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Veniamo da lontano.

 Tratto da “Il profumo delle ginestre” di prossima pubblicazione

  “Il paese si era svegliato, per alcune ore era sembrato un posto di fantasmi, ma di colpo si era riempito di vita.
Si era pronti a riprendere il proprio lavoro nei campi, sia uomini
che donne, consapevoli ognuno che li aspettava un’altra giornata di duro lavoro,  pur di portare a casa quel minimo indispensabile per la
propria famiglia.

   In fila indiana i muli procedevano verso valle col contadino
che li tirava a cavezza e le donne si lasciavano trascinare
stringendo forte la coda degli animali. Lentamente si procedeva,
ancora mezzi assonnati tra i sentieri sterrati, pieni di buche e di
sterpi; carovane di uomini e donne ancora giovani ma coi volti
segnati dal sole e dalla fatica nel loro procedere spediti verso i
campi in attesa.  Lì, per interminabili ore, avrebbero zappato,
estirpato, potato, curato come dei figli le piante d’ulivo e le viti
che per loro significavano la vita.”

Da for s’ ritir chian chian

a capezz du ciucc’ indr a na man

au ‘mmast attaccat

do fascin d’ l’jon

a v’sazz a jur’ppun

u cuc’m a nu quart

u stievucch e u fiascariedd

a l’oldu quart

Nghian appiett d’ lama d’ mill

tutulicchj nnand

e tutulicchj dret

sotta li jamm d’l’ ciucc’

abbaiann lu malajur

Jè fatt nott

a cas s’ ritir chian chian

str’ngenn a l’olda man

lu lambar

tm:
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