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Tamburini, non solo jazz

 

«Gli strumenti a fiato da voi hanno bellissimi suoni»…

Fiati che emozionano…

Nel solco dei gruppi americani…

MATERA – Sono potenti, fanno un bel “casino”, e hanno il groove giusto. Sono i musicisti che compongono la Lucanian Big Band, giovane formazione nata un anno fa e diretta da Dino Plasmati. Dopo il concerto dello scorso novembre con Steve Grossman, l’orchestra domenica si è confrontata con un altro grande protagonista del jazz attuale: il trombettista cesenate Marco Tamburini

 

 

Nell’Auditorium comunale “Raffaele Gervasio” i dodici elementi del gruppo (quattro trombe, tre tromboni, un corno e quattro sassofoni), accompagnati dalla sezione ritmica del Meridiana Group, hanno eseguito brani per lo più non molto famosi, ma sempre nel solco della grande tradizione americana delle Big Band, servendosi talvolta di arrangiamenti storici, talaltra di completamente nuovi. Tra bordate di swing e possenti ritmi cubani si sono ascoltati anche “Knocks me off my feet” di Stevie Wonder, “Caravan” di Duke Ellington e un pezzo originale di Marco Tamburini intitolato “Donna”. Il trombettista si è unito all’organico dal sesto pezzo in poi, mostrando di apprezzare il lavoro svolto dai giovani musicisti: «Ho spedito l’arrangiamento di “Donna” pochi giorni prima, e quando sono arrivato qui era già pronto ». Il confronto tra il musicista affermato e quelli più giovani si era già approfondito durante la giornata, con un workshop per musicisti, che Tamburini riassume così: «Abbiamo parlato un po’ di tecnica dello strumento e di come approcciare l’improvvisazione in maniera metodica: scale, accordi, armonia… Abbiamo fatto un po’ di tutto. È stato un po’ pesante perché abbiamo lavorato sei ore di continuo, ma ho visto un bell’en – tusiasmo e devo dire che grazie forse alla tradizione delle bande che avete da queste parti tutti gli strumenti a fiato hanno dei bellissimi suoni. Questo è importante, perché avere un buon timbro sullo strumento è la prima cosa». Oltre all’interesse per la tradizione, Tamburini si è mostrato spesso aperto anche ad altri generi musicali, tra cui quello della musica leggera (ha fatto il turnista per diversi cantanti e ha collaborato spesso con Lorenzo Jovanotti), anche se recentemente sembra essersene allontanato: «Dal 2004 ho smesso di fare musica leggera, perché ora sono più interessato ai miei progetti. Nel jazz c’è un altro clima, sei più te stesso. Quando suono jazz con il mio gruppo, suono la mia musica, quella che penso di più. Mi piace scrivere anche canzoni, e nel disco che uscirà alla fine di quest’anno ce n’è una. Sarà un quintetto insieme a Marcello Tonolo (piano), Stefano Bedetti (sax), Cameron Brown (contrabbasso) e Billy Hart (batteria). In più ci sarà anche un chitarrista molto bravo di Ferrara che si chiama Daniele Santimone. Ho scritto delle specie di paesaggi musicali, in luoghi in cui ho trascorso momenti particolarmente felici. Ho composto, per esempio, un brano che si chiama “Ostuni” perché ho trascorso lì un bellissimo periodo con le mie due figlie e mia moglie. Si tratta di una canzone; però con gli accordi che piacciono a me! Quindi, voglio dire, non ho pregiudizi nei confronti di altri generi musicali. È logico che preferisco suonare jazz perché mi dà più spazio e mi diverto di più, però anche nelle mie composizioni le esperienze che ho fatto le metto dentro nella scrittura. È normale che sia così, perché se scrivi musica originale devi scrivere a 360 gradi. Io la chiamo musica globale, e c’è poco da fare: la globalizzazione colpisce anche la musica. Adesso è tutto vicino, ed è giusto che ci siano queste contaminazioni anche nella scrittura». Marco Tamburini si è esibito nella stessa serata anche con il Meridiana Group, composto da Dino Plasmati (chitarra), Marco Sinno (tromba), Gianfranco Menzella (sax), Piero Bonelli (piano), Camillo Salerno (basso) e Vito Plasmati (batteria). Il Meridiana Group quest’anno festeggia venti anni di attività; un ventennio segnato dalla nascita, lo scorso novembre, dell’associazione “Jazzing” e della rassegna “Mi Fa… Jazz” nella quale il concerto di domenica rientrava. Promotore di queste iniziative Dino Plasmati, che dividendosi tra i ruoli di chitarrista, organizzatore e direttore della Big Band sta cercando di fare incontrare la pratica del jazz con la didattica. «Mi piace fare il direttore», afferma Plasmati, «Perché ammiro molto i direttori delle orchestre sinfoniche, ma anche quelli vecchio stampo delle Big Band. Quindi cerco di apprendere molto da loro. E un lavoraccio immane, perché chi suda più di tutti sono io. Poi, gestire le varie sezioni, al momento giusto, farle entrare, creare un percorso dinamico… è tutta responsabilità del direttore. Se un attacco non è preciso, è colpa del direttore. Però, alla fine, è una soddisfazione! ». E la prossima soddisfazione sarà quella del 18 febbraio, quando la Lucanian Big Band suonerà insieme al clarinettista umbro Gabriele Mirabassi

GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO 23/01/2007

Filippo Maria Caggiani

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