesimo di Ruggiero Pilato e di Giovan Leonardo Gagliardo arricchiti da fregi particolari

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Una figura atletica regge la Chiesa nell’annotazione per l’elezione dei nuovi sagrestani. Questo ruolo era riservato ai religiosi non ancora ordinati sacerdoti. In basso, a destra, un tentativo di poesia religiosa.
Chi scrive ha inserito in un archivio elettronico8 i dati completi dei nati fra il 1565-’68 e il 1574-’84. Dei 583 nominativi del primo gruppo 287 sono maschi e 280 femmine; dei 1072 del secondo, i maschi sono 547 e le femmine 524. Secondo la demografia storica, il rapporto numerico fra i sessi alla nascita misurato sui grandi aggregati è di 105 maschi per ogni 100 femmine. I dati montesi denotano perciò grande precisione nelle registrazioni.
Da un campionario sulla stessa piccola banca dati si rileva che il celebrante più richiesto è il Don Angelo Garbellano già incontrato. A lui tocca officiare in 172 cerimonie, contro le 136 di Don Giovanni Lenge, le 102 del Parroco Don Florino Palazzo, le 98 di Don Pietro De Diana, le 36 di don Marco Siniballis, le 29 di Don Ruggiero Cantarella, le 8 di Don Pietro Nardiello, le 5 di Don Pariso Cappellano. Si tratta del don Cappellano, si ricorderà, non coinvolto nell’arresto del Capitolo del gennaio 1569, ma non per questo - restiamo nel campo delle supposizioni – molto popolare. Molto più amata doveva essere Altabella di Fascilla (un cognome per un mestiere, come sarà qualche decennio dopo per Benedetta Vintrella!), mammana (levatrice) e madrina di successo, seguita dalla concorrente Galolla, detta Lolla, di Scanniello. Bisognerebbe loro dedicare una strada, magari una di quelle attorno alla Chiesa Madre o sulla Torre, perché fu grazie alla loro opera che il paese si riempì più che per l’arte di Ferranto De Leonardis, il primo dottore in medicina incontrato in questa rassegna.
Le cifre sulle nascite annuali si riferiscono a un campionario assai piccolo e non hanno pretese di completezza, ma l’instabilità dei dati segnala alcuni fenomeni. Da una parte l’estrema precarietà in cui, non diversamente che nel resto d’Europa, si viveva in quegli anni, dall’altra il carattere aperto della comunità-Montescaglioso e l’attrazione che esercitava sulle popolazioni costiere. A spingerle lontano dal mare era la minaccia della pirateria saracena. Forse ancora di più le tremende tasse che dovevano servire a costruire le torri, non più solo di avvistamento, e mantenere la soldataglia che le presidiava. Non si trattava di cosa da poco: nella seconda metà del Cinquecento furono apprestate trecentoquaranta torri-fortezze di cui circa un terzo sulle coste pugliesi. Ma tutto il sud Italia era l’estrema frontiera della cristianità e dell’impero spagnolo e come tale era difesa. Purtroppo a spese delle popolazioni direttamente minacciate.9
Si vuol dire con questo che i fortissimi aumenti che si registrano in alcuni anni, sono dovuti all’arrivo di famiglie scappate dalle coste pugliesi e calabresi o formate dagli spagnoli mandati di rinforzo in presenza dell’aumentato pericolo. La nazionalità ispanica di vari padri è esplicitamente citata in vari atti.
Ma non sono questi i soli forestieri individuabili in questi documenti. Senza voler qui entrare nella controversa materia che studia i cognomi, molti individui si direbbero provenienti dal nord Italia come attestato da toponimi come Bolognese, de Sena (di Siena), Genuese, Lombardo, Paduano, Raduano, Siciliano, Venezia, ecc. Lo stesso indizio si ripresenta in modo ancora più evidente con l’indicazione della provenienza di molti padrini di battesimo: Catanzaro, Napoli, Nocera, Campobasso, Ascoli, Rimini, Parma, Bergamo, ecc..
Spesso sono qualificati come mastri. Mastri di che? Muratori, scalpellini-scultori probabilmente, alcuni lavori nell’Abbazia benedettina erano ancora in corso...
Ancora più interessante è la presenza di alcune famiglie ebraiche. Le attendibili ricerche fatte su Puglia, Calabria e Campania ne hanno evidenziato la presenza dopo la cacciata dalla Spagna e dalla Sicilia nel 1492, ma una loro discreta presenza è rintracciabile anche in Lucania.10
Tralasciando i pur presenti Judeo, Judio, Judis, Brayco, lo Braico, ecc., così chiamati per indicare qualità vere o presunte degli individui cui furono dati, e i tanti cognomi usati dagli ebrei (fra i quali Rossi), ma non per questo indicatori di sicura ebraicità di chi li porta, rimane una famiglia Veneciano e, ancor più, una famiglia D’Ascoli o D’Ascolo che i figli li battezza, ma li chiama Rabina e Teodora.

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Atti di battesimo del 1565
- Il giorno 6 maggio Don Florino Palazzo ha battezzato la figlia (di) Antonio, alias Calzo di Greta, col nome Porzia e Marta, testimone Jacobo di Catanzaro;
- Nello stesso giorno Don Marco Sinibaldi ha battezzato la figlia di Paulo di lo Palazzo col nome Angilla (Angella) e Rosa, testimone mastro Andrea Baccaro;
- Nello stesso giorno Don Angelo Garbellano ha battezzato la figlia del Magnifico Salvo (Salvatore) D’Ascolo col nome Rabina e Teodora, testimone mastro Andriano d’Aspriello;
- Nello stesso giorno Don Angelo Garbellano ha battezzato la figlia di Agostino d’Adoranto col nome Angilla e Dianora, testimoni Cola di Antonio di Brayco e Rosa di Critao (?)
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Nota: la riproduzione totale o parziale del testo è consentita a condizione che se ne indichi l’autore. Non è invece permesso l’uso delle immagini.
- P. Antonello, Gadda e il darwinismo, in http://www.arts.ed.ac.uk/italian/gadda/.
- J. Joyce, Ulisse, Mondadori 1973, p. 27.
- J. Joyce, Ulisse, cit., p. 33.
- R. Queneau, I fiori blu, traduzione di I. Calvino, Einaudi)
- G. Lerner, Se ritorna la battaglia delle anime, in http://www.informazionecorretta.com/
- Del Panta-Rettaroli, Introduzione alla demografia storica, Laterza 1994, p.60.
- Ib. p. 39.
- La banca dati è stata sviluppata su Access da Francesco Dattoli, che qui ringrazio, e comprende 44 voci di cui 40 sono indici di ricerca.
- AA.VV, Napoli e Filippo II.La nascita della società moderna nel secondo Cinquecento, Macchiaroli editore 1998, pp. 64-65.
Guardavo con attenzione il disegno di Montescaglioso del 600 e mi sono venuti alcuni dubbi
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Qualcuno sa rispondermi?