Non molti sanno, lo sanno più -temo- gli anziani dei giovani ai quali la mia generazione non è stata capace di passare il testimone, che in età contemporanea Montescaglioso è stato un centro di vivaci lotte politiche e sociali. Lotte di lunga durata che attingevano a cause profonde e a tenaci speranze di riscatto. Lotte che, di volta in volta, andavano contro la storia, la subivano o l’anticipavano.
Penso a tre grandi questioni che hanno agitato i cuori e le menti dei nostri predecessori: Il brigantaggio (1850-1870), la grande emigrazione per le Americhe (1876-1914), le lotte per la terra (1943-1953). Su questi temi mi propongo di sviluppare qui delle sintetiche riflessioni nella speranza che possano interessare i giovani e indurli a studiarli come meritano.
Comincerei con il brigantaggio. Fu originato da una giusta causa -la promessa tradita di dividere le terre demaniali- ,e alimentato dalle prepotenze e dagli abusi dei nuovi sindaci con poteri di polizia su quanti continuavano a professarsi fedeli ai Borbone perché dovevano far dimenticare quanto loro stessi erano stati legati al sistema borbonico. Ma non mancarono motivi che a noi appaiono ridicoli, come il tentativo di abolizione del gioco del lotto, a rendere impopolare il nuovo governo. Tutte questioni che sfociarono nella tragedia del brigantaggio, la guerra civile che insanguinò i nostri paesi per una decina di anni a partire dall’autunno del 1860.
Le prime avvisaglie si ebbero l’8 agosto con la rivolta di Matera che portò all’uccisione del conte Gattini e minacciava di estendere ai paesi vicini: “Infine, sono premurato –scriveva Il Commissario mandato a reprimerla- a provvedere agli sconci che tuttavia succedono in Montescaglioso; quel comitato mi espone cose deplorabili. Ma io spero soffogarle appena che abbia rassicurata la duranza dello stato in cui veggio questa Città di Matera (“Il Corriere Lucano” dell’8 settembre 1860).
Non riuscirà a “soffogare le cose deplorabili” e Montescaglioso diventò un centro del brigantaggio cui diede una trentina di uomini e un capo, Rocco Chirichigno, detto Coppolone, che si segnalò per il rifiuto della violenza fine a sé stessa. E che rifiutò di eseguire il rapimento del comandante della Guardia Nazionale di Montescaglioso richiestogli da chi ne voleva prendere, e prese, il posto al comando degli uomini che avrebbero dovuto combattere il brigantaggio. Stiamo parlando del notaio Francesco Contangelo che fu poi sequestrato e ucciso dalla banda Canosa e del suo vice, il medico Tommaso Nemmoli che per quel fatto fu inquisito, imprigionato e poi assolto.
In generale la presenza e la forza che il brigantaggio ebbe nelle varie zone della regione coincideva con quelle, notarono già i contemporanei, dove corruttela, malaffare dei sindaci e disordine amministrativo la facevano da padrone. Dovette ammetterlo persino Cesare Lombroso smentendo le sue teorie sulla “naturale” tendenza al crimine di certe popolazioni: «Sopra 124 comuni della Basilicata, 44 soli non diedero alcun brigante; erano i soli comuni, dove l’amministrazione era ben diretta da sindaci onesti» (C. Lombroso, “L’uomo delinquente in rapporto all’antropologia, alla giurisprudenza ed alla psichiatria. Cause e rimedi”, Torino, 1896, p. 31). Ai sindaci, a tutti i sindaci, un decreto del luogotenente Farini del gennaio 1861dava la facoltà di occuparsi della pubblica sicurezza se nel loro paese non c’erano carabinieri e polizia. E siccome per vari anni dopo l’unificazione questi mancarono e i magistrati erano pochi bacucchi ereditati dal regime borbonico, i sindaci, soprattutto i cattivi sindaci, si servirono di quel potere per consumare vendette personali, famigliari e di fazione seminando a piene mani gli odi e i rancori che avrebbero alimentato il brigantaggio. Tanto che il valdostano prefetto Giulio Alessandro De Rolland, piovuto a Potenza nel maggio 1861, denuncerà che ogni giorno gli venivano segnalati «numerosissimi arresti arbitrari eseguiti in molti Comuni della Provincia; si arresta senza mandato, dietro leggerissimi indizi, per semplici sospetti, e si arresta non solo, ma si commettono atti inqualificabili, che costituiscono, per lo meno, enormi abusi di potere».
Un fenomeno da eleminare poichè: «Simili fatti, riprovevoli sotto qualunque Governo, sono riprovevolissimi sotto un Governo Costituzionale e libero, essi non possono essere assolutamente tollerati» (Arresti arbitrari, Il Corriere Lucano del 5 giugno 1861). Quando l’allarme fu lanciato si era solo agli inizi del brigantaggio, ma per mille ragioni, gli abusi piccoli e grandi non cessarono. Sappiamo come andò a finire, ma soprattutto sappiamo che i lucani, e i meridionali in genere, non avevano bisogno dei “piemontesi” per farsi male.
Lo stesso fenomeno complessivo del brigantaggio, sostenne con insistenza l’ex sottoprefetto di Melfi, Enrico Pani Rossi, in un suo intenso studio (La Basilicata, 1874), fu una rivolta contro i notabili che signoreggiavano sui municipi molto più che contro il nuovo stato . Il che non impedì a quegli stessi signori di stringere, di volta in volta, ambigui rapporti con chi era stato costretto a darsi alla macchia dal loro operato. A volte vittime delle rapine e scorrerie brigantesche, spesso strinsero patti che andavano oltre la protezione e tutela dei propri beni e in alcuni casi furono accusati di connivenza dai tribunali militari. Certo è che, una volta saltato il fosso della legalità, i confini fra lecito e illecito si facevano sfumati.
In ogni caso è da tener presente che gli amministratori del tempo non erano i campioni di onestà, rigore, competenza e trasparenza che felicemente governano le comunità ai nostri giorni. E infatti il «21 Novembre (1864) — In esecuzione di mandato di cattura spiccato dal Tribunale di Guerra di Potenza nel Circondario di Montescaglioso sono stati arrestati i nominati Casella Pietro medico e Sindaco — Andriulli Giuseppe — Lomonaco Giuseppe — Lomonaco Simeone — e Taddone Giuseppe tutti proprietari imputati di complicità coi briganti» (Archivio di Stato di Torino, Segretariato Generale, Divisione Gabinetto del Ministro, Affari confidenziali e riservati, Mazzo 4, 1864).
Quegli arresti giunsero inaspettati, ma fino a un certo punto, poiché si sa che nella stagione giusta dopo la pioggia spuntano i funghi. E pioggia di un certo tipo fra l’estate e l’autunno 1864 a Montescaglioso e in tutte le zone infestate dal brigantaggio ne era caduta parecchia…
Proviamo ad allineare in sequenza i principali fattori che portarono alla sua liquidazione anche nei nostri paesi: la legislazione d’emergenza, la svolta tattica sul campo, la repressione giudiziaria portarono al crollo finale delle bande.
Si comincia 1l 15 agosto 1863 con la promulgazione della legge Pica che stabilisce lo stato di emergenza nelle province meridionali e trasferisce la competenza penale sui reati di banda armata e favoreggiamento ai Tribunali Militari di Guerra. La legge introduce la punibilità penale della rete civile dei manutengoli e crea il meccanismo giudiziario che concede attenuanti e sconti di pena a chi si costituisce volontariamente o collabora con le autorità.
Uno dei primi effetti del provvedimento è, a fine 1863, la costituzione di Giuseppe Caruso (Zi’ Beppe), il luogotenente primario di Carmine Crocco che, spinto dall’incalzare delle truppe e dalle garanzie offerte dalle nuove norme sulla collaborazione, si consegna spontaneamente alle autorità militari. La sua resa rompe il muro dell’omertà tattica. Caruso mette a disposizione dell’Esercito Italiano la conoscenza capillare dei passi, delle grotte e dei covi segreti nei boschi di Monticchio e Lagopesole, privando i capi banda della loro invulnerabilità territoriale.
La svolta tattica sul piano militare si ha nella primavera–estate 1864 con il generale Emilio Pallavicini. Sotto il suo comando le operazioni militari nel Melfese e nel Materano sono fatte con colonne mobili d’attacco affiancate da Caruso come guida sul campo. Le battute offensive e i rastrellamenti continui non danno tregua alle bande, impediscono loro di stazionare nei boschi e le costringono a disperdersi in piccoli nuclei.
Alla svolta sul piano militare si accompagna, in applicazione della Legge Pica, l’azione dei Tribunali Militari di Guerra che colpiscono i complici nei centri abitati con l’arresto dei manutengoli e l’attacco alla rete d’appoggio civile, i cosiddetti briganti in guanti gialli.
A Montescaglioso si registrarono i seguenti episodi.
Il 6 agosto sei uomini a cavallo della banda Coppolone avevano assalito la masseria di Giambattista Andriulli e catturato due persone dai quali s’erano fatti dare soldi e beni vari. Il 28 dello stesso mese fu ricattato un proprietario, Castrignano, costringendolo a pagare una taglia di 300 ducati e a ciò segui l’arresto di dieci individui ritenuti dalla “voce pubblica” complici dei briganti. Il 26 e il 28 settembre le truppe in perlustrazione, accompagnate da una ventina di militi della guardia nazionale, elementi locali che ben conoscono il territorio, si scontrano con la banda Masini nelle campagne fra Monte e Pisticci. Il 7 novembre, su mandato del giudice di Tricarico, a Montescaglioso fu arrestato Pietro Carona per manutengolismo. L’11 novembre la banda a cavallo di Chirichigno compie nuove scorrerie, rapine ed estorsioni nelle campagne tra Ferrandina, Montescaglioso e Matera.
21 Novembre 1864, si è già detto, dal Tribunale di Guerra di Potenza arriva il colpo decisivo a Montescaglioso, l’ordine di arresto per complicità coi briganti del sindaco e medico Pietro Casella e di quattro proprietari.
Spezzata la rete dei notabili e dei manutengoli, le bande rimangono prive di rifornimenti di viveri e munizioni, di cure mediche e di informazioni sugli spostamenti delle truppe e ciò porta moltissimi latitanti a costituirsi -spesso con la mediazione di lor signori che lucravano sulle taglie- e quindi al crollo del “Grande Brigantaggio. Non ritenne opportuno seguire il loro esempio il generalissimo Crocco che intorno al 20 agosto lasciò con pochi fedelissimi la Basilicata sperando nella protezione dello Stato Pontificio, ma il 24 agosto fu catturato dai soldati del papa e incarcerato.