martedì 01 Dicembre 2020

I tuoni di Monte Cupo

Accolgo con grande piacere l’invito del nostro capitano ZODD a condividere con i visitatori di Montenet alcuni brani tratti dal mio primo romanzo “I tuoni di Monte Cupo”. Non potendo pubblicare tutto il libro, sceglierò alcuni capitoli che possono essere letti come racconti brevi. Ovviamente, per la lunghezza dei capitoli, pubblicherò qualche pagina al giorno. Se l’iniziativa incontrerà l’approvazione dei visitatori del sito potremo continuare l’esperimento. Buona lettura.

Primo capitolo: TERRA DURA – 1914.

   I pomeriggi d’autunno sono tristi e brevi. Dopo il sontuoso sfoggio estivo, il sole sembra un vecchio ormai stanco.

   Bianche file di case si tingono di rosa al tramonto di ottobre. L’estate è appena passata eppure è lontana un anno. Si aspetta la prossima. Estate di speranze contadine.

   Dalle viuzze di bianchi ciottoli si alza allegro il vociare dei bambini. Infanzia breve. Qualcuno andrà a scuola, altri nei campi, alcuni a bottega. Imparare a leggere e a scrivere è un lusso per pochi ma non è un grande problema, servono braccia per il lavoro, anche piccole, si irrobustiranno. Nelle stradine c’è un viavai di massaie che raccolgono il bucato steso ad asciugare al sole d’autunno. Qualcuna porta la legna per il fuoco, altre attingono acqua dalla fontana con l’abbeveratoio per gli animali. L’inverno non è ancora arrivato ma la sera è fresca e il tepore del fuoco nei camini è un ristoro per le membra affaticate dalla lunga giornata di lavoro nei campi. La giornata di lavoro sta finendo e tra poco gli uomini cominceranno a rientrare. Tutto quello che chiedono è un piatto caldo di minestra ma non ce ne sarà per tutti. La fame è compagna indesiderata nella maggior parte delle case del paese.

   La Basilicata è terra dura. Matrigna cattiva, chiede tanto e dà poco. Molti sono scappati in America a cercar fortuna, qualcuno l’ha trovata ed è rientrato a fare il signore.

   Il paese è situato sull’ultima collina che da Matera scende verso il Mar Jonio, l’antico mare dei colonizzatori Greci. A occidente domina sulla valle del fiume Bradano, grandi superfici pianeggianti e paludose, spesso allagate dalle piene del fiume. Adagiati sulle colline oltre la valle, sono visibili i piccoli comuni di Pomarico e di Miglionico. A oriente l’aspra Murgia con la gravina che scende da Matera. Nei suoi anfratti ospita greggi e pastori. Dimorano nelle ancestrali chiese rupestri e nei cenobi bizantini sparsi sulle pareti rocciose del canalone. Nei secoli passati, monaci venuti da levante si sono fermati in queste gole, hanno scavato delle grotte negli scoscesi calcarei e ne hanno dipinto le pareti con figure sacre dai lineamenti orientali. I pastori non ci fanno più caso. Nelle sere intorno al fuoco o nelle giornate di pioggia si raccontano le storie dei santi raffigurati sulle pareti. Ma il più citato nei loro racconti è un santo che qui non è raffigurato. Raccontano di quando San Rocco, più di cento anni prima, aveva salvato il paese dal saccheggio ad opera dell’esercito francese. Con un prodigio, il Santo aveva fatto apparire, agli occhi dei soldati francesi, gli alberi e le macchie della Murgia come soldati a difesa della cittadina. Il numero dei difensori sembrò tale che i francesi scapparono senza combattere. Qualche anno prima, sempre San Rocco aveva fermato un disastroso terremoto che stava radendo al suolo il paese. Il Santo sarebbe diventato il Patrono della città. La sua statua, raffigurata con la gamba del Santo ulcerata dalla peste e con un cane che gli porge una pagnotta, sarà portata a spalla tra le strade del paese il 16 di agosto. (continua)


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