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Storia



San Rocco, i ras e l’arciprete

È proprio vero che noi montesi siamo amanti dei fessi avranno pensato in tanti nel vedere il mottolese che mostrava i pugni e sbraitava in faccia al loro arciprete.

I fessi, nella sfumatura paesana del termine, erano quelli che si davano arie da personaggi importanti e magari sapevano la strada per arrivare all'anticamera o all'orecchio del deputato, del prefetto, del federale. Spesso si trattava di "forestieri" che, arrivati in paese senza neanche gli occhi per piangere e accolti con amicizia, o almeno condiscendenza, una volta rimpannucciati si mettevano a "tirare calci".

E un ingrato si era rivelato il calzolaio piovuto da Mottola al seguito del figlio impiegato presso la Banca Popolare di Montescaglioso. Infatti, appena questi, P.G., della banca aveva preso la direzione effettiva, il padre aveva cominciato ad atteggiarsi a notabile. Quando poi, in mancanza di altri papabili e in ossequio al dettato mussoliniano di fare "largo ai giovani", il ragionier G. era stato nominato anche podestà, il padre era diventato incontenibile. Tanto che i carabinieri scriveranno di lui che « in dipendenza della carica del figlio va assumendo l'importanza di un primo [sic] podestà [...] e che sia uno di quelli che disseminano discordia in paese con il male indirizzare il figlio».

Oltretutto si trattava di individuo dai precedenti, anche politici, poco edificanti poiché prima del fascismo era stato "uno dei più accesi rossi" della provincia di Taranto. E, per di più, non si era mai curato di far dimenticare il passato chiedendo l'iscrizione al fascio. Nonostante tutto ciò, aggiunge l'informatore, " in qualsiasi manifestazione è primo fra le autorità in posti che non gli spettano" e influisce sul figlio "per far ottenere favori ai cittadini che a lui si rivolgono per qualsiasi cosa".

 

La scena cui si accenna all'inizio si svolge il 14 agosto del 1938, in un momento di una certa solennità per la comunità, l'inaugurazione del Carro trionfale per la festa di San Rocco. Sono le dieci e mezza del mattino e la folla che si é raccolta sulla piazzetta dei Cappuccini, dopo aver seguito la benedizione del Carro impartita dall'arciprete Don Pasquale Simmarano, si prepara ad ascoltare il panegirico del Santo che sarà tenuto da un frate. Ed è precisamente in quel momento che il padre del podestà si mette ad urlare al sacerdote: «Volete comandare sempre voialtri ed a modo vostro!».

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Bianca Guidetti Serra, ho imparato tutto da una contadina

Fra le tante persone, anche anonime, che lei ha incontrato, ne ricordi una che le fa piacere, che la commuove ancora.
«Non è facile. Forse Vincenza Castrìa, una contadina meridionale che mi mandò questo libro, Montescaglioso 1949, sull’occupazione delle terre, cui aveva partecipato. Quando venne a Torino, per parlare di quel movimento, fu ospite a casa mia. Diventammo amiche, ci scrivevamo spesso, è stato per me un rapporto importante: faceva parte di quella gente che ha voluto dare senza che nessuno chiedesse».

una piccola ma significante nota su un personaggio storico della vita Montese.

vi allego il link:

 http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cultura/200905articoli/44144girata.asp

Buona Lettura

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Francesco Saverio Nitti

Francesco Saverio NittiFrancesco Saverio Nitti

Il 20 febbraio del 1953 morì a Roma il lucano Francesco Saverio Nitti, aveva 85 anni e alle spalle una vita spesa per la famiglia e il Paese.

La famiglia e gli amici l’avevano amato e stimato molto, il Paese politico non proprio.

Pur essendo senatore, morì da consigliere comunale, eletto nella lista civica di Roma nel 1952, perché ormai si sentiva lontano dalla politica dominante di quegli anni, lui che aveva ricoperto cariche politiche importantissime e che si era fatto strada grazie alle notevoli capacità e ai meriti conquistati sul campo, si dice oggi.

Alla sua morte fu ricordato soprattutto all’estero, nei Paesi di tradizione liberale e democratica che avevano espresso le maggiori preoccupazioni quando Nitti, più di trent’anni prima, era stato costretto a dimettersi da Capo del Governo, mentre si faceva avanti un’Italia bramosa di “azione”e “ardimento”. Fu quella stessa Italia, quella fascista, ormai consolidata nell’ardimento, che lo costrinse ad abbandonare il Paese e a rifugiarsi prima in Svizzera e poi in Francia. Non gli mancò neanche l’esperienza delle SS nel 1943, quando fu prelevato e deportato in Tirolo.

Tornò libero nel maggio del 1945 e rientrò in Patria, dove riprese con entusiasmo e passione a fare politica per ricostruire l’Italia, partecipando ai lavori della Consulta prima e dell’Assemblea Costituente poi. Senatore della Repubblica, nel 1947 fu incaricato dal presidente De Nicola di formare il governo, ma non ci riuscì.

Anche l’Italia, comunque, gli tributò onore: ebbe funerali di Stato.

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La Marcia di Turenna dall’Epifania all’Arlesienne di George Bizet

La Marcia di Turenna

dall’Epifania
all’Arlesienne di George Bizet

Pietro Andrisani

e-mail: pandrisani@libero.it

Il sei gennaio il mondo cristiano di fede cattolica celebra l’anniversario del battesimo di Gesù con l'Epifania che, unitamente alla Pasqua, al Natale ed alle Pentecoste, viene ritenuta una delle ricorrenze più attese dell’anno[1]. Per gli uomini di osservanza o di sola obbedienenza cattolica l’Epifania è una festività composita, che contempla e celebra il battesimo di Cristo, il primo miracolo da lui compiuto con la conversione dell’acqua in vino e l’adorazione dei Re Magi davanti a Gesù Bambino visto nella sua natura di uomo e di Dio. Quest’atto devozionale viene inteso come unione o conversione dei Gentili al Giudaeismo ed interpreta l’evento festivo della regale potestà, dell'umana mortalità e della divina maestà del Messia.

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Natale, Solstizio d’inverno, Rinascita del Sole o Capodanno?

  Natale, Solstizio d’inverno,

Rinascita del Sole o Capodanno?

Pietro Andrisani
e-mail: pandrisani@libero.it

Fino ad alcuni anni fa il noto detto Natale con i tuoi si traduceva sistematicamente in fatti: ci si riuniva tra parenti nelle case paterne o dei nonni o, comunque, in quelle più centrali ed ospitali dei consanguinei. Si trascorrevano ore liete degustando piatti e leccornie del luogo propri di quella festa tra colorite narrazioni di reminiscenze domestiche. Davanti al presepe, avveniva il rituale scambio di doni e dei consueti auguri intonando tradizionali pastorali e nonne[1] tramandati, per imitazione, da chissà quante generazioni. Infine, intorno ad uno o più tavoli, il parentado giocava a carte o a tombola; snocciolando frutta secca, degustava vini novelli fra scambi di vedute su fatti di cronaca familiare o di natura politica – questi ultimi argomenti non mettevano d’accordo nessuno – ma anche sulle origini e sul significato del Natale, ritenuto il più ragguardevole evento dell’anno.

La data, si sa, è convenzionale essendo stata scelta all’inizio del IV secolo per contrapporre un novello Natale ai festeggiamenti dei Romani che allora, con un cerimoniale assai suggestivo e misteriosofico, celebravano ancora la nascita del dio Mithra, identificata col Solstizio d’inverno ovvero, La Rinascita del Sole (νεα γηενεσισ)[2]. Studiosi del ramo sostengono che vi è una diretta connessione tra il dio Mithra e l’aureola d’oro posta sul capo del Bambino Gesù in quanto essa sta a simboleggiare la rinascita del Sole dell’anno nuovo, il solstizio d’inverno[3].

Anche la liturgia cattolica romana, fino al Concilio Vaticano II, la notte di Natale ricordava[4] il mistero dell’incarnazione di Gesù con un sontuoso cerimoniale ricco di solenni canti gregoriani e di inni sacri non liturgici d’intonazione prevalentemente agreste. Il rito prevedeva la celebrazione di tre Messe: la prima a mezzanotte, la seconda all’aurora ed al mattino, la terza. Quest’ultima rappresentava una liturgia speciale perché composta per la martire Sant’Anastàsia (dama romana di origine greca morta nel 304), ed intesa come offerta sacrificale che prometteva resurrezione, per assonanza col vocabolo anàstasis (αναστασις) che vuol dire, appunto, rinascita, redenzione.

Dal 336, data ufficiale del primo Natale cristiano, per lunghissimo tempo, rispettabili teologi hanno sostenuto che il 25 dicembre, giorno della redenzione (αναστασις) per il distacco di Cristo dall’organo materno, si doveva identificare come il primo dell’era cristiana e dell’anno.

Altri, interpretando in diverso modo il primo emistichio del quattordicesimo versetto del Vangelo giovanneo, Verbum caro factum est[5] decisero di ribaltare la prima verità affermando che il Verbo si era fatto carne non al momento del distacco di Cristo dal seno materno ma esattamente nove mesi prima, quando il Padreterno, mediante l’Angelo Gabriele, riponeva il seme del cristianesimo nel vergineo seno di Maria.

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Solstizio d’inverno ossia La rinascita del Sole

Solstizio d’inverno

Ossia

La rinascita del Sole

Pietro Andrisani

pandrisani@libero.it

Nei rituali delle Istituzioni contemplanti un cerimoniale ricco di valori simbolici, i giorni che danno inizio alle stagioni dell’anno solare hanno sempre segnato date assai significative sotto il profilo misteriosofico e festivo. Esse venivano celebrate con drammi liturgici rievocanti il rinnovamento della energia vitale della Terra, il passaggio dalla acerba innocenza dell’inverno alla gaia pubescenza, all’aspetto magico, prodigioso e sognante della primavera che, a sua volta, preludia alla maturità fisiologica, alle considerazioni razionali e meditate che si configurano nella pienezza dell’estate.

Queste ricorrenze diedero inizio al simbolismo greco-latino degli equinozi e delle porte solstiziali dell’inverno e dell’estate rappresentate dalle due facce del dio Giano ed espletate con celebrazioni imbevute di contenuti di natura coreutica-musicale.

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"L'acetosa sollevò il capo" di Antonio Pallottino

Nell’ambito del Protocollo d’Intesa tra le Province di Torino e di Potenza, sabato 1° dicembre, alle 15, nell’Auditorium di via Valeggio 5 a Torino, sarà presentato il volume di poesie “L’acetosa sollevò il capo” di Antonio Pallottino. Nato a Rionero in Vulture l'8 febbraio del 1943, Antonio Pallottino si è laureato a Milano in Storia e Filosofia e, come docente delle medesime discipline ha prestato la sua opera presso il Liceo Classico della sua città natale.Vincitore di numerosi premi letterari, ha fondato la compagnia teatrale Gruppo 8 e, attualmente, collabora a riviste locali e nazionali. E' autore di diverse recensioni letterarie. Il volume “L'acetosa sollevò il capo” è dedicato all'eccidio avvenuto nel suo paese natio il 24 settembre del 1943. Nella premessa l'autore spiega i motivi che l'hanno indotto a cimentarsi su questo argomento: egli sente il dovere morale di raccontare come si svolsero i fatti tragici avvenuti in Rionero e di rammentare alle future generazioni che non bisogna dimenticare, poichè solo sul passato è possibile costruire il presente e il futuro. Il quadro storico di riferimento che fa da sfondo a tutta l'opera è quello della Resistenza. Siamo in piena occupazione tedesca e in tutto il Paese il popolo dà prova di grande eroismo, resistendo al nemico che, prima di ritirarsi, saccheggia, distrugge, uccide. Anche a Rionero furono trucidati diciotto giovani innocenti che il poeta ricorda ad uno ad uno, chiamandoli col proprio nome e cognome. All’appuntamento letterario saranno presenti: il presidente della Provincia di Torino, Antonio Saitta, il presidente della Provincia di Potenza, Sabino Altobello, gli assessori alla Cultura, Valter Giuliano (Torino) e Giuseppe Telesca (Potenza), il sindaco di Rionero in Vulture, Antonio Placido e il vicepresidente del Consiglio Regionale del Piemonte, Roberto Placido. Antonio Bruno si occuperà della lettura antologica delle poesie di Antonio Pallottino mentre Antonio Labate le abbinerà con l’aspetto musicale.

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