Gerardo Guerrieri, o della leggerezza

Curiosando sull’archivio online della vecchia Unità mi sono imbattuto in alcuni articoli in cui si citavano paesi delle nostre parti a firma di Gerardo Guerrieri. Non sapevo chi fosse e ho avviato una rapida ricerca su Google che mi ha permesso di scoprire che questi è stato nel secondo dopoguerra e fino alla morte un personaggio importante, direi quasi un protagonista, della nostra scena culturale nonostante fosse poco noto al grande pubblico.

Regista, traduttore, giornalista e critico teatrale, collaborò, fra l’altro, alla sceneggiatura di film come Sciuscià e Ladri di biciclette.

Nato a Matera il 4 febbraio 1920 da una famiglia originaria di Grottole, morì a Roma in circostanze misteriose e il suo corpo fu ritrovato nel Tevere, a una settimana dalla scomparsa, il 7 maggio 1986. Per onorarne il legame mantenuto con la terra d’origine, la famiglia decise di farlo seppellire a Grottole.  

Un profilo completo della sua ricca attività si può leggere su http://www.treccani.it/enciclopedia/gerardo-guerrieri_%28Dizionario-Biografico%29/.

 

Qui lo ricordiamo riproducendo uno dei brani d’ambientazione lucana pubblicati nel 1946 per l’Unità.

Per meglio comprenderne l’originalità e la freschezza narrativa, vale forse la pena di ricordare quale fosse il clima politico e sociale che si respirava in quei momenti.

Erano, quelli, tempi in cui l’eco della lotta partigiana era ancora viva e i partiti che vi avevano contribuito cercavano di riformare le strutture statuali che avevano reso possibile l’avvento del fascismo, ma anche di ricostruire e pacificare il paese. Uno impegno immane e pieno di contraddizioni.

Nel Sud stava montando la ribellione di braccianti e contadini contro la miseria e l’ingiustizia che ne avevano segnato per secoli la condizione e la Basilicata si contrassegnò con lotte diverse dalle tante che si erano avute in passato. I lavoratori della terra, sorretti idealmente dai comunisti e dai socialisti, ne erano l’avanguardia, ma fu l’intero territorio ad esserne coinvolto; i materani dei Sassi come i potentini che abitavano nei tuguri sotto il livello stradale del centro, i carbonai dei boschi di Accettura come i salariati fissi che vivevano come schiavi nelle grandi aziende della pianura jonica.

E le donne, tante donne nei cortei, nelle occupazioni delle terre e poi nelle carceri che per quella loro partecipazione subirono. Dall’altra parte il nocciolo duro del blocco agrario: proprietari e grandi affittuari terrieri e piccola borghesia eternamente governativa, i leviani “luigini”. E soprattutto gli intoccabili dell’apparato burocratico e di polizia creato dal fascismo che, invece di essere epurati, furono dopo la cacciata delle sinistre dal governo nella primavera del 1947 sempre più coccolati dai nuovi governanti in quanto strumenti e protagonisti della lunga stagione di repressione degli anni 1948-1953.

Erano tempi duri nella lotta politica e retorici nella battaglia delle idee. In Guerrieri non ci sono bandiere al vento, nè retorica nazional popolare tanto care al neorealismo nella letteratura e nel cinema di quegli anni. Si riporta qui il più “politico” -anche se il meno poetico- dei racconti lucani pubblicati da Guerrieri nel 1946 su l’Unità. Ma, come si vedrà, anche qui si accenna all’attualità solo con la tirata del dottor Filadoro “contro i Carlo Levi”.

Il narratore non contrasta, nè giudica ciò che viene a sapere e, pur dissentendo dai suoi personaggi, non ha una verità propria da opporre alla loro. Nè una risposta da darsi sugli “estremi influssi” che gli antenati potrebbero aver avuto su lui. Antenati sempre “battaglieri, napoleonici” che ora severamente lo scrutano dai ritratti alle pareti della vecchia casa e ai quali può opporre solo una straniata leggerezza e il garbo dell’ironia e della malinconia.

E come a giustificare la propria carenza di spirito combattivo, lo scrittore si spinge ad affermare che non può esserci lotta dove la natura, come in Lucania, “è un basilisco dagli occhi bianchi” e regna “l’immobilità di questo tempo che copre tutto, in cui le ore cadono come in un oceano…”

Gli uomini e i fatti di quegli anni gli daranno torto, ma la straordinaria verità poetica della sua scrittura è giunta, intatta, fino a noi.

 

 

Il dottor Filadoro borghese di Lucania

 

«Mi fanno ridere tutti questi Carlo Levi», bofonchia il dottor Filadoro.

Io e lui prendiamo il fresco sul balcone; la luna é alle nostre spalle, nascosta dal tetto e spande un bianco livido su tutta la valle come un enorme riflettore.

«Un secolo fa», prosegue il dottor Filadoro sprizzando brace dal sigaro, «tutta la collina era un bosco verde e quella specie di torrentello là sotto era un torrentello navigabile, sicché il comune cacciava dieci lire al mese per mantenere un barcaiolo. Sa questo cosa vuol dire? Vuol dire pioggia e pioggia e pioggia; acqua; adesso invece sono tre stagioni che non piove, e quest’anno ancora non si può cominciare l’aratura tanto é secco il terreno. Di che viveva la gente? Di pastorizia, meglio di adesso certamente che ha fame di terra e latifondi ed altre chiacchiere, e per farne che? Per coltivare il grano? Ma il grano fra poco ci verrà tutto dall’estero a un prezzo irrisorio. E allora? Stia a sentire, questa è la provincia d’Italia che ha la percentuale di latifondo più elevata, sissignore, il 61%, ma la vera piaga non è il latifondo, signori miei, su questo bisogna battere perché il latifondo, volere o volare, è l’unico ad essere coltivato razionalmente, con le macchine: la vera piaga é lo spezzettamento delle terre: perché che mi fanno un ettaro o due a testa di terra arida,senza acqua né concime, nè trattori, nè niente? Senta a me, rimboschire, rimboschire bisogna,tornare alla pastorizia!»

 

Mi fissa per notare se sono sorpreso. Figurarsi; ne abbiamo sentiti di paradossi. Rumina fra sè e mastica il sigaro polemicamente, poi sbotta: « E questi professori, questi Carlo Levi, che si scandalizzano perché la gente vive con gli animali dentro le case! E con chi vorrebbero che vivessero, se sono quelli che gli danno da mangiare? Di quello campano! Risolvetemi un po’ il problema», il dottor Filadoro mi squadra infuriato, con le braccia conserte e il sigaro a mal partito.

«Sentiamo. Di qui non si scappa. Lei» e mi guarda di sottecchi con l’indice solennemente puntato sul pollice dell’altra mano, «se lei risolve il problema igienico delle case, lei mi rovina l’economia dell’intero paese».

Egli resta davanti a me con gli occhi sgranati: tutta la sua persona é una domanda figurata: «mi spiego?» Poi si affloscia traversato da un pensiero. «A meno che» mormora distendendosi «a meno che» dice lentamente «a meno che non vogliamo darci in braccio al comunismo». Questa eventualità gli fa cadere le braccia. «In tal caso», prosegue con amara enfasi, «siamo proprio maturi, non c’è che dire».

Silenzio. Il dottor Filadoro stempera i propri crucci nel tepore della notte, dove il paesaggio, così scontroso di giorno, si fa tenero come una sposa.

Cambia discorso. Parla di caccia, e della sua tristezza di non avere una donna. Andare al letto con la propria donna, dice, è una cosa straordinariamente spirituale. Del resto qual è il nostro destino, aggiunge, se non quello di perpetuare la specie? Un’altra volta parleremo a lungo di questo. Ora se ne va, l’accompagno alla porta.

In attesa della cena giro per la casa piena di antiche presenze che non conosco: dalle pareti  mi guardano ritratti di parenti seri, severi, dal viso affossato: visi lunghi di contadini che poi mandarono i figli a Napoli a studiare. Chi sono? Somigliano molto al dottor Filadoro. Chissà se erano fatti così anche loro, con quel misto di esaltazione e di sfiducia, di rovello e di ignavia, di indifferenza e di angoscia. E quella logica sottile del dottor Filadoro, che spiega tutto, giustifica tutto,mette la coscienza a dormire. Noi viviamo così perché è così, da generazioni e generazioni. Il mondo immobile.

Le pareti mi perseguitano gli sguardi: gli uomini con colli duri e i baffi spioventi, i capelli a spazzola, le donne col petto gonfio, lo scialle nero, il fazzoletto ricamato, le occhiate umili, come trafitte, spaventate dal fotografo: visi tutti un po’ tragici, visi fiere, visi silenziosi, pieni di un rassegnato orgoglio, visi senza dolcezza. E enigmatici. Ridevano qualche volta? Le fotografie ce li mostrano impettiti e sussiegosi, anche nelle scampagnate, col fiasco in mano. Col fiasco sollevato e il piede puntato su un macigno ci fissano trucemente, battaglieri, napoleonici. Si divertivano mai? Davanti all’obiettivo si spogliavano della vana letizia del mondo, si paludavano come per i posteri: erano dei vivi, così, truccati da morti, e sapevano il riso sui volti dei morti.

Il fascino di queste facce compassate, mi segue mentre attraverso le stanze. Invano cerco di riconoscerne, dentro di me, gli estremi influssi. Zia Marietta, con i capelli lisci e neri, rigida come una scopa, lo zio prete, grasso e altezzoso, che invece era un brav’uomo che giocava a scopone, il bisnonno tracotante che faceva l’elegantone girando per la vigna a cavallo in tuba e stiffelius e perciò lo chiamavano «il milordo». Mio nonno farmacista, mite e senza denti e sempre curvo ai suoi bilancini a pesare polverine bianche: una sera vicino al focolare si addormentò e scivolò nel fuoco, e di li a poco mori.

Con terrore sento l’immobilità di questo tempo che copre tutto, in cui le ore cadono come in un oceano, e che si palpa come una stoffa. E gli uomini, e i fatti?

Qui torna gente arzilla e vivace, reduci, studenti pieni di idee e di mondo, parlano di Francia e di marocchini e di bagni tutti i giorni e di cafè-chantant, poi dopo un anno li trovi seduti, la sera, sulla soglia della bottega del macellaio: «Che fai?», gli domandi.«Eh, mi sposo», dice. «E come la va?». «Come deve andare», ti risponde «Si mangia, si beve, mò mi sposo, questa è la vita». Questo magari era scampato ai tedeschi, scappato dalla Grecia, fatto prigioniero a El Alamein; macché non se ne ricorda più.

Qui l’uomo non lotta neanche contro la natura: la storia è una lotta immane dell’uomo contro la natura, ma qui la natura è un basilisco dagli occhi bianchi. Bianchi come le stoppie della vallata e le ombre degli ulivi e la strada che va a Matera. Anche i cipressi laggiù, di notte, sono bianchi. Laggiù, dall’altra parte, brillano i lumi di Ferrandina; il paese temuto, il paese riottoso, il paese ribelle; tutti comunisti, dice il dottor Filadoro.

Sento una trombetta fare pè pè. É l’ora dello scettabanno. Lo scettabanno è il banditore, quello che getta i bandi. Nella notte la sua voce è chiara come se fosse di Beniamino Gigli, ma è una voce stridula, disperata.

«Chi avesse trovato un maiale sulla strada di Santo Nocenzo lo venisse a riportare a compare Rocco Pellegrino, il quale…».

Lo  scettabanno è un poveraccio allampanato e frusto, sta in piedi per scommessa. Da giovane, ai tempi d’oro, faceva la guardia di finanza e una volta fermò perfino un ammiraglio. «Quanti anni hai, compare Vituccio?», grida uno. «Sessanta, per servirvi» dice compare Vituccio. «È vero, compare Vituccio, che una volta ti mettesti in mezzo alla strada e fermasti un ammiraglio». «Gnorsì, lo fermai, e lo fregai anche, gnorsì ah ah, quant’è vero Dio».« E poi ti fregò lui». «Ah, gnornò, io lo fregai, compà. Otto sacchi di zucchero si portava, il signor ammiraglio nella macchina e tutto». «E lui ti diedi una sigaretta e tu lo lasciasti passare, è così?». «Mai, compà. Mai. Mò ci sei, dissi il signor ammiraglio, e mò qua devi restare, eh eh». «Brava testa di min…! E qua t’ha fatto restare l’ammiraglio, qua la vita a fare ‘u scettabanno». «Ah ah» ride compare Vituccio, «ah ah, giusto, hai detto bene, compà, mò sei stato fino». «Le tue figlie che aspetti a maritarle, compare Vituccio?» Tutti strizzano l’occhio attorno al compare Vituccio che ride amaro e si allontana un po’ ridendo un po’ sbavando.

Si ode all’angolo il pè pè della tromba, la cantilena stridula per il maiale di Santo Nocenzo.

Gli uomini stanno immobili, fuori e dentro le case, in piedi e seduti allo scranno, col cucchiaio in mano o il viso al focolare, lo stesso sguardo dei ritratti alla parete.

Davanti alla porta stanno accovacciati i maiali; dentro, i muli impietriti dal sonno restano fermi come figure di legno, sospesi come in attesa di qualche cataclisma, del terremoto, della metempsicosi, del diluvio universale.

 

Gerardo Guerrieri

Grottole, settembre 1946.


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