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29 Maggio 1823: consacrazione della nuova Chiesa Madre di Montescaglioso

29 MAGGIO DEL 1823: CONSACRAZIONE DELLA NUOVA CHIESA MADRE.
Francesco Caputo (CooperAttiva)

Il giorno del Corpus Domini del 1823 fu consacrata l’attuale Chiesa Madre, terza sede della Parrocchia le cui origini sono medioevali. Nel 1310/24, nella raccolta delle “ decime “ della S. Sede è attestato il clero secolare, ovvero non appartenente a comunità monastiche: se esisteva il clero, esisteva anche la chiesa parrocchiale.

LA PRIMA CHIESA MADRE. Fin dal 1544, nelle “ Sacre Visite “ degli Arcivescovi di Matera, la chiesa di S. Giovanni Battista è citata come antica sede della Parrocchia con la chiesa di patronato Comunale. L’edificio fu demolito negli anni 1911 – 12 per ricavare l’omonima piazza. Sono superstiti il campanile, ora torre dell’Orologio, tre cappelle sotto il palazzo Cifone ed un frammento di acquasantiera in un angolo della piazza.

LA SECONDA CHIESA MADRE. Intitolata ai SS. Pietro e Paolo, fu eretta in epoca imprecisata al centro del paese che nei secoli XI – XII, si era molto sviluppato. La chiesa era a tre navate: le laterali coperte a volta e la centrale con orizzontamento in legno. L’ingresso principale era rivolto ad ovest e l’altare maggiore, rifatto nel 1727, ad est. Aveva la sacrestia e un grande campanile e all’interno, cappelle ed altari eretti dalle principali famiglie del paese. L’altare di S. Tommaso d’Aquino era stato fondato e dotato di beni nel 1509 da Costanza D’Avalos Marchesa della città dal 1507 al 1541, della quale il Santo era un antenato. Nel 1726 risulta dedicato a S. Paolo e il patronato assegnato alla famiglia Bolognese. Nel 1544 anche la cappella di S. Vincenzo risulta patronato dei D’Avalos. La cappella di S. Antonio da Padova è attestata nel 1544, come patronato del sacerdote Angelo Garbellano. L’altare di S. Lucia, eretto dalla famiglia Giosué, nel 1726 era patronato della famiglia Rocco. La cappella della Resurrezione, officiata dalla Confraternita del SS. Rosario, era patronato della famiglia De Genosa. La cappella del Corpus Domini o del SS. Sacramento, aveva due altari ed era officiata da una Confraternita. Le Cappelle di S. Stefano e l’altare di S. Maria della Visitazione, attestate solo nel 1544, potrebbero aver cambiato dedicazione. L’altare di S. Vito, era patronato della famiglia De Leonardis. L’ altare di S. Eligio fu patronato della famiglia De Vitis e poi della famiglia Silvaggi. La Cappella di S. Leonardo apparteneva alla famiglia Cappellano. La Cappella di S. Marco Evangelista poi dedicata alla SS. Assunzione, era patronato della famiglia De Simia a cui subentra la famiglia Paciullo. Le cappelle di S. Maria del Monte Carmelo e del SS. Rosario erano affidate a due distinte confraternite. L’altare dell’ Epifania, più tardi dedicato all’Adorazione dei Magi, era stato eretto dalla famiglia Gagliardi. L’altare della Madonna della Pietà era patronato della famiglia Troiano e quello di S. Maria di Costantinopoli della famiglia Lagamba. L’altare della Trasfigurazione apparteneva alla famiglia Tortamano. L’Altare della SS. Annunciazione, nel 1625 era della famiglia Paciullo, nel 1668 della famiglia Tortamano a cui nel 1726 risultano subentrati i Cantore. L’altare della Madonna di Loreto, patronato della famiglia Giagno, passò alla famiglia Fini. L’altare di S. Domenico attestato nel 1726, apparteneva ai Salinari e l’altare della Vergine dei Sette Dolori, censito nel 1726, ai Benedettini. La cappella del Crocifisso, attestata nel 1754, amministrava la chiesa di S. Croce.

LA TERZA CHIESA MADRE. Nel 1776 crolla parte di una navata laterale della chiesa. L’Università e il clero, guidato dall’Arciprete D. Francesco Antonio Paciullo, decidono di abbattere l’edificio e costruire una nuova chiesa nello stesso sito. La Parrocchia fu momentaneamente trasferita nella chiesa di S. Giovanni Battista e, dal 1778 al 1823, nella chiesa di S. Agostino. Per sovrintendere alla nuova costruzione, nel 1778 fu eletta una “ Deputazione “ formata dal clero e da cittadini benemeriti. La chiesa fu demolita e dal sottosuolo furono rimosse le sepolture. Il progetto fu redatto dall’ingegnere Giovanni Cervelli di Bitonto ed il 14 Maggio del 1780, Don Camillo Cattaneo, Canonico della Cattedrale di Napoli e primogenito del Marchese Antonio Cattaneo pose la prima pietra. La vicenda della ricostruzione è narrata in un manoscritto di un esponente della “ Deputazione “, il medico Domenico Gatti che descrive la chiesa vecchia, buia, umida e ammorbata da” aria mefiticosa ” prodotta da innumerevoli sepolture. Nel 1798 la “ Deputazione “ fu rinnovata e il vecchio progetto modificato. Furono acquistate alcune case ed occupata parte di una strada, l’attuale via Vespucci, che impedivano una maggiore lunghezza dell’edificio e la costruzione del coro e del transetto. I lavori furono affidati a Giovanni Antonacci da Montrone ed a tre fratelli di Taranto, Giuseppe, Saverio e Cesare Ventrelli. Il perimetro della chiesa fu terminato nel 1800 ma l’ Antonacci, consapevole della cattiva qualità di alcuni lavori, abbandonò il cantiere. Nonostante le criticità, i lavori continuarono affidati ai tarantini Omobuono Basile ed al figlio Bernardo ma dopo aver quasi completato le volte, come scrive il Gatti, nel novembre del 1804, ” si viddero due pilastri serpeggiare e dopo pochi giorni tutto crollò ” ed il cantiere si interruppe per oltre un anno. Ripartì la raccolta di offerte e la responsabilità della “ Deputazione “ fu affidata al medico Francesco Gatti, eletto Sindaco nel 1813 per sei anni che in tale veste ottenne cospicui finanziamenti dall’Amministrazione Borbonica. L’architetto barese Agostino Gimma fu incaricato di progettare il prolungamento della chiesa e il cantiere fu riavviato. Completate le coperture furono realizzati gli apparati decorativi e funzionali. Il pavimento fu realizzato dal materano Vincenzo Morelli e da Ignazio Ventrelli di Modugno, nipote dei tre tarantini, il quale innalzò anche il campanile e, con il tarantino Gaetano Balsi, terminò i tetti. Il massetto di posa fu opera del montese Pietro Motola e del milanese Ciccio Lonati che iniziò anche la realizzazione degli stucchi completata dal napoletano Giuseppe Gattai e dal barese Michele La Riccia. Finestre, infissi e sacrestia furono realizzati da Giacomo Oliva. Mastro Giuseppe Perrone di Taranto completò il cappellone del SS. Sacramento. Gran parte della struttura fu terminata tra il 1808 ed il 1816 e gli apparati di stucco tra il 1817 ed il 1820. La nuova quadreria fu opera del veneziano Giovanni Donadio. Le famiglie De Brittjs, Gatti, Casella, Caldone, Palazzo, Nobile, Lenge, Salinari, Maggi, Di Grazio e Petrizza , tra il 1819 ed il 1822, sostennero i costi per altri dipinti e gli altari secondari. Il Marchese Ferdinando Cattaneo donò quattro grandi tele, quelle poi attribuite a Mattia Preti, i quadri degli Apostoli e degli Evangelisti ed i ritratti degli Arcivescovi di Matera e Acerenza, Pietro (1334 – 43), originario di Montescaglioso, e Camillo Cattaneo (1797 – 1834), fratello dello stesso Marchese. L’altare maggiore fu acquistato dalla chiesa dei Gesuiti di Sessa Aurunca grazie all’intermediazione del Marchese Cattaneo. La balaustra fu realizzata dai Conti Galante che apposero sull’opera lo stemma del casato. Le due acquasantiere della navata centrale furono acquistate a Napoli ed i sontuosi lampadari, furono regalati dal Marchese Cattaneo e dal Principe Filomarino della Rocca marito della Marchesina Rosa, unica figlia di Don Ferdinando. Il battistero fu ricavato dalla parte inferiore di un’antica fontana esistente nella ex chiesa dei Benedettini. Il 29 Maggio del 1823 nel giorno del Corpus Domini, il clero e l’Arciprete Don Vito Antonio Contuzzi, presenti il “ popolo tutto “ e le autorità capeggiate dal Sindaco Giuseppe Mianulli presero possesso della nuova chiesa il cui patronato era del Comune. Fino al 1825 furono completati il pulpito, i “ bussoloni “ e le gradinate esterne. Dopo qualche anno nella nuova chiesa, che non aveva subito particolari danni dal terremoto del 1826, si manifestarono significative criticità. Agli inizi del 1857 l’architetto Nicola Carelli di Bari progettò un intervento di consolidamento attuato negli successivi per far fronte anche ad altri danni provocati dal grave terremoto del 16 Dicembre 1857.

LE CHIESE URBANE DIPENDENTI DALLA CHIESA MADRE. Dal clero della Chiesa Madre dipendevano tutte le chiese del paese, all’interno e all’esterno delle mura, non appartenenti ai monasteri. S. Giovanni Battista era stata annessa alla Chiesa Madre nel 1536. La chiesa di S. Caterina, nel Palazzo Marchesale, era patronato dei feudatari della città. Negli anni ‘60 del novecento fu trasformata in bar. La chiesa di S. Nicola, antica proprietà dell’Abbazia di S. Michele, era stata riedificata da Paolo Grillo, Marchese di Montescaglioso dal 1615 al 1621. Collocata in fondo alla via omonima, fu demolita agli inizi del novecento per realizzare l’extramurale. La chiesa di S. Andrea nella stradella omonima apparteneva alla famiglia Cappellano al cui capostipite, Giovan Pasquale originario di Venosa, era stato donata, tra il 1482 ed il 1487, con il palazzo nel quale era inclusa dal Duca Pirro del Balzo. All’inizio del sec. XIX, fu sconsacrata e venduta come abitazione. La chiesa del Crocifisso, attestata fin dal 1641, era prossima ad una torre ed ad una delle porte della città. Fu ricostruita ed ampliata sul finire del secolo XIX. Piccole cappelle private erano presenti nei palazzi delle famiglie Rocco, D’Alessio, Fini, Castrignano, Cantore e nelle case dell’Arciprete D. Mauro Cuzzolini e di D. Gaetano Alemi

CHIESE ALL’ESTERNO DELLA CINTA MURARIA.
La chiesa di S. Rocco. Eretta poco oltre le mura fu ampliata agli inizi del sec. XVI. Crollò in gran parte con il sisma del 1826 e fu immediatamente ricostruita. Officiata dalla “ Confraternita della Morte “ o delle “ Anime del Purgatorio, assunse una rinnovata importanza dopo la proclamazione di S. Rocco Patrono del paese. La cappella ed Ospedale dell’Annunziata: appena fuori le mura, di fronte a Porta Maggiore. Attuale sede dell’UNIMED. La chiesa, ora trasformata in abitazione, è decorata con alcuni affreschi. Era patronato dei feudatari della città che usavano affidarla in “ beneficio “ a sacerdoti di loro fiducia, anche forestieri. La chiesa di S. Croce: prossima al convento dei Padri Cappuccini al quale preesisteva. Ospita il Carro Trionfale del Patrono. Nel 1844 la chiesa risulta interdetta al culto poiché pericolante. Fu sconsacrata, divisa in vari ambiente, in parte venduti. La cappella di S. Antonio da Vienne era una dipendenza della “ Domus “ di Napoli dell’Ordine Ospedaliero di S. Antonio da Vienne in Francia, dedito all’assistenza dei malati affetti dal “ fuoco di S. Antonio “. Nel 1779 fu conferita come “ beneficio “ al primogenito di Antonio Cattaneo, Marchese di Montescaglioso, Don Camillo, Arcivescovo di Acerenza e Matera alla cui morte fu assegnata all‘ Ordine Costantiniano. Abbandonata e crollata nel corso del sec. XIX, ha dato il nome al rione omonimo. La cappella di S. Maria di Loreto: eretta a valle di V.le Giovanni XXIII e scomparsa nel corso del sec. XIX. Fondata dalla famiglia Silvaggi che ne mantenne sempre il patronato. La chiesa di S. Maria dell’Abbondanza: l’odierna S. Lucia Vecchia, attestata dal sec. XVII. Sul portale è presente lo stemma della Chiesa Madre. La cappella di S. Marco oggi nel territorio di Bernalda: all’interno del palazzo di campagna dei Marchesi di Montescaglioso in val Bradano. Antica proprietà prima dell’Abbazia di Banzi e poi dell’Abbazia di Montescaglioso. La chiesa di S. Lucia: antica proprietà dell’Abbazia, lungo la Carrera. Abbandonata nel sec. XIX, la statua della Santa fu trasferita a S. Maria dell’Abbondanza che cambiò nome in S. Lucia. La cappella di S. Biagio: nella “ Difesa “ a cui dava il nome. Le strutture più antiche sono databili agli inizi del sec. XVI. Altre cappelle erano nelle masserie Cantore, Salinari e Vinciguerra, quest’ultima dedicata a S. Nicola da Tolentino, a servizio dei padroni e dei lavoranti. Dopo la soppressione dell’Abbazia, tra il 1807 ed il 1809, molte chiese già dei Benedettini furono assegnate alla Diocesi. Passarono sotto il controllo della Chiesa Madre le chiese di S. Michele (S. Angelo), Madonna delle Grazie, S. Stefano, poi affidata alla famiglia Salinari, S. Simone Giuda che, abbandonata e sconsacrata, fu venduta e trasformata in cantina. Le chiese rurali dei Benedettini subirono sorti diverse: S. Maria del Vetrano fu assegnata al Comune e trasformata in stalla; S. Agata, S. Salvatore (Bernalda), S. Placido, S. Lorenzo di Murro, S. Agata con le masserie annesse furono vendute a privati come pure S. Scolastica ad Isca l’Arena, inglobata nella masseria costruita dai fratelli Galante e S. Vito a Campagnolo, trasformata in stalla. Nel 1866 furono soppressi anche i monasteri di S. Agostino e delle Benedettine le cui chiese passarono al clero.

Ringraziamenti
D. Vittorio Martinelli, Cancelliere dell’Arcidiocesi Matera-Irsina;
D. Gabriele Chiruzzi, Arciprete della Parrocchia dei SS. Pietro e Paolo di Montescaglioso;
Direzione e personale degli Archivi consultati.

FONTI E BIBLIOGRAFIA. Archivio Diocesano di Matera: “ Sacre Visite “ degli Arcivescovi di Acerenza e Matera dal 1544 al sec. XIX. Archivio di Stato di Matera: atti dei notai O. Contuzza (a.1727), A. Fidatelli (1780), G.A. Lafratta,(1780).
Archivio Parrocchiale di Montescaglioso: Domenico Gatti, “ Per un’idea della chiesa antica e nuova per quanto è stato possibile dal D. Fisico Domenico Gatti dell’età settuagenaria”, manoscritto del 1825.
Archivio Storico del Comune di Montescaglioso: Categoria Lavori Pubblici, fasc. 9.10.02. DOMENICO VENDOLA, “Rationes decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV, Apulia, Lucania, Calabria “, Città del Vaticano 1939.

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