A Montescaglioso la mostra “Pier Paolo Pasolini: il volto icona” di Claudio Vino e degli allievi del Liceo Artistico “Carlo Levi” di Matera.

Giovedì 23 febbraio 2017 alle ore 18 presso l’abbazia di San Michele Arcangelo a Montescaglioso l’artista e docente Claudio Vino e gli allievi del Liceo Artistico Carlo Levi di Matera inaugurano  la mostra “Pier Paolo Pasolini: il volto icona”.
In programma letture poetiche di Giusy Zaccagnini. Allestimento della mostra a cura di Marina Altieri

Di seguito la nota sulla mostra del dirigente scolastico del Liceo Artistico di Matera, Patrizia Di Franco

“….ed ecco che essi ti insegnano a non splendere. E tu splendi, invece” (P.P. Pasolini) .

Tutti noi viviamo in un mondo ricco, composito e vivido, ma non tutti (certamente non tutti allo stesso modo) siamo attenti alle immagini che continuamente la nostra mente osserva e produce. È forse per questo che l’emozione di fronte a una fotografia, un dipinto a una scultura non proviene dalla bellezza o dalla perfezione dei dettagli, ma dall’idea stessa che l’ha suscitata. Una forma di conoscenza  della realtà pari, per implicazioni, a quella del linguaggio.
E allora. Se è certamente vero che ci sono oggi uomini spesso distratti, per i quali sfumano appartenenze e distinzioni, si allargano le smagliature tra vecchio e nuovo, uomini per i quali la stessa linea della memoria deve ad ogni poco ricontestualizzarsi e cercare punti di riferimento, è altrettanto evidente che ci sono pure oggi uomini della consapevolezza. Sono uomini, poeti, artisti che interiorizzano i luoghi, le cose, le persone, gli eventi straordinari insieme a quelli quotidiani e poi li trasformano, li rendono visibili.
È questo, per me, il senso delle opere di questi giovani artisti e della relazione tra loro e l’artista raffigurato, Pasolini.
I lavori in mostra, così come  la loro progettazione, rimandano ad una conversazione ininterrotta tra Pasolini e quella dei luoghi della nostra terra, che si definisce in rappresentazioni anche immaginifiche di  una vita raccontata e sognata con amore umido, aspra sapienza dolente giudizio. L’artista che qui viene rappresentato e in qualche modo narrato attraverso il suo stesso sguardo,  non ha paura di sporgersi oltre il  ciglio della sua solitudine,  di guardarci dentro e scoprire quello che siamo diventati, con una sorta di magia che brucia la pesantezza della realtà, che risveglia mormoranti emozioni e dà loro colori nuovi.
Gli studenti, come il loro insegnante, hanno infatti affidato al disegno  e alla pittura il rifiuto alla coazione a ripetere il passato. Nel confronto con l’artista Pasolini, che nel passato sia pure recente ha vissuto, non ne cancellano la memoria e non ne sono vittime ma anzi compiono un percorso di libertà in cui  il mondo scompare e il tempo resta sulla soglia di una visione.  Pasolini, artista multiforme, può essere interpretato solo coniugando la sua attività narrativa e poetica con quella cinematografica attraverso le quali egli si appropria delle forme del passato forzandole dal di dentro ed esplodendole nelle opere più diverse, con consapevolezza lacerante e interiore avvertimento di ineluttabili e perturbanti mutamenti.
Nei lavori presentati il segno è a volte asciutto, altre volte definito in maniera misurata  e delicata.  In altri, le forme e i temi sono quelli che nella nostra cultura rimandano come in un gioco di specchi alla cristianità e poi alla mitologia greca e ancora ai miti più arcaici.  In altri ancora, la terra di Basilicata chiama con le sue bocche spalancate, con il suo grembo materno, con i sui muri scarni,  ridondante e fragorosa.  In altri, infine, i colori a tratti cantano squarciagola: l’azzurro, il rosso, il  nero si  dilatano e allagano i  piani.
Le opere, tutte,  richiamano l’avventura dello sguardo, quella di chi considera il ritratto del poeta senza la presunzione di riproporlo uguale all’immagine fotografica ma tenta, con il gesto, di rendere possibile, ancora una volta, una narrazione, o forse riprendere  un dialogo interrotto tra l’artista e i giovani. Un dialogo che sfuma dall’interno verso l’esterno come un tenero cantico.
Il disegno diventa parola  che è colta nella sua destrutturante e frattalica mutevolezza. Il suo suono è come un’eco interiore: si sente il fruscio del tempo che ha il ritmo pulsante, caldo, misurato del cuore, prossimo al soffio delle cose del mondo e con esse dissimmetricamente armonico.


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