IL PROFUMO DELLA GINESTRE
Parte prima
I miei ricordi dai primi passi al terremoto dell’80
Capitolo primo
Sono le serate come questa che affacciandomi alla finestra e vedendo il paesaggio avvolto di una folte nebbia mi riporta alla mente la collina sulla quale sorge un piccolo paese che dall’alto domina le valli attraversate a destra dal fiume bradano e a sinistra dalla gravina e che tagliando in due il paesaggio murgioso delle terre confinanti tra Puglia e Basilicata si snoda tortuoso e profondo verso il mar ionio.
In uno dei quartieri più antichi di questo piccolo comune ebbi vita e li trascorsi i miei anni fino a quando spinto dalla necessità di assicurare alla mia famiglia un minimo di tranquillità economica dovetti prendere la cosiddetta valigia per cercare lavoro in lontane terre del nord dove ancora vivo con la speranza di poter un giorno fare ritorno nelle terre che da fanciullo imparai ad amare.
Era la seconda metà degli anni cinquanta e il mio che era un quartiere abitato per lo più da famiglie contadine era il posto dove era possibile parcheggiare per la notte i traini pronti per rimettersi in moto alle prime luci del giorno e portare nei campi gli uomini e le donne addette alle coltivazioni della terra. Il buio avvolgeva l’intero quartiere e a noi bimbi non pareva vero di essere padroni indiscussi della sera e di quei traini tutti nostri dove poter fare mille giochi e dove soprattutto poterci nascondere per i primi approcci amorosi con le ragazzine del quartiere. Niente di veramente importante, ma per noi era la cosa più fantastica che potesse succederci, visto la totale assenza di qualunque discussione sull’argomento da parte delle nostre famiglie e anche dei ragazzi più grandi che evitavano in tutti i modi di parlare di sesso con noi più piccoli. Quindi dovettimo scoprire ed imparare da soli la nostra sessualità e nascosti sotto i teloni dei traini cominciare le nostre prime masturbazioni collettive e i primi approcci con le nostre coetanee.
Prima dell’alba il silenzio della notte veniva di colpo interrotto da mille rumori. Voci di donna che chiamavano i vicini e si davano appuntamento per partire, i muli che venivano attaccati ai traini, scalpitio di zoccoli di cavalli e ragli di asini.
Il paese si era svegliato, quello che per alcune ore era sembrato un paese di fantasmi di colpo si era riempito di vita, ognuno pronto a riprendere il proprio lavoro nei campi, sia uomini che donne ognuno sapeva che un’altra giornata di duro lavoro li aspettava pur di portare a casa quel minimo indispensabile che servisse alla propria casa.
Di giorno in paese restavamo solo noi ragazzi e gli anziani che dovevano prendersi cura di noi quando tornavamo da scuola. Del resto anche il loro compito non era poi meno impegnativo dato che oltre a dover sopportare delle vere e propri pesti quali eravamo dovevano anche accudire la casa, rammendare i vestiti e preparare la minestra per la sera.
A parlare di questo sento quasi il profumo come se non avessi mai smesso di mangiare quella zuppa di pane raffermo ricoperto di fave e sedano cotti al pigniatello sul fuoco del camino e che si mangiava in un piatto grande posto al centro del tavolo e dove tutti dovevamo conquistarci un spazio per poter accedere alla nostra razione. Sembra quasi di assistere al film di Totò miseria e nobiltà, solo che nel nostro caso si trattava veramente di miseria, la miseria data dal non avere nulla, la totale povertà, niente acqua corrente, niente luce, solo una candela accesa per mangiare e poi subito spenta per non consumarla presto, niente fognatura, niente di niente, e pure tanta nobiltà, la nobiltà di sapere che quel piatto era il frutto di tanto sudore, di un qualcosa guadagnato onestamente e che volentieri si divideva con tutti come tanti fratelli.
Capitolo secondo
La scuola elementare che frequentavo era lontana da casa alcune centinaia di metri e ogni mattina con il mio grembiulino nero e fiocco celeste, con la mia cartella di cartone mi avviavo verso la scuola con altri ragazzi e spesso ci si arrivava senza che prima non avessimo avuto l’occasione per sporcarci in qualche pozzanghera o strapparci il grembiule nelle tante liti che avvenivano prima che si entrasse a scuola.
Il maestro aveva una bacchetta di legno che non disdegnava di utilizzare per colpirci ripetutamente sulle mani a seconda della gravità di ciò che avevamo combinato, e si tornava a casa quasi ogni giorno con le mani rosse che sembravano peperoni. Una volta a casa dovevo togliermi le scarpe che i miei mi avevano comprato e che potevo utilizzare solo per andare a scuola, mentre per il resto della giornata dovevo restare a piedi nudi, e cosi avevo i piedi pieni di tagli che mi procuravo con qualche coccio di vetro o pieno di spine che si conficcavano quando si andava a giocare giù nel vallone.
Le giornate passavano veloci, giusto il tempo di tornare da scuola, fare in fretta i compiti e via giù nel vallone con gli altri ragazzi a trascorrere le rimanenti ore della giornate tra scorrerie e giochi di banda. Le nostre giornate erano intense, piene di giochi collettivi la maggiorparte dei quali servivano per lo più per stabilire all’interno del gruppo colui che doveva essere ritenuto il capo banda . Ricordo che per alcuni anni la rivalità si era stabilita tra me e un altro mio coetaneo con il quale dovetti misurarmi in innumerevoli gare sia fisiche che di intelligenza per stabilire chi dei due alla fine sarebbe stato il capo incontrastato. Si era stabilita una sorta di parità tra noi due che alla fine ci spingeva a cercare ogni giorno delle gare sempre più difficili da superare al limite dell’immaginazione umana, fino al giorno in cui decidemmo di saltare sul letto del fiume bradano da un’altezza di diversi metri. La sorte decise che sarei stato io il primo a lanciarmi, cosi avvicinatomi al ciglio del burrone, con il cuore che batteva a mille pieno di paura chiusi gli occhi e da vero incosciente mi lasciai cadere nel vuoto. Furono attimi davvero interminabili in cui mi passarono davanti agli occhi innumerevoli pensieri fino a quando sentii un forte dolore sul fondo schiena. Aprii gli occhi e mi resi conto subito da avercela fatta, il fondo sabbioso del letto del fiume aveva attutito la caduta e io mi sentivo al settimo cielo per aver compiuto un’impresa davvero ineguagliabile. Francesco,cosi si chiamava il mio amico rivale, non ebbe il coraggio di ripetere il mio gesto, allora da quel momento io per tutti ero diventato il capo da seguire.
Capitolo terzo
Le stagioni si susseguivano con la stessa velocità con cui trascorrevano le giornate,presto arrivava l’estate, ma anche presto ritornava l’autunno e anche la riapertura della scuola. Ogni stagione aveva però il proprio fascino. L’autunno significava si il ritorno a scuola quasi sempre traumatico, ma anche il piacere di vivere una stagione piena di profumi, mio padre mi portava a raccogliere l’uva e mi permetteva di pigiarla a piedi nudi in un grosso tino che avevamo in cantina , io e mio fratello di qualche anno più grande ci sguazzavamo dentro impegnati in una gara a chi alla fine sarebbe risultato più imbrattato di mosto. Poi c’era la raccolta delle olive e la domenica io e mio fratello andavamo in campagna ad aiutare mia madre e i miei parenti. Mio padre invece in quel periodo era impegnato in un frantoio per la spremitura delle olive, anche perché era un lavoro ben pagato e con quello che riusciva a guadagnare durante la campagna dell’olio riuscivamo a tirare avanti quasi per l’intero anno. La giornata durante la raccolta delle olive era caratterizzata dai canti delle donne che in una sorta di botta e risposta si udivano da una partita all’altra e sembrava quasi che con i vicini si stesse lavorando insieme.
Uno dei ricordi dell’autunno che non ho mai perso è legato al giorno dei morti, mia nonna si raccomandava ogni anno che la sera del primo novembre si andasse a letto presto in quanto la notte tra il primo e il due era la notte dell’anima dei morti,ci raccontava della volta in cui era stata lei testimone della lunga processione di anime piccolissime che con i ceri in mano si dirigevano dal cimitero verso la chiesa madre e viceversa recitando il rosario e che a noi comuni mortali fosse negato potervi assistere pena il divenire all’istante anche noi delle anime dei morti. Mi sono sempre chiesto come mai a lei non fosse successo visto che era stata testimone di questo insolito fenomeno.sta di fatto che una volta con degli amici decidemmo di sfidare la sorte e ci recammo nei pressi del cimitero per assistere a questa insolita processione, e fummo presi da un grandissimo spavento nonché stupore nello scoprire che dai campi dove erano tumulati i defunti nel terreno si alzavano di tanto in tanto delle sottili lingue di fuoco che svanivano immediatamente nell’aria. Pensammo si trattasse di anime dei morti, e solo molto più avanti negli anni scoprii che si trattava di un fenomeno naturale dovuto alle esalazioni di gas comunemente noto come fenomeno dei fuochi fatui e che a quei tempi era possibile assistere in notti completamente buie anche grazie all’assenza di una minima illuminazione della zona. Per anni comunque non sfidai più tale destino e solo molti anni più tardi quando ormai adolescenti per una sorta di sfida con altri amici una notte ritornai nel cimitero per fumarmi una sigaretta seduto su una tomba in fondo al viale principale e poi tornarmene fuori orgoglioso ancora una volta di aver dato ai miei compagni la dimostrazione di quanto fossi coraggioso, (stupido direi oggi).
L’autunno passava e l’inverno ormai alle porte ci portava il profumo del natale, le strade si riempivano dell’odore dell’olio appena fatto in cui si friggevano le pettole e i porcelli, e i piatti si trasferivano da una casa all’altra per tutto il vicinato. Portarsi in regalo le pettole era il modo per riaffermare lo stretto legame di amicizia cosi profondamente sentito tra tutti i vicini legati da una specie di vincolo di parentela dato dal comparizia per il semplice fatto che il cugino del nipote della sorella della cognata e cosi via avesse tenuto a battesimo uno dei figli dell’altro cugino del nipote della sorella del cognato e cosi via. Il legame si perdeva nel tempo come nelle generazioni, ma per noi era come se fosse cosi vicino da essere quasi fratelli.oggi mi capita spesso magari di incontrare un mio cugino di sangue , e nel presentarlo ai mie figli sentirmi rispondere con superficialità embè chi lo conosce.
Il natale per noi era una grande festa, prima perchè le scuole chiudevano e poi anche perché il paese si svegliava dal torpore autunnale per gettarsi in una piacevole armonia natalizia che a cominciare dal giorno dell’immacolata, 8 dicembre fino alla sera del 5 gennaio vedeva numerosi gruppi di giovani dedicarsi alle serenate della cupa cupa, serenate che al suono di fisarmoniche organetti e strumenti di fortuna tipo bottiglie e mortai dove si pestava il sale, i giovani dedicavano alle proprie fidanzate o semplici amici al solo scopo di trascorrere una nottata in armonia tra una spaghettata e una bottiglia di vino o anche per assaggiare la salsiccia fresca che solitamente non mancava in questo periodo dato che quasi tutti avevano ammazzato il maiale.la sera del 5 gennaio, vigilia dell’epifania quasi d’incanto tutto finiva, per le strade non più serenate ma i cucibocche, personaggio vestito di stracci che trascinandosi dietro una grossa catena aveva il compito di cucire le bocche ai bambini armato di un grosso ago da calzolaio o da maniscalco a ribadire che le feste erano finite e che dall’indomani ognuno doveva dedicarsi nuovamente al proprio compito con la mente protesa solo verso il lavoro lasciandosi alle spalle tutto il gozzovigliare dei giorni precedenti.
I momenti di svago però non finivano del tutto, di li a poco a cavallo tra l’inverno e la primavera altri due momenti caratterizzavano la vita sociale del mio paese, uno più propriamente mondano, il carnevale, l’altro religioso, la festa di san Giuseppe. Il carnevale tipico si svolgeva in due momenti principali e molto diversi tra loro, il primo l’ultima domenica di carnevale vedeva scendere in piazza vestiti da dame e cavalieri i giovani della casta sociale più elevata, figli di artigiani in particolare che si esibivano in sfilate a simboleggiare il matrimonio e con fisarmonica ci si fermava ad ogni incrocio per dare sfoggio alle proprie abilità di ballerini tra valzer, mazurche,pizzica pizzica e tarantelle. Il secondo invece il martedi mattina ricordava il carnevale del pastore che arrivato in ritardo in paese per le feste aveva voluto lo stesso festeggiare il carnevale, e allora per il paese vedevi gruppi numerosi di ragazzi vestiti da pastori che con il suono di grossi campanacci accompagnavano l’asinello che portava in groppa un pupo di stoffa che rappresentava il carnevale e che sarebbe stato bruciato in piazza per simboleggiare la morte di carnevalone. Finito carnevale tra i due palazzi situati all’inizio del corso principale veniva appesa la quaremma con sette pupi anch’essi di stoffa che ricordavano la quaresima e le sette settimane che ci separavano dalla pasqua.
San Giuseppe era per noi ragazzi l’occasione di dimostrare ancora una volta la nostra abilità nello sfidare i ragazzi di altri rioni, per la sera di san Giuseppe si accendevano i falò in ogni rione e la sfida consisteva nel realizzare il falò più grande e duraturo di tutto il paese. Si cominciava con la raccolta della legna già da diverse settimane prima, recandoci a tagliare le ginestre giù nelle scarpata che portava alla stazione. In questo periodo le ginestre erano colmi di fiori gialli ed emanavano un intenso profumo che si percepiva fin dalle prime case dell’abitato. Ancora oggi ogni volta che ritorno al paese e con la macchina mi inerpico per la strada tortuosa che attraversa la zona delle ginestre mi sembra di rivivere quegli indimenticabili momenti al punto di sentire ancora quel dolce profumo e che mi accompagna da tutta la vita.
Le ginestre si accatastavano a montagne per le vie del paese, e al momento di bruciarle la sera del santo liberavano al cielo migliaia di piccole scintille volteggianti e scoppiettanti, e tanto più era forte lo scoppiettio tanto più noi ragazzi eravamo contenti della riuscita del falò.
A pasqua si era già in primavera e i campi ormai pieni di mille colori ci offrivano per intera la bellezza dei nostri colli e le nostre valli. Dal colle del belvedere potevi vedere in lontananza l’intero golfo che abbracciava la città di Taranto, e la limpidezza dell’aria ci riempiva di autentica gioia, l’inverno era alle spalle, la scuola stava per finire e finalmente sarebbe arrivata nuovamente la tanto desiderata bella stagione. Però era ancora presto per smettere i vestiti pesanti. Però noi approfittavamo lo stesso delle belle giornate per le uscite e le scorribande giù per le valli a raccogliere gli steli di cucassedda, una specie di pianta pelosa dall’estremità appuntita a forma di ago che di sera lanciavamo tra i capelli delle ragazze nel corso, o a scavare le radici di liquirizia che nella zona tra fontana di grillo e fontana di garza cresceva copiosa e anche a poche decine di centimetri di profondità. La primavera è sempre stata una delle stagioni dell’anno che io preferivo, il clima era veramente fantastico, ne troppo caldo e neanche troppo freddo, era la stagione dei falchetti che noi andavamo a catturare con autentiche scalate sui muri dell’abbazia fino ai buchi in alto dove si trovavano in nidi. La pasqua riportava nelle case il profumo delle pastarelle con la buccia di limone che le nostre madri si apprestavano a fare in vista della festa.Un altro odore che caratterizzava il periodo era dato dal profumo di sapone misto a cenere che le massaie facevano bollire in grossi calderoni al fine di fare le pulizie primaverili che di fatto investivano tutta la casa. Ogni cosa veniva tirata fuori dagli stipi per essere lavati, i mobili spostati o tirati fuori dalle case per poter passare sui muri una pittura a base di calce viva che aveva la doppia funzione di imbiancare e anche di igienizzare tutta la casa, e io come al solito approfittavo per rovistare tra le masserizie al fine di trovare qualche cosa nascosta da poter mettere sotto i denti, e come al solito riuscivo sempre a scoprire il sacchetto di tela bianca dove mia madre conservava i fichi secchi ricolmi di polvere bianca simile per aspetto e sapore allo zucchero e che a me piacevano tantissimo.
Il primo maggio, festa dei lavoratori, era anche la ricorrenza della madonna delle murge, e visto che la scuola chiudeva in quella giornata ci si recava in pellegrinaggio (ma era più una scampagnata) alla chiesetta della madonna che si trovava sulle murge a ridosso della gravina a diversi chilometri di distanza. Per raggiungerla occorreva percorrere l’intero percorso a piedi lunghi sentieri scavati nel tufo dai pastori che si inerpicavano sulla fiancata della gravina con non pochi rischi di fare un volo di diverse decine di metri. Però era un rischio che valeva la pena correre perché alla fine ci si divertiva da matti in giochi di compagnia e anche perché era l’occasione per poter abbordare qualche ragazza finalmente lontane dallo sguardo e dal controllo dei genitori. La sera invece in piazza si svolgeva la festa dei lavoratori con l’immancabile banda musicale che suonava sempre e solamente l’inno dei lavoratori e bandiera rossa , e la presa del palo della cuccagna.
Ormai era l’estate, la scuola chiudeva come sempre ai primi di giugno, cosi noi ragazzetti più piccoli potevamo godere il nostro meritato riposo e trascorrere l’estate in piena libertà a correre e giocare giù per il vallone dove avevamo costruito le nostre capanne di canna tra gli alberi e giocavamo a fare la guerra con i rioni vicini con archi e frecce fatti con i ferri di supporto degli ombrelli, capitava spesso che in queste nostre scorribande qualcuno si facesse male per davvero, e allora erano dolori amari, sia per il malcapitato ma anche per noialtri che immancabilmente ci prendevamo la nostra razione di botte dai nostri genitori. L’estate era anche la stagione dei carri costruiti da noi stessi con un’asse di legno e ruote fatte di cuscinetti che riuscivamo a raccattare da qualche meccanico, cosi lanciati a tutta velocità dall’alto della piazza si percorreva tutto il vialone fino ai confini del paese.
CAPITOLO QUARTO
Fu durante gli anni delle elementari che conobbi un ragazzino che frequentava la mia stessa classe e che continuammo insieme per tutte le medie e che si sarebbe rivelato per me un incontro che avrebbe segnato per sempre la mia vita.
Intanto gli anni passavano e con essi si susseguivano le stagioni, anche il progresso cominciava a far sentire il proprio avvento, con l’arrivo delle prime autovetture e i primi elettrodomestici. Un mio zio che faceva il bidello aveva potuto comprare il primo televisore cosi tutta la famiglia ci si riuniva a casa di questo mio zio per vedere i programmi televisivi, e questa era una vera novità che avrebbe rivoluzionato le abitudini delle famiglie in modo drastico e irreversibile, fu allora che capii che ormai potevo dire addio alle serate passate attorno al camino ad ascoltare i fatti di spiriti o di briganti che ci raccontava mio padre e che a me piaceva tantissimo ascoltare.
Gli anni che seguirono furono gli anni in cui vidi trasformarsi i miei interessi, i giochi e le scorribande mi interessavano sempre meno, mentre vedevo crescere in me il desiderio di confrontarmi con realtà completamente diverse, cosi affascinato dalla vita associativa frequentai per alcuni anni la locale associazione scautistica spinto anche dalla vita avventurosa che ci veniva offerta con le frequenti uscite o i periodici campeggi.
Intanto però avevo continuato a coltivare l’amicizia con quel ragazzino che mi portavo dietro dalle elementari.
Franco era figlio di un dirigente comunista che aveva fatto la storia del movimento comunista a Montescaglioso, arrestato con altri comunisti en braccianti durante le occupazione delle terre aveva sposato successivamente la vedova di un bracciante ucciso dalla polizia di Scelba nella notte del 12 dicembre del 49 quando a seguito degli arresti operati tutto il paese si era riversato nelle strade per protestare e chiederne la scarcerazione, durante quella manifestazione la polizia sparò e rimase ucciso Giuseppe Novello mentre altri braccianti rimasero feriti.
Vincenza la mamma di franco era un’ottima cuoca e soprattutto sapeva preparare degli ottimi dolci che noi amici di franco divoravamo con vero gusto, fu cosi che cominciai a frequentare quella casa e a leggere i primi giornalini che parlavano di antifascismo e di lotta di classe.
La mia era una famiglia di braccianti comunisti, non propriamente attivisti,ma indubbiamente comunisti, e lo si capiva dai discorsi che si facevano a cena soprattutto durante le campagne elettorali quando si commentavano i comizi che si erano tenuti in piazza, quindi le prime idee che gia in me si stavano formando in famiglia trovavano ora riscontro nella frequentazione di quel ragazzino e della sua casa.
Mio padre da sempre contadino, figlio di contadini, aveva deciso di diventare bracciante quando dopo la mia nascita mia madre si era ammalata e non poteva quindi essere più di nessun aiuto nella conduzione dei terreni allora coltivati per lo più a mezzadria, e i pochi ricavi ottenuti dalla vendita dei prodotti dei nostri campi non permettevano un adeguato sostentamento alla famiglia, mentre il lavoro di bracciante gli permetteva quantomeno di guadagnare il minimo indispensabile, per questo a secondo dei periodi era dedito alle varie lavorazioni dei campi di altri dato anche la sua grande capacità di persona veramente specializzata nella potatura e nella conduzione dei vigneti.
Le radici socialiste della famiglia di mio padre come anche quella di mia madre si perdevano nel tempo, gia alla fine dell’8oo la famiglia di mio padre aveva avuto modo di avere contatti con il movimento socialista materano quando uno zio di mio padre tornato dopo decenni dalle guerre di indipendenza non avendo trovato lavoro si era aggregato alle bande di briganti che in Basilicata si erano costituite dopo l’unità d’italia, in particolare la banda che operava nelle campagne di Montescaglioso e Bernalda capeggiata dai briganti ninga nanna e nannanea era dedita soprattutto alle scorribande nelle masserie dei signorotti e padroni locali distribuendo poi il frutto delle razzie tra le popolazioni più povere della Basilicata. Fu durante una di queste scorribande che questo nostro congiunto venne arrestato e successivamente fucilato ai piedi della colonna di san Rocco e tutta la famiglia fu costretta ad assistere alla sua esecuzione.
Dai racconti di mio padre, dal modo in cui questi uomini toglievano ai ricchi per dare ai poveri, cresceva in me il fascino per questo movimento di Robin Hood locali e sempre più forte si affermava la coscienza di classe. Ero nato povero, da una famiglia di lavoratori cha aveva sofferto e continuava a soffrire, mentre i ricchi divenivano sempre più ricchi.
Nonostante mio padre lavorasse come bracciante le nostre condizioni non erano cambiate di molto,vivevamo in quattro in una stanza di 20 metri quadrati senza fogna ne acqua, ogni giorno ci si doveva recare alla fontana del quartiere per attingere l’acqua necessari e i nostri pasti erano costituiti per lo più da cicorie selvatiche, legumi, e l’ottimo pane che mia madre faceva ogni settimana, la carne era un piatto che si consumava solo a Natale, Pasqua e san Rocco, nonostante avevamo anche dei conigli e delle galline, ma quelli erano riservati per pagare il medico che teneva in cura mia madre.
CAPITOLO QUINTO
Verso la fine degli anni 60 Montescaglioso attraversava un periodo di crisi economica veramente drammatico. Cinque anni di amministrazione democristiana e fascista dal 60 al 65 avevano vanificati gli sforzi fatti subito nel dopoguerra.La riforma agraria che era seguita alle occupazione dei latifondi invece di rendere giustizia e distribuire le terre a coloro che ne avevano diritto aveva invece innescato un meccanismo di clientelismo che vedeva l’attribuzione delle terre solo se si era raccomandati dal parroco o dalla democrazia cristiana, e soprattutto se si strappava la tessera del partito comunista.
I miei quella tessera l’anno sempre mantenuta e per questo non si videro mai assegnati nessuna quota fondiaria.
La disoccupazione negli anni 60 raggiungeva percentuali spaventose, centinaia di giovani partivano per gli stati del nord Europa in cerca di lavoro e quelli che restavano continuavano ad essere disoccupati. Sull’onda delle notizie che provenivano dal resto dell’Italia, delle grandi manifestazioni studentesche e operai del 69, anche a Montescaglioso cominciava a crescere un movimento intorno alla camera del lavoro, cosi nel febbraio del 70 fu indetto uno sciopero generale che vide scendere in piazza migliaia di lavoratori, anche a seguito della istituzione della tassa famiglia da parte del commissario prefettizio che ormai da diversi anni amministrava Montescaglioso, il municipio che allora era ubicato in un appartamento del belvedere in via delle serre fu preso d’assalto, centinaia di persone invasero il comune e rischiò di farne le spese il segretario comunale visto l’assenza del commissario prefettizio.gli scioperi e i cortei si susseguirono per diversi giorni, le sedi dei partiti e dei sindacati erano teatro ogni sera di dibattiti, in particolare la camera del lavoro era divenuto il fulcro di tutto il movimento. Fu allora che sull’onda dell’entusiasmo di quelle manifestazioni, allora quattordicenne , mi iscrissi per la prima volta alla federazione giovanile comunista italiana, e insieme con franco ci buttammo a capofitto nella organizzazione del movimento e delle manifestazioni, scrivendo manifesti a catena e organizzando gli spicheraggi, era l’inizio di un lunghissimo periodo della mia vita che avrebbe visto il mio destino legato giorno e notte a quello del partito comunista.
Sull’entusiasmo di quelle memorabili giornate di lotta a maggio si tennero le elezioni amministrative e noi avevamo candidato alla carica di sindaco un giovane di 21 anni, Toni Bubbico, vincemmo le elezioni portando in consiglio dieci consiglieri che aggiunti all’unico socialista ci dava la maggioranza, cosi nacque una nuova amministrazione di sinistra dopo il quinquennio neofascista e le gestioni commissariali. Il febbraio lucano sara sempre ricordato come l’inizio di un era storica per la Basilicata. Ci si svegliava dal torpore del clientelismo, nascevano movimenti operai e studenteschi in ogni comune lucano,a Montescaglioso la fgci diveniva il circolo pilota di tutte le iniziative, ma anche altri movimenti che non avevano alcun legame partitico crescevano e facevano sentire la propria voce, era il caso del circolo operai studenti al quale avevano aderito giovani di diversa estrazione politica e sociale tra i quali Filippo Bubbico.
Intanto l’amministrazione cominciava ad operare e una delle prime cose che mise in campo fu la redazione di un programma di fabbricazione generale, dal momento che la crescente disoccupazione era dovuta in primo luogo alla mancanza di uno strumento urbanistico e quindi al conseguente blocco dell’edilizia. l’incarico per la redazione di tale piano venne affidato ad un architetto romano, Rodolfo Buggiani il quale seguendo le line guida della sezione ma anche le proprie convinzioni di tecnico romano approntò un piano che probabilmente andava benissimo per qualche comune dell’emilia ma non certamente per i contadini montesi molto legati alla proprietà privata, che non potevano assolutamente capire le novità di uno strumento che prevedeva ampi territori da espropriare a costo economico dove far sorgere la zona di edilizia economica e popolare destinata alle cooperative (167),cosi dopo meno di due anni dal suo insediamento e anche a seguito del rifiuto del pci di permettere la costruzione di un palazzo alle porte di piazza Roma, e anche a seguito di guai giudiziari che investivano il sindaco per aver difeso dei braccianti che avevano occupato il consorzio di bonifica, l’amministrazione di toni Bubbico era costretta a dimettersi per far posto ad una nuova amministrazione sempre social comunista ma con sindaco e assessori diversi. Il piano di fabbricazione generale venne comunque approvato, i lavori edili potevano ripartire e soprattutto il palazzo in piazza Roma venne realizzato.
CAPITOLO SESTO
I movimenti giovanili crescevano comunque per conto proprio credo che mai periodo come quello degli anni 70 abbia visto tanta partecipazione di giovani alla vita politica. Intanto con franco eravamo approdati alle superiori a Matera , io all’itis e lui al magistrale, ci eravamo separati negli studi ma formavamo sempre una coppia fissa fuori dalla scuola. Cominciammo a frequentare la federazione provinciale divenendo subito protagonisti del movimento studentesco di Matera. A dicembre ci furono le occupazioni degli istituti con il primo tentativo di affrontare una esperienza di scuola autogestita. Su quelle occupazioni si è detto di tutto, che era un occasione per non studiare, per praticare l’amore libero o imparare a fumare le canne. La verità invece era completamente diversa, si costituirono dei gruppi collettivi di studio non più per classe di frequentazione ma per argomento da trattare e insieme con i professori disponibili che avevano accettato di partecipare all’esperimento si scelsero dei campi di intervento e si cominciò a studiare ed analizzare in modo analitico problematiche che andavano dalla politica all’attualità, ma anche alla storia, le scienze e le problematiche scientifiche.
Fu un esperimento che vide impegnati quasi tutti gli studenti materani e decine di professori. Per venti giorni l’autogestione andò avanti trà gruppi di studio che si effettuavano al mattino e al pomeriggio e dibattiti e concerti che si protraevano fino a notte inoltrata,per concludersi drasticamente con una carica delle polizia che una notte intervenne in modo massiccio in tutti gli istituti per sgombrare e arrestando 52 studenti oltre alle tante manganellate distribuite gratuitamente su tutti coloro che si opponevano allo sgombero. Avevano chiuso gli istituti ma non ci avevano piegati, anzi fu quello l’episodio che ci coalizzò ancora più fortemente. Scampato alla retata fuggendo da una finestra che dava sul lato posteriore dell’itis mi rifugiai con altri studenti nei locali della federazione del pci dove utilizzammo la rimanente parte della notte per stampare migliaia di volantini per la manifestazione generale del giorno dopo che vide scendere in piazza migliaia di studenti come mai la città di matera aveva mai visto prima. Io appena quindicenne con i capi del movimento tutti arrestati mi ritrovavo ora a dover gestire quella enorme fiumana di persone. Fu il mio primo comizio fatto davanti a migliaia di persone, il cuore mi batteva fortemente, ma l’entusiasmo delle migliaia di studenti che applaudiva ripetutamente mi diede la forza di continuare il comizio ed incitare tutti maggiormente alla lotta.
Dopo la manifestazione di quel giorno e dei giorni seguenti i 52 arrestati vennero rilasciati,ma ormai la miccia era innescata, Matera si preparava a vivere una stagione di lotte studentesche davvero entusiasmante, e io franco e altri compagni che intanto avevano aderito alla fgci di monte eravamo i trascinatori di tutto quel movimento. La fgci a Montescaglioso contava ormai oltre duecento iscritti, nessun circolo sia di partito sia autonomo poteva contare in tutta la Basilicata su una forza cosi consistente, fu cosi che dal circolo di Montescaglioso parti l’iniziativa di lotta che avrebbe portato di li a un paio di anni alla conquista di risultati importanti come l’abbonamento gratis a tutti gli studenti pendolari e alla nascita della casa dello studente per coloro che venivano da comuni lontani.
Oltre alle battaglie studentesche quelli furono gli anni delle grandi battaglie ideali, dall’antifascismo alle lotte di classe, dall’antimperialismo alle lotte per l’emancipazione delle donne. Erano gli anni della guerra del Vietnam, delle grandi manifestazioni sindacali, del tentativo in atto da parte delle forze reazionarie di sovvertire lo stato con la strategia della tensione; c’era stata piazza fontana e l’occupazione di Reggio Calabria da parte dei fascisti di Ciccio Franco. Anche in provincia di Matera la tensione era altissima, a Reggio Calabria il 22 ottobre del 72 i sindacati indissero una grande manifestazione nazionale per riportare la democrazia in una città ormai in balia delle barricate fasciste, da Montescaglioso partimmo in 9, io scappai di casa per partecipare alla manifestazione nonostante l’assoluto divieto di mio padre. Il corteo che doveva partire alle 9, alle 17 non era ancora partito, i fascisti avevano bloccato il percorso con delle barricate, si sparse la voce che i treni provenienti dal nord e che portavano altri manifestanti erano stati bloccati in quanto la linea ferroviaria Salerno Reggio Calabria era stata fatta saltare dalle bombe fasciste, nonostante la maggiorparte dei lavoratori non era riuscita a raggiungere reggio, eravamo comunque in 70 mila e allora i portuali di Genova decisero di forzare il blocco delle barricate e dare il via al corteo. Altre volte mi sono trovato ad affrontare situazioni di scontro frontale con i fascisti o con la polizia, ma quella fu la volta che mi è rimasta per sempre nella mente. Il corteo avanzava tra il lancio di bombe carta dei fascisti e lanci di lacrimogeni della polizia, noi stretti in un cordone ferreo del servizio d’ordine del sindacato impotenti di fronte a tanta violenza, solo a sera inoltrata quando la manifestazione fu sciolta riuscimmo a dare sfogo a tutta la nostra rabbia e scagliarci in massa nelle strade contro i fascisti e i picchiatori di Ciccio Franco, ci furono scontri violenti con feriti da ambo le parti, ma alla fine la vittoria fu totale, Reggio era libera per sempre.
Più passavano gli anni e più l’attivismo politico diveniva la mia unica ragione di vita, ormai le mie giornate le passavo tra sezione e federazione, volantinaggi e assemblee, non c’era un movimento un problema di quartiere o di categoria che ormai non mi vedeva impegnato in prima linea; la lettura di opere di uomini come Lenin o Marx avevano dato un impulso importante nella mia formazione politica, ma fu la scoperta di un uomo come Antonio Gramsci che contribuì in modo notevole alla formazione delle mie idee e dei valori di pace, giustizia uguaglianza e soprattutto di rispetto della persona nei quali ancora oggi credo profondamente. Il partito decise che avevo la stoffa per diventare un dirigente e mi fece frequentare per due anni di seguito i corsi politici per dirigenti comunisti che ogni anno si tenevano a Frattocchie nei pressi di Roma, li ebbi modo di conoscere dirigenti del partito di grande levatura da Napolitano a Pajetta, Amendola e Raiclin, ma in particolare conobbi l’uomo che avrebbe significato per sempre per me un modello da seguire per il suo modo di affrontare la politica e di guardare avanti senza pregiudizi, l’uomo che avrebbe dato un significato nuovo, diverso alla parola socialismo, colui che avrebbe dato vita al socialismo europeo, Enrico Berlinguer.
CAPITOLO SETTIMO
La strategia della tensione aveva fatto si che i rapporti con i fascisti locali erano divenuti ogni giorno sempre più tesi più volte si era sfiorato lo scontro, intanto a Matera (città dove il msi aveva ottenuto sempre una alta percentuale di voti) era previsto un comizio dell’on. Almirante allora segretario dei fascisti. Almirante era stato il guardasigilli del governo fascista che aveva impartito l’ordine di fucilare i partigiani catturati durante la resistenza, e la sua venuta a Matera, città medaglia d’argento per la resistenza, era un affronto che non poteva essere tollerato, cosi mentre Almirante teneva il suo comizio in piazza san Francesco, in piazza san Biagio si tenne una grande manifestazione antifascista che vide per la prima volta uniti in un’unica volontà antifascista tutte le forze democratiche della provincia e anche baresi. Ricordo che in quell’occasione solo da Bari si riversarono su Matera oltre 5000 attivisti del circolo Lenin di Puglia. Matera aveva dato la sua risposta massiccia e democratica alla venuta di Almirante. Toni Bubbico che allora era ancora sindaco finita la manifestazione nel tornare a monte con la sua cinquecento con a bordo la sorella e altre due compagne, fu assalito di fronte la federazione del movimento sociale da decine di picchiatori fascisti tra i quali diversi di Montescaglioso, l’auto venne quasi completamente distrutta, e solo grazie all’abilità di Toni che riusci a divincolarsi si evitò il peggio scappando verso il punto dove noialtri montesi avevamo i pulman, e fu li che poi ebbe luogo una delle più grosse scazzottate tra noi e gli inseguitori.
Episodi del genere erano ormai cose di quotidiana amministrazione, ricordo di quella volta che venne arrestato Pino Rauti come autore della strage di piazza fontana e io che commentavo l’episodio con degli amici davanti ad un bar venni letteralmente accerchiato da alcuni picchiatori e pestato a sangue, ci rifacemmo poi con gli interessi la sera stessa quando con alcuni compagni li costringemmo ad uscire fuori dalla processione del venerdi santo e le suonammo di santa ragione. Era diventato un rincorrerci quotidiano tra noi e i fascisti, in un’altra occasione li scoprimmo che stavano imbrattando i muri giù a fontana di garza e anche quella volta ne venne fuori una grande scazzottata. In verità Almirante venne anche a Montescaglioso,fu durante la campagna elettorale per le elezioni politiche del 74. Davanti alla sezione del pci che si trovava in piazza roma era ubicato un grosso cartellone di compensato raffigurante Ernesto Che Guevara,ben in vista rispetto alla loggia da dove avrebbe dovuto parlare Almirante, il paese era invaso da centinaia di carabinieri e celerini, e davanti alla nostra sezione ci eravamo radunati oltre cinquecento compagni per picchettare la sezione e far si che i picchiatori fascisti arrivati da tutta la provincia non tentassero qualche sortita. Ricordo che ad un certo punto arrivò mio padre che mi chiamò in disparte e tirò fuori da sotto la giacca un bastone a forma di clava ricavato da un ramo di ulivo e che mi disse testualmente visto che non posso portarti via almeno se succede qualcosa non fartele dare. Non so se fu la vista del Che Guevara, o la presenza di tanti militanti comunisti che presidiavano la piazza, fatto sta che Almirante dovette interrompere il comizio per un malore, e il giorno dopo dovette disdire il comizio che avrebbe dovuto tenere a Reggio Calabria.
Questi però erano solo i contorni, i diversivi; le vere battaglie erano quelle che quotidianamente si conducevano per il lavoro la sanità e la scuola. Sempre durante il periodo in cui Toni Bubbico era sindaco si diede vita ad un altro movimento per il lavoro, questa volta con i braccianti, decine di braccianti occuparono il consorzio di bonifica per chiedere lavoro. Durante il giorno si occupavano le terre del consorzio incolte e con zappe e vanghe si dissodava i terreni per la piantumazione di alberi e di sera con le donne e bambini si occupava la sede del consorzio a Matera. L’occupazione andò avanti per oltre un mese fino a quando non vi fu lo sgombero della polizia e i braccianti tra i quali mio padre vennero denunciati insieme al sindaco, però la lotta aveva dato i suoi frutti, si riuscirono ad ottenere finanziamenti per la forestazione per 80 posti di lavoro che ancora oggi persistono. La lotta di popolo con le giuste ragioni ha sempre pagato perché di fronte alle famiglie affamate non c’è rifiuto che tenga. Con la lotta riuscimmo a risolvere un altro annoso problema che attanagliava Montescaglioso, quello dei trasporti. Oggi Montescaglioso è collegato a Matera con un ottimo servizio di pulman che ad ogni ora assicurano ai pendolari il collegamento con la provincia, fino al 74 non era cosi. Per raggiungere Matera bisognava recarsi con soli due pulman scalcinati di un privato fino alla stazione ferroviaria ai piedi della collina di Montescaglioso e di li proseguire con un treno ancora più scalcinato fino a Matera, avvolte succedeva che nelle salite di Matera il trenino si fermava in quanto non ce la faceva per il troppo carico e allora bisognava scendere e fare un tratto a piedi,sia nei pulman che nel treno ci si stava come sardine e l’autista del pulman doveva venire lui a chiudere da fuori le porte con delle energetiche spinte, stessa cosa per il ritorno e se per caso perdevi il treno dovevi aspettare a Matera fino alla sera. Questo era lo stato dei trasporti che ormai era divenuto insostenibile, cosi nell’inverno del 74 decidemmo di occupare il provveditorato agli studi di Matera per aprire una trattativa sul problema. La trattativa si rivelo più difficile di quanto ci si aspettava in quanto concessionario della tratta da monte alla stazione era un privato che non aveva nessuna intenzione di lasciare la concessione, cosi tenemmo ad oltranza occupato il provveditorato per oltre quattro mesi, permettendo però il normale svolgimento delle attività di provveditorato, alla fine dei quattro mesi gli occupanti si erano persi per strada anche per non perdere le lezioni, cosi fino alla fine rimanemmo solo in due, io e un altro studente dell’itis che frequentava l’ultimo anno, mentre io ero al quarto. Riuscimmo a promuovere un incontro tra le calabro lucane, il privato, la regione alla presenza dell’allora ministro dei trasporti Preti dal quale scaturì l’accordo che affidava l’intera gestione della linea alle calabro lucane dietro assorbimento della ditta privata. Quell’anno sia io che l’altro studente fummo bocciati ma la soddisfazione di tale vittoria fu cosi grande che avrei dato volentieri altri anni scolastici.
Durante il periodo dell’occupazione del provveditorato agli studi avemmo modo di approfondire l’amicizia con un gruppo di ragazzi sempre di Montescaglioso appartenenti all’area anarchica, e insieme con loro decidemmo di dar vita ad un’esperienza teatrale, cosi mettemmo su un gruppo di lavoro nei locali dell’ex oratorio che si prefisse di mettere in scena alcuni brani tratti da terrore e miseria del terzo raicht di Bertold Brecht, ne venne fuori uno spettacolo musicale teatrale di notevole fattura che richiamava in modo massiccio i valori della resistenza e dell’antifascismo, oltre al ripudio della guerra e all’affermazione della pace come unica via per la coesistenza tra i popoli. Lo spettacolo fu replicato per diverse sere e i locali abbastanza grandi erano pieni fino all’inverosimile, fino a quando dietro le numerose proteste dei benpensanti locali una sera si presentarono i carabinieri con un’ordinanza di inagibilità dei locali impedendoci di fatto la prosecuzione dello spettacolo. Erano riusciti ad impedirci di continuare,ma intanto gli spettatori delle serate precedenti erano stati a centinaia.
Questo era il nostro modo di vivere la politica,con entusiasmo ma non senza delle scontate delusioni.
Negli anni precedenti i locali dell’ex oratorio erano stati teatro di numerosi dibattiti e anche di scontri verbali tra i diversi gruppi giovanili, in quei locali messi a disposizione dall’allora parroco don Antonio Tricase, ci eravamo confrontati noi della fgci con i giovani del movimento giovanile della dc che era anch’esso abbastanza consistente, e con altri gruppi autonomi tra i quali il circolo operai studenti, per mesi si erano susseguiti i dibattiti su vari argomenti, dai problemi della scuola a quelli del lavoro, dello sviluppo e della industrializzazione in basilicata, in quei locali fu costituito il collettivo politico montese che comprendeva di fatto tutti i movimenti giovanili, e di li partivano ormai tutte le iniziative e l’organizzazione degli scioperi. Nasceva in quei locali una delle prime esperienze di cooperative di produzione e lavoro messa su da un gruppo di lavoratrici che apri un laboratorio tessile, anche grazie all’apporto del parroco e altri due sacerdoti, don Angelo Bianchi e don Angelo Scandiffio, preti progressisti e ritenuti dalla curia ormai dichiaratamente comunisti, perseguitati per anni dal potere ecclesiastico e democristiano furono poi costretti a dimettersi da sacerdoti e a riprendere i loro abiti civili. Devo dire che noi comunisti ci guadagnammo, in quanto uno dei tre, angelo bianchi, aderì al pci divenendo uno dei più grandi e genuini dirigenti del partito comunista della provincia di Matera.
CAPITOLO OTTAVO
Intanto si avvicinavano nuovamente le elezioni amministrative, e il giudizio sull’operato dei cinque anni di amministrazione social comunista erano molto severi, si era dato si nuovo impulso alla ripresa dell’edilizia, ma si erano creati altresì molti malcontenti dovuti agli espropri effettuati per l’edilizia convenzionata. Problemi annosi come quello relativo alla realizzazione della rete fognaria nelle zone nuove del paese restavano irrisolti tanto da essere divenuti ormai come una bomba pronta per scoppiare, diverse volte già erano stati riversati davanti all’ingresso del municipio cumuli di merda buttati da qualche cittadino ormai al limite dell’esasperazione e magari fomentato da qualche dirigente locale della dc. Nella nostra sezione si respirava già un’aria di smobilitazione, tant’è che al congresso sezionale del 75 la relazione introduttiva venne affidata a me che allora non avevo ancora vent’anni ed ero appena entrato a far parte del comitato direttivo, già si preannunciava la sconfitta, ma nessuno poteva mai immaginare che le proporzioni sarebbero state catastrofiche, la democrazia cristiana anche grazie ad un accordo sottobanco con il movimento sociale conquistò la maggioranza assoluta, noi fummo ridotti al minimo storico riuscendo a portare in consiglio comunale solo sei consiglieri, si inaugurava cosi il periodo dal 75 all’80 che sarà ricordato come quello dei cinque anni cinque sindaci.
Fu cosi che si avvicendarono alla guida del comune cinque sindaci democristiani, Bitondo,Pietromatera,Silvaggi,ancora bitondo e Petrozza in un continuo logoramento di lotte intestine dovute per lo più alla conquista e il mantenimento del potere da parte di lobbi appartenenti alle diverse correnti della democrazia cristiana.l’amministrazione di sinistra era stata incapace di affrontare i problemi, ma quella democristiana li aggravava sempre di più visto che l’unico loro interesse era dato dai suoli che si sarebbero dovuti svincolare e soprattutto chi fossero i proprietari. Ogni giunta che cambiava operava varianti a secondo dei propri amici,sconvolgendo completamente lo spirito del programma di fabbricazione che invece aveva voluto dare delle regole precise, fu cosi che si potè costruire senza un minimo di rispetto delle regole più elementari di urbanistica, nacquero strade non più larghe di cinque metri, palazzi che superavano le altezze massime stabilite, il verde e gli spazi pubblici erano diventati un opzional da ricercare su qualche libro di geografia, visto che si permise di costruire in modo sciagurato. Basta fare un giro nei quartieri nati in quel periodo per rendersi conto dello scempio operato. Devo essere onesto però nel riconoscere che anche alcune delle nostre amministrazioni passate e future avevano o hanno avuto comportamenti simili.
CAPITOLO NONO
Io intanto avevo finito le superiori e in attesa di lavoro continuavo il mio impegno politico in principalmodo sui temi di natura generale e soprattutto a Matera dove ormai svolgevo un ruolo di dirigente provinciale dei giovani comunisti. Le grandi battaglie degli anni 70 stavano passando, e la tensione che prima era data dagli scontri con i gruppi fascisti si era spostata all’interno dell’area di sinistra; gli scontri dialettici anche violenti ormai erano all’ordine del giorno con i gruppi della sinistra extraparlamentare e gruppi di provocatori come quelli di comunione e liberazione o come i nazimaoisti di lotta comunista. In Italia stavano dilagando i gruppi di autonomi che facevano da supporto a quelli di prima linea e delle brigate rosse. Per noi della fgci non era facile dover contrastare le accuse di amici dei terroristi che ci venivano rivolti da destra e quelle di revisionisti che ci venivano da sinistra, però di una cosa eravamo certi, per quanto la lotta armata potesse sembrare figlia del marxismo, non apparteneva alla nostra cultura e alle nostre convinzioni, anzi era la negazione dei principi più elementari del socialismo e della storia del partito comunista, e pertanto andava contrastata e combattuta con la stessa forza con cui avevamo scacciato il fascismo e ci eravamo opposti ad ogni tentativo di sovvertimento dello stato da parte delle forze reazionarie,(governo Tambroni e golpe borghese), d’altronde la scelta della nonviolenza il pci l’aveva già fatta nel 48 quando a seguito dell’attentato a Togliatti fu lo stesso Togliatti a fermare i compagni pronti a scendere in piazza con le armi e ad evitare una guerra civile. Viva il grande partito comunista di Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer era lo slogan che gridavamo nei cortei, e nella lettura di questi grandi uomini c’era la storia e l’evoluzione del partito comunista, che da partito dell’internazionale socialista bolscevica si era evoluto fino alla condanna più totale dei fatti d’Ungheria e alla formulazione di Berlinguer della via italiana al socialismo attraverso l’unione delle due più grandi componenti sociali, quella cristiana e quella socialista. Pienamente convinto di questi ideali, non esitai un istante a scendere in piazza contro il terrorismo delle brigate rosse con la stessa forza con cui avevo affermato il mio antifascismo, ai primi di marzo del 77 in partenza per il servizio militare mi fermai a Roma per qualche giorno a casa di compagni, avevo allacciato una stretta amicizia con alcuni compagni della sezione pci di via torpignatara, e insieme a loro ci recammo a fare il servizio d’ordine al comizio di Lama davanti all’università occupata dagli autonomi, fummo attaccati dai gruppi di autonomi e Lama dovette interrompere il comizio e io mi beccai una bastonata sulla fronte che ancora oggi ne porto i segni. Furono quelli gli anni in cui cominciai ad occuparmi con più determinazione dei diritti dei popoli, visto che ebbi modo in diverse occasioni di ospitare a casa mia giovani palestinesi che scappavano in Italia perché perseguitati politici della reazione israeliana all’intifada.
Il 78 fu l’anno del rapimento e dell’assassinio di Aldo Moro ad opera delle brigate rosse, e apparve ancora più chiaro che il vero obbiettivo delle br non era quello di instaurare uno stato socialista come volevano far credere, ma al contrario impedire che il dialogo tra forze cattoliche e forze socialiste potesse andare avanti, con la eliminazione di Moro si toglieva di mezzo l’uomo che nella democrazia cristiana aveva recepito l’importanza del compromesso storico ipotizzato da Enrico Berlinguer e che si adoperava affinchè tutto ciò si potesse realizzare.
Ero appena tornato dal servizio militare e già mi vedevo di nuovo proiettato nella battaglia politica, anche perché oltre alle manifestazioni per l’uccisione di Moro un’altra importante battaglia per l’affermazione dei diritti civili ci aspettava di li a pochi giorni, il referendum per la legge sull’aborto. Fu proprio all’apertura della campagna elettorale di tale referendum che nell’allestire il palco per il comizio mi conficcai in un occhio un filo di ferro che mi provocò una cataratta traumatica e lo spappolamento del cristallino. Quella campagna elettorale la passai in ospedale, con la prospettiva rivelatasi poi realtà di perdere completamente l’uso dell’occhio sinistro.
Io, ventenne disoccupato, con mio padre ormai pensionato, mi sentii crollare il mondo addosso anche quando appresi che l’unipol con la quale avevamo stipulato una assicurazione non avrebbe pagato una lira in quanto l’assicurazione copriva solo i terzi danneggiati e io invece ero ritenuto un interno al partito. Passai dei mesi d’inferno cercando una possibile soluzione, ma qualunque soluzione mi portava ad un possibile intervento di trapianto di cristallino che all’epoca era praticato solo in Russia, ma avrei dovuto pagarmi tutto da solo, e io ne i miei avevamo il minimo di possibilità. Ero stato lasciato da solo ad affrontare questo dramma, nessun interessamento da parte di coloro che ritenevo ormai la mia grande famiglia. Fu grazie all’interessamento personale di Antonello Trombadori che intanto avevo avuto modo di conoscere durante un comizio a Matera che riuscii a trovare posto l’anno successivo all’oftalmico di Torino dove mi fu asportato il cristallino. In verità la federazione del pci, forse per rimorso o perché spinta da Trombadori si propose di trovarmi un posto di lavoro in una banca materana, ma io rifiutai categoricamente, e comunque di rimborsarmi le spese sostenute durante il mio ricovero a Torino che accettai e quantificai in 180 mila lire. Una sera l’amministratore della sezione mi chiamò e mi disse che era arrivato l’assegno dalla federazione e che potevo passare a prenderlo, cosi feci, ricevuto l’assegno mi sentii chiedere dall’amministratore cosa avrei lasciato di contributo alla sezione, mi sentii cosi di merda che presi l’assegno, lo girai e lo lasciai per intero.
CAPITOLO DECIMO
Per un po di tempo, preso da rancore, non mi feci vedere, ma poi spinto da una forza interiore che mi diceva che le cose in cui credevo e i miei ideali erano tutt’altra cosa, decisi di lasciarmi tutto alle spalle e continuare con il mio impegno politico. Avevo ricevuto tante botte dai fascisti o dalla polizia, ma nessuna era stata dolorosa come questa, allora capii che dovevo prepararmi a riceverne altre, anche perché i partiti sono fatti da uomini e gli uomini non sono gli ideali.
In verità durante tutto questo periodo due persone mi erano rimaste vicine e credo abbiano veramente sofferto per ciò che mi era capitato, e questi erano il papà e la madre di franco, che intanto finito le superiori si era trasferito a Torino all’università, dove già si trovava per lavoro suo fratello maggiore, c’è da dire che nonostante il padre era uno dei dirigenti storici del partito comunista in provincia aveva preferito che il figlio trovasse lavoro a Torino, piuttosto che essere additato minimamente di favoritismo o clientelismo, e questo perché Ciro è sempre stato un compagno fortemente ideologizzato e pienamente convinto delle cose in cui ha sempre creduto e propagandato. Fu proprio grazie a Ciro che passai i due anni successivi a lavorare in qualità di funzionario presso un sindacato di categoria, ma era un lavoro che francamente non riuscivo a svolgere con il dovuto impegno, cosi decisi di lasciare e impiegarmi come carpentiere edile presso la ditta di mio fratello per poi iscrivermi direttamente all’artigianato e cominciare una attività propria.
Dopo il nulla di fatto delle elezioni amministrative del maggio 80 il 30 novembre si tornò nuovamente a votare e riuscimmo ad eleggere questa volta una giunta paritaria capeggiata da un giovane architetto iscritto da qualche anno al pci proveniente dall’esperienza del circolo operai studenti, che successivamente si sarebbe rivelato uno dei più grandi uomini politici della nuova Basilicata arrivando a ricoprire la carica di presidente della giunta regionale, Filippo Bubbico, dando vita alla prima amministrazione Bubbico durata solo otto mesi.
Il 23 novembre dell’80, proprio nel pieno della campagna elettorale vi fu una forte scossa di terremoto che sconvolse l’Irpinia e la Basilicata. Le notizie che arrivavano erano frammentarie e confuse, però a noi apparve subito che doveva trattarsi di una scossa catastrofica, cosi dopo una rapida consultazione in sezione e anche con gli altri partiti decidemmo di inviare nelle zone colpite una prima squadra di soccorso equipaggiata di aiuti alimentari, in particolare pane, e attrezzatura da lavoro e legname da costruzione. Raggiungemmo Sant’Andrea di Conza in Irpinia intorno alle cinque di mattina dopo aver attraversato l’alta basilicata nei comuni di Bella, Balvano, Muro Lucano e Pescopagano, e fu proprio a Balvano che trovammo già in allestimento il campo base della regione Emilia Romagna, con campeggio attrezzato, servizio mensa e ospedale, dove ancora non erano arrivate le istituzioni preposte, l’Emilia era già arrivata in cosi pochissimo tempo. Da Sant’Andrea a Conza c’erano pochi chilometri, e presto ci trovammo di fronte ad uno scenario che non avrei mai voluto vedere in tutta la mia vita; un paese completamente raso al suolo, da sotto i cumuli di pietra si estraevano solo cadaveri maciullati, a Conza alla fine si contarono oltre 600 morti su una popolazione di neanche 800 persone, io ero riuscito a mettere in funzione un vecchio gruppo elettrogeno con il quale riuscii a dare corrente ai locali di una scuola dove allestimmo una base per i primi soccorsi e il vettovagliamento. Il gruppo dei montesi rimase in zona per una settimana mentre altri facevano la spola da Montescaglioso per gli approvvigionamenti di pane e di legname con il quale costruivamo baracche di fortuna, fino alla domenica successiva quando tornati a Montescaglioso per votare, il gruppo fu bloccato da una forte nevicata e quindi impossibilitato ormai a raggiungere le zone terremotate. A Conza eravamo rimasti solo io ed un altro ragazzo di Montescaglioso, e ironia della sorte era un attivista di un gruppo fascista di estrema destra con il quale in passato mi ero picchiato decine di volte. Io solo li con un fascista e la sua macchina, dovevo evitarlo o accettare la situazione e quindi stringergli la mano mio malgrado e lavorare fianco a fianco. Credo che le stesse cose siano passate nella mente di quel ragazzo, alla fine ci guardammo negli occhi e ci dicemmo ciao, io sono Tonino, ciao io sono Emanuele, e ci stringemmo la mano, anche se già sapevamo molto bene come ci chiamavamo.
Passò tutto in un attimo, alle spalle avevamo il nostro passato, di fronte il futuro, un futuro che in quel momento aveva l’odore della morte, la morte di quanti giacevano di fronte a noi in quelle misere casse di legno, di quanti ancora restavano sotto quelle macerie e che ci sarebbero rimasti per sempre sotto una colata di calcestruzzo, non più nemici pieni di odio e rancore, ma amici di una amicizia che sarebbe durata in eterno perché nasceva dalla voglia di entrambi di essere in qualche modo di aiuto a quelle persone che in un istante avevano perduto tutto. Il bianco e il nero, il fascista e il comunista assieme fianco a fianco con un solo unico obbiettivo, come era possibile tutto ciò? Insieme io ed Emanuele rimanemmo in zona per un mese esatto, fino al 23 dicembre cercando di renderci utili in qualche modo in mezzo a quella desolazione attorniati da volti impauriti con gli occhi stralunati incapaci di esprimere il benchè minimo di emozione. Assistemmo a fatti davvero sconcertanti,fummo testimoni di atti di sciacallaggio inimmaginabili, sindaci e personaggi che avrebbe dovuto essere i protagonisti in positivo degli aiuti, che invece imboscavano i rifornimenti alimentari e vestiari nei propri garage, plotoni dell’esercito che arrivati per soccorrere si erano portati dietro fucili e baionette invece che vanghe e attrezzature da lavoro, i veri aiuti venivano invece da gruppi di volontari arrivati da tutta Italia e che si prodigavano per assicurare a quelle povere genti conforto e pasti caldi, a tal proposito va menzionato l’impegno profuso dai ragazzi di radio onda rossa di Roma che riuscirono ad allestire una delle più grosse mense della zona assicurando i pasti a migliaia di persone. Dopo tredici giorni dal giorno della prima scossa accadde un fatto davvero incredibile, da sotto le macerie di Sant’Angelo dei Lombardi fu tirata fuori una bambina di undici anni miracolosamente ancora in vita, Emanuele con il baracchino installato sulla propria macchina riuscì a chiamare un elicottero di soccorso che in pochi minuti trasportò la bimba in ospedale, finalmente dopo giorni e giorni di angoscia e disperazione un episodio che ci dava un pò di gioia e che ci spronava ancora di più ad aiutare quelle genti consapevoli che ognuno di noi era importante in quella lotta contro il tempo e contro l’inverno che ormai si era abbattuto implacabile su quelle terre sciagurate. Non ho più rivisto Emanuele, le vicissitudini della vita han fatto si che lui emigrasse e che anch’io lasciassi il mio paese, ma ovunque lui si trova sono sicuro che ogni volta che ricorda quel periodo non può fare a meno di pensare a come due persone divise da ideali completamente opposti abbiano avuto la fortuna di incontrarsi mettendosi alle spalle gli antichi rancori, rimanendo entrambi convinti delle proprie idee, ma legandosi di un’amicizia che porteranno nel cuore per tutta la vita. Ho riflettuto molto su questo episodio e continuo a riflettere, la risposta è sempre la stessa, le divisioni ideali non contano quando si appartiene allo stesso mondo, quando si è sofferto la fame e la miseria, quando si deve fare i conti con i soldi che non ci sono e si ha l’affitto da pagare, le medicine da comprare, i figli da vestire e mandare a scuola. Bianco o nero, fascista o comunista non conta, conta l’appartenenza o meno ad una determinata classe sociale. Le differenze tra gli uomini non stanno sul colore della pelle o sui propri credi religiosi o politici, sull’essere uomo o essere donna, o vivere una sessualità diversa da quella degli altri, la vera differenza sta nell’avere e nel non avere, nello sfruttare e nell’essere sfruttati, nel bombardare e nell’essere bombardati, specie quando ad essere bombardati sono bambini, donne, popoli da sempre sottomessi allo schiavismo e all’oppressione di un pugno di balordi che detengono il potere economico e si sono eletti a padroni del mondo.