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La Festa patronale di San Rocco attraverso le fotografie di Massimiliano Bellomini

Montescaglioso – Abbazia Benedettina di San Michele Arcangelo

 
 
Mostra fotografica
 
La Festa patronale di San Rocco attraverso le fotografie di Massimiliano Bellomini presso l’Abbazia Benedettina di San Michele Arcangelo a Montescaglioso (MT)
 
dal 30 Luglio al 31 Agosto 2011
Inaugurazione Sabato 30 Luglio 2011
 
Orario di apertura al pubblico 10-19 tutti i giorni.

 
L’AUTORE

Massimiliano Bellomini nasce a Pisa nel 1974. Si diploma nel 1993 presso l’Istituto Statale d’Arte e subito comincia a lavorare dapprima come costruttore di modelli tridimensionali per Studi d’architettura, poi nel campo del restauro d’opere d’arte.

Nel 1999 viene assunto con questa mansione dall’Opera della Primaziale Pisana,

dove attualmente lavora.

Ha sempre coltivato la passione per la fotografia, anche se merita di essere segnalata una stimolante collaborazione come cameraman in alcuni cortometraggi amatoriali del regista montese Mario Ventrelli che hanno ottenuto riconoscimenti in due festival nazionali.

Dal 2005 abbandona definitivamente le pellicole a colori per dedicarsi esclusivamente alla fotografia bianconero. Svolta decisiva, dettata da convinte motivazioni. Anzitutto il bisogno di giungere a controllare tutte le fasi del processo fotografico senza la mediazione -spesso qualitativamente discutibile- di laboratori che ormai non sono più in grado di garantire una sufficiente costanza di risultati, travolti dall’avanzata del digitale che ha radicalmente cambiato le abitudini dei consumatori.

In effetti, se la riproduzione fotografica dei colori diventa una tecnica aleatoria con risultati poco affidabili, allora qualche considerazione si impone.

Intanto, se la corrispondenza tra i colori fotografati e quelli restituiti dalle macchine dei laboratori diventa -per così dire- casuale, tocchiamo con mano una verità che solo fingevamo di non vedere: a un occhio esperto, infatti, non era mai sfuggita, anche nei risultati migliori, la difficoltà a raggiungere una fedeltà cromatica soddisfacente; mentre nei lavori meno professionali la corrispondenza cromatica era spesso da considerarsi poco più che evocativa.

Ma allora, dato che già il chiaroscuro di una pellicola pancromatica bianconero riproduce efficacemente in chiave di grigi i colori dello spettro visibile, e sa farlo in maniera costante, la scelta non sarebbe, in effetti, tra due modi diversi o contrapposti di fotografare, ma tra due sistemi ugualmente simbolici di riprodurre fotograficamente la realtà: tra i quali però è solo il bianconero, a consentire un controllo rigoroso e puntuale di ogni fase dallo sviluppo della pellicola alla stampa manuale in camera oscura.

 L’opportunità di frequentare un laboratorio professionale gli permette di acquisire in pochi anni esperienze di sviluppo e stampa che accrescono rapidamente le sue competenze tecniche ma,soprattutto, gli consentono di operare consapevolmente scelte precise: dall’attrezzatura da ripresa allo sviluppo del negativo, alle differenze -non solo tattili- delle principali superfici delle carte da stampa. Benché abbia sperimentato la politenata, non ha impiegato molto a comprendere che solo l’immagine matericamente raccolta nelle fibre di una carta baritata poteva restituire la profondità fisica e tonale che ricercava.

Per inciso, sono stampe che non potrebbero nascere da una matrice digitale, diversa strutturalmente e linguisticamente da una matrice argentica: non solo per la povertà tonale in estensione e profondità del tutto analoga alle caratteristiche dell’immagine su carta politenata; ma anche per la difficoltà a stampare un file convertito in bianconero con pochi inchiostri neri e grigi.

Alcuni riescono a farlo, forzando programmi e macchine da stampa progettate in realtà per produrre occasionali ed improbabili stampe bianconero in quadricromia o esacromia e a condizione di utilizzare speciali carte al cotone per ottenere un bianconero certamente di qualità, ma che finisce col proporsi quasi sempre come stampa d’arte.

Operazione perfettamente legittima, peraltro: l’arte infatti si definisce alla produzione, non al consumo. Però è un genere diverso.

Massimiliano non è autore di fotografie artistiche: le sue sono fotografie documentarie.

Se, per ipotesi, fossimo richiesti di scegliere, tra queste sue opere, quella che ci è piaciuta di più, forse che -isolata dalle altre o persino più bella delle altre- potrebbe per questo diventare una foto d’arte?

Siamo fermamente convinti che neppure stampata su carta di cotone con inchiostri ai pigmenti di carbone perderebbe la sua forza documentaria rispetto agli avvenimenti, cose e persone reali registrate sulla pellicola da Massimiliano e frutto non dell’oggettività che viene ingenuamente attribuita allo strumento ma, al contrario, dalla libera soggettività del suo sguardo, intelligente non meno che rispettoso dell’umanità che inquadra nel mirino con attenzione e partecipazione.

Il fatto che abbia optato per una tecnica di stampa che potrebbe oggi apparire obsoleta, è in realtà una precisa scelta linguistica che rispetta e conserva, nell’umanità che ritrae, tutta l’informazione possibile, non solo nei valori tonali -che sono un mezzo- ma anche storici -cioè culturali- che sono il fine della sua fotografia.    

Aldo Mela

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