FAHRENHEIT 451

FAHRENHEIT 451  


                                                                                                                                        “Il soggetto di Fahrenheit, l’amore dei libri, è talmente positivo che non era proprio il caso di «trattarlo», bisognava illustrarlo”

François Truffaut

 

   Ho rivisto qualche giorno fa un film di François Truffaut, intitolato Fahrenheit 451, un film del 1966, tratto dal romanzo omonimo di Ray Bradbury, in cui si racconta di una popolazione alla quale viene proibita la lettura e, quindi, l’acquisizione di un giudizio critico. Fahrenheit 451 è la temperatura a cui bisogna arrivare per bruciare un libro. La popolazione dissenziente fugge in una foresta dove gli uomini in esilio imparano un libro a memoria, diventando uomini-libro per salvare il passato.   

   Anni fa, alla vigilia delle votazioni, nell’ormai lontana primavera del 2011 fui convocato insieme con altri due amici nella sede del PD perché i dirigenti di quel partito avevano bisogno di consigli e di idee per compilare la parte riguardante la cultura da inserire nel programma da presentare agli elettori.(Naturalmente diranno che non è vero, che di idee ne avevano tante e …. compagnia!)

   Dopo una breve discussione, proposi, alla presenza della segretaria, del futuro assessore alla cultura e del futuro presidente del consiglio comunale che sarebbe stato interessante predisporre degli interventi per organizzare al meglio i servizi forniti dalla biblioteca comunale. Entusiasti dell’idea mi incaricarono di stilare un progetto che avrebbero poi inserito nel programma elettorale.

   Perciò mi diedi da fare, mi documentai e preparai un programma di interventi così articolati che altri sindaci, venutone per caso a conoscenza, lo hanno citato nei loro comizi.

   Poiché, però, mi erano sorte alcune perplessità riguardanti l’utilizzo delle proposte avanzate, per salvaguardare quanto avevo scritto, pubblicai il progetto, che intitolai Un fior di libro sul sito L’urlo del sole, così almeno altre persone l’avrebbero letto, venendo, così, a conoscenza della fonte.

   Il lettore, a questo punto, potrebbe dire: “bene! Hanno accettato e hanno tentato di realizzarlo.”

   Purtroppo devo deluderlo. Non ci fu nessuna reazione. Non credo che l’abbiano mai letto. Nemmeno un grazie.

   Niente.

   Non è piaciuto? E’ troppo complesso? Costa troppo? Non si sa. Solamente uno sberleffo, qualche giorno fa, da parte del presidente del consiglio comunale.

 

   Ora, sia pure consapevole della rinomata idiosincrasia (tradotto: “avversione profonda”) verso la lingua italiana, ripropongo (da montese con la testa dura!) lo stesso progetto di tre anni fa, con qualche aggiustamento e qualche aggiornamento, e con la speranza che questa volta lo leggano, a tutti gli amministratori pretendendo, questa volta, che una risposta, una qualsiasi, anche breve, venga formulata. E, per carità, non si dica che non ci sono soldi e che, soprattutto,  si capisca che investimenti del genere creano occupazione per giovani laureati e non e producono “soldi”!

 

 

Un fior di libro


 Una delle preoccupazioni che più stanno a cuore a questa redazione è quella della cultura.

Cultura intesa, in senso generale, come capacità di conoscenza, di giudizio, di pensiero libero, di organizzazione, di spirito critico, di elaborazione mentale, di preparazione, di ampia e cosciente visione del futuro. Una cultura che dia la possibilità di mettere in discussione scelte opinabili e permetta di criticare l’operato di chi è stato incaricato dalla popolazione a governare e quindi a decidere. Una cultura che dia la forza anche di deridere il potere scardinandolo dalle radici come pare fosse descritto nel mai ritrovato secondo libro della Poetica di Aristotele dedicato alla Commedia.

A questo concetto di cultura sono strettamente legati due grossi settori di intervento fra di loro connessi e dai quali questa deriva: la scuola e la biblioteca.

Della scuola ci proponiamo di scrivere al più presto, anche se in qualche modo abbiamo espresso precedentemente il nostro pensiero, mentre della biblioteca di cui abbiamo urgenza di parlare per cui prevediamo un ampio sviluppo che le consenta di essere al centro della vita culturale montese analizziamo subito le difficoltà e le prospettive negli articoli che seguono.

E’ urgente suggerire degli interventi per una corretta funzionalità della biblioteca perché a Montescaglioso la biblioteca non esiste. O meglio la gestione della biblioteca comunale è l’ultima delle preoccupazioni di qualsiasi amministrazione.

Con il rispetto per tutte le professioni e per tutti i lavori basti solo pensare che la biblioteca di Montescaglioso è affidata alle cure di un giardiniere, che, poverino, fa di tutto per organizzarla nel migliore dei modi possibili, sperando forse che piantando libri un giorno possano fiorire e dare i loro frutti, ma che incontra giornalmente delle oggettive difficoltà.

Chi ha viaggiato un po’ per l’Italia e ha avuto a cuore problemi del genere avrà sicuramente osservato che in realtà simili a quella montese problemi analoghi sono stati affrontati e risolti raggiungendo obiettivi che solo una buona organizzazione, una buona preparazione e una buona gestione della biblioteca riescono ad ottenere. Nelle biblioteche di alcuni paesi del nord, con una popolazione anche inferiore a quella di Montescaglioso, sono conservate opere che fanno invidia a qualsiasi bibliotecario che si rispetti, dagli esempi dei quali bisogna partire e operare convinti che da un terreno fertile e vergine come il nostro, per rimanere nella metafora del giardiniere, non possano venir fuori altro che frutti ottimi e soprattutto innovativi.

 

 La seduzione della conoscenza


“Monasterium sine libris est sicut civica sine opibus, castrum sine numeris, coquina sine

suppellectili, mensa sine cibis, hortus sine herbis, pratum sine floribus, arbor sine foliis…

E il nostro ordine, crescendo intorno al doppio comandamento del lavoro e della preghiera,

fu luce per tutto il mondo conosciuto, riserva di sapere, salvezza di una dottrina antica che

minacciava di scomparire in incendi, saccheggi e terremoti, fucina di nuova scrittura e

incremento dell’antica”

(L’Abate in Umberto Eco, Il nome della rosa, Bompiani ed., Milano, 1980)

 

Può una comunità di oltre diecimila persone con una popolazione scolastica che supera il 20% sopravvivere senza il supporto, il conforto, la certezza di un luogo di studio, di ricerche, di incontri, di scambi di idee e di progetti quale può e deve essere una biblioteca? Una cittadina priva di un riferimento culturale così importante è sicuramente, come dice l’abate, una città senza edifici, ma anche senza lavoro, senza progetti, senza occupazione, una fortificazione senza truppe, senza regole, senza viveri, una cucina senza suppellettili, una mensa senza cibo, un orto senza erbe e senza verdure, un prato senza fiori, un albero senza foglie e, aggiungiamo noi, una cittadina allo sbando che cresce con prepotenza e con valori discutibili non essendo in grado di scegliere, proprio perché priva di quel riferimento culturale, fra il bene e il male, fra il bello e il brutto, fra chi propone interventi destinati a divenire duraturi nel tempo e chi amministra per interessi personali. 

Soprattutto se si considera che la comunità di cui si parla è stata allevata ed è cresciuta culturalmente all’ombra di una delle più prestigiose Abbazie Benedettine del meridione nella quale erano custodite opere di grande rilevanza culturale, un monastero con un’abbondanza di libri raccolti nella biblioteca con pareti affrescate dalle immagini dei grandi pensatori del passato come Pitagora, Aristotele, Ippocrate, Platone, Diogene e da figure femminili che ricordavano ai monaci di agire sempre secondo virtù ispirandosi alla fede, alla speranza, alla carità, alla prudenza, alla giustizia, alla fortezza, alla temperanza e alla misericordia e che simbolicamente rappresentavano.

I benedettini, come si sa, seguivano alla lettera i comandamenti voluti da San Benedetto che con la sua Regola aveva fissato i principi su cui doveva basarsi la vita quotidiana di ognuno di loro.

“Ora et labora” era la regola più importante, ma anche “lege”.

Nel paragrafo XXXVIII intitolato De hebdomodario lectore (La lettura settimanale) della Regola di San Benedetto è scritto: “Mensis fratrum lectio deesse non debet, nec fortuito casu qui arripuerit codicem legere ibi, sed lecturus tota hebdomada dominica ingrediatur”. (Alla mensa dei monaci non deve mai mancare la lettura, né è permesso di leggere a chiunque abbia preso a caso un libro qualsiasi, ma bisogna che ci sia un monaco incaricato della lettura, che inizi il suo compito alla domenica e prosegua per tutta la settimana). E ancora: “Et summum fiat silentium, ut nullius mussitatio vel vox nisi solius legentis ibi audiatur.” (Nel refettorio regni un profondo silenzio, in modo che non si senta alcun bisbiglio o voce, all’infuori di quella del lettore).

Considerato il maestro nella “scuola del divino servizio” San Benedetto impose la sua Regola a tutto il monachesimo occidentale ed i monasteri ben presto divennero centri di vita economica e culturale oltre che centri di vita religiosa.

Il lavoro, ritenuto lo strumento per l’elevazione dello spirito, fu valorizzato tanto che fu incrementata la bonifica del suolo e dei campi, dissodati ed irrigati, arati e seminati.

L’apicoltura e l’allevamento del bestiame furono altre occupazioni del monastero perché con la prima si sopperiva al bisogno di cera per l’illuminazione delle chiese e con il secondo ci si procurava la lana per i vestiti, la pergamena per scrivere e copiare i testi sacri, il grasso per illuminare e naturalmente la carne per nutrirsi. Tutto questo sapere acquisito si riversò ben presto sulla comunità che sotto la guida dei monaci iniziò a dissodare le terre incolte, a coltivare la vite e l’ulivo e a cimentarsi in scambi commerciali. 

Nonostante il monastero fosse posto in un luogo isolato divenne in breve tempo un punto di riferimento anche per i paesi vicini che vi si recavano per scambiare i loro prodotti, incrementando così il potere dell’abate, dei monaci e dello stesso monastero nel quale ci si dedicò alle innovazioni tecniche con diverse officine quali, a seconda della disponibilità e delle esigenze del luogo, oleifici, concerie, tintorie, birrerie, caseifici e, con l’avvento della stampa a caratteri mobili, tipografie.

Completamente autosufficienti le attività molteplici dei diversi monasteri si sono conservate ancora oggi e spaziano dalla lavorazione della ceramica, all’oreficeria, alla fabbricazione di succhi di frutta, alla rilegatura dei libri, a laboratori di restauro di manoscritti e di libri antichi.

Proprio questa ultima attività, unitamente alla trascrizione dei libri antichi su pergamene pregiate, contribuì all’elevazione della cultura europea. I monaci amanuensi hanno permesso con il loro faticoso lavoro di non disperdere l’immenso tesoro dei testi dell’antichità arricchendoli di miniature sempre più ricercate che venivano conservati e protetti anche a costo di pesanti sacrifici e della stessa vita, come ampiamente descritto da Umberto Eco.

Gli stessi libri servivano per la lettura, l’insegnamento e l’istruzione. In ogni monastero si imparava non solo a leggere ma anche a conoscere le note musicali e il canto, l’aritmetica e la geometria, la grammatica, la dialettica, la retorica e l’astronomia, sette materie di studio che componevano le cosiddette arti liberali, affiancate dagli studi di teologia e di diritto.

In tempi più recenti, dimenticandoci di tutto questo sapere ereditato, della grande tradizione musicale, letteraria, politica, rivoluzionaria del nostro paese abbiamo assistito, negli anni, dapprima a performances di assessori alla cultura che brancolavano nel buio, incapaci e inadatti a raccogliere le novità proposte dalle varie associazioni culturali e dalle varie cooperative che nel frattempo si erano costituite ed in seguito ad estemporanee trovate di assessori immobili nel buio della loro ignoranza, privi di idee, occupati in palestre che “corrono”, che hanno facilitato, senza scegliere, qualsiasi intervento “culturale” quasi sempre idiota pur di far baccano, pur di far vedere che qualche cosa si fa, così poco attenti allo sviluppo di una cittadina che chiede di più e così tanto falsamente iperattivi che hanno bisogno di musica, pardon, di rumore e di frastuono carnevalesco, sparati a migliaia di decibel per risvegliarsi dal loro torpore.

Nostro malgrado siamo stati testimoni di sagre del panino, della birra, della pizza, dei cavatelli, di mostre di cose inutili e di pessimo gusto, di sfilate di moda e di abiti da sposa per le quali furono utilizzati spazi pubblici per un interesse privato, di esposizioni poco o per niente interessanti, di selezioni per il concorso per missitalie o per l’ombelico più rotondo o per l’alluce valgo o per l’unghia più lunga del dito mignolo, organizzate senza pudore e con una propensione al cattivo gusto e all’indecenza. Non dimentichiamoci che un assessore alla cultura, precorrendo i tempi, aveva nel suo ufficio mostrandolo come un trofeo o come un premio honoris causa la sagoma a grandezza naturale di una fanciulla in costume da bagno che pubblicizzava la ditta Cotonelle, sponsor per missitalia, sperperando soldi pubblici senza chiedersi se avrebbe potuto utilizzarli in maniera diversa.

E ancora sedicenti laureati e improbabili assistenti universitari, così imbecilli da arrivare secondi in un concorso per imbecilli, che non conoscono nemmeno il significato delle parole che pronunciano e che non hanno nemmeno la più pallida idea di cosa voglia dire quel titolo pagato e scritto su un pezzo di carta straccia rilasciato da cosiddette scuole private con il quale vorrebbero dimostrare di essere “dottori”, passaporto per candidarsi alla guida del paese e decidere, quindi, su chi un po’ più di cultura della loro l’ha acquisita nelle scuole pubbliche, deridendo altri amministratori che nell’immediato dopoguerra erano orgogliosi della loro cultura contadina ed artigiana e che non arrossivano quando per poter firmare si toglievano la giacca tanta era la fatica dell’impresa.

Come si vede c’è tanto da fare e tanto da immaginare perché Montescaglioso abbia una biblioteca degna di tale nome. E non ci si venga a dire che non ci sono soldi.

Sarebbe bastata una statua della madonna o un busto marmoreo in meno per destinare quei soldi buttati alla elevazione della cultura cittadina.

Per carità, non si vuole minimamente paragonare il valore degli uni con l’importanza dell’altra. E’ sicuramente più importante la seconda, cioè la biblioteca, una biblioteca moderna che accolga e stimoli i più vari interessi, prendendo spunto proprio dall’immenso patrimonio culturale ed organizzativo tramandatoci dai benedettini e che gestisca non solo i beni cartacei arricchendoli con nuove acquisizioni ma che sia il punto di partenza, di stimolo, di gestione e di controllo di veri e propri laboratori e “officine” culturali e artigiane. Interessi, esigenze, necessità, bisogni che si cercherà di analizzare e proporre, sperando che non venga meno ed anzi venga stimolata ed accresciuta anche nei nostri amministratori e dirigenti la seduzione della conoscenza.

 

 

 

Centro Culturale Multimediale

 

Sì, sì d’inverno è meglio

dopo è più facile dormire e andare

oltre i pensieri con un libro

di Lucrezio aperto tra le dita

così è la vita, tra una vestaglia e un mare

chi vuole andare in gita

non sa, non sa, non sa.

(Paolo Conte, La donna d’inverno)

 

Leggendo il Manifesto Unesco sulle biblioteche pubbliche del 1994 si apprende che si può raggiungere la libertà, il benessere e lo sviluppo solo se i cittadini sono bene informati e sono quindi in grado di poter esercitare i loro diritti ed assumere un ruolo attivo nella società. La partecipazione ad una società democratica dipende dall’istruzione di ognuno di noi e da una buona conoscenza culturale. Per questo la biblioteca pubblica costituisce una condizione essenziale per l’apprendimento permanente ed è il centro informativo locale per ogni genere di conoscenza e informazione.

Nello stesso manifesto sono indicati i vari compiti e i vari servizi che una biblioteca deve fornire per “creare e rafforzare nei ragazzi l’abitudine alla lettura”, sostenere l’educazione individuale e l’istruzione formale a tutti i livelli, “offrire opportunità per lo sviluppo creativo della persona”, “stimolare l’immaginazione e la creatività”, “promuovere la consapevolezza dell’eredità culturale”, “dare accesso alle espressioni culturali di tutte le arti rappresentabili”, “incoraggiare il dialogo interculturale”, “sostenere la tradizione orale”, garantire l’accesso ad ogni tipo di informazione, fornire a chiunque servizi di informazione adeguati, “agevolare lo sviluppo delle capacità di uso dell’informazione e del calcolatore”, “sostenere le attività e i programmi di alfabetizzazione rivolti a tutte le fasce d’età, parteciparvi e, se necessario, avviarli”. In una parola un centro propositivo e operativo che garantisca la cooperazione fra gruppi di utenti a qualsiasi livello, con una buona localizzazione degli uffici e con attrezzature e tecnologie adatte per la lettura e lo studio. La stessa IFLA (International Federation of Library Associations) nel Manifesto del 2002 afferma che “il libero accesso all’informazione è essenziale per la libertà, l’uguaglianza, la comprensione mondiale e la pace” suggerendo la connessione a internet da parte delle biblioteche e dei servizi informativi, che dovranno inoltre garantire e facilitare l’accesso alle espressioni della conoscenza e delle attività intellettuali e acquisire, conservare e rendere disponibile la più ampia varietà di materiali. Due anni dopo indica i principi per la cura e il trattamento dei materiali di biblioteca elencando tutti i supporti non solo librari adatti alla conoscenza e proponendo varie soluzioni per la conservazione di tale materiale.

Bene. Perché tutta questa lunga, e forse noiosa, introduzione?

  

Per dimostrare che bastava poco per informarsi su come innovare e gestire una biblioteca comunale. Leggendo o consultando internet, ammesso che si sappia cosa sia. Ma l’incompetenza, il menefreghismo, il disinteresse, l’indolenza, l’ignoranza (nel senso etimologico del termine) hanno impedito che un governante si interessasse dei suoi governati che l’hanno votato perché facesse gli interessi degli elettori o che futuri amministratori continuino a ignorare proponendosi come sostituti!

Eppure addirittura nel mese di luglio del 1991 fu pubblicato, per conto, guarda caso, della Regione Basilicata, un quaderno sul primo corso per managers culturali realizzato in Italia, dal titolo Manager culturale: un nuovo profilo professionale dove proprio due cooperative di Montescaglioso, la cooperativa CIAK e la Cooperattiva (rappresentate dal sottoscritto, da Franco Oliva, da Elisabetta Giubilato, da Franco Lomonaco e da Mario Nobile) avanzavano proposte culturali ritenute altamente innovative e che coinvolgevano il ruolo stesso della biblioteca. Non si conosce nemmeno quello che succede nella regione di appartenenza? Già, sono passati parecchi anni. Allora è d’obbligo che quelle soluzioni siano riproposte e ampliate, così non si potrà dire di non essere stati informati.

Facciamo un passo indietro.

La biblioteca comunale fu istituita con provvedimento del Ministero della Pubblica Istruzione nel 1968. Con Montescaglioso altri sette comuni della provincia di Matera ricevettero in dotazione un fondo librario costituito da opere di consultazione e testi di vario interesse culturale.1 Era anche previsto un sistema di bibliobus, idea già utilizzata negli anni precedenti, che avrebbe messo a disposizione degli utenti libri sempre nuovi e diversi per cui ogni biblioteca avrebbe potuto scambiare i propri libri con altre biblioteche “dall’un capo all’altro della provincia”.2

Ma non si pensi che prima del 1968 la cittadinanza non si interessasse della propria cultura.

Antonio Desiderio, corrispondente da Montescaglioso, nel tempo, di diverse testate giornalistiche, particolarmente sensibile all’argomento, richiamava spesso l’attenzione sull’elevazione culturale del paese. Una sua testimonianza risale al 1954, quando un bibliobus, denominato Centro Mobile di Lettura percorreva i paesi lucani ed era visitato, nell’unico giorno in cui arrivava in paese, da circa  duecento persone che, però, non venivano soddisfatte nelle loro richieste perché, al suo arrivo, il bibliobus era già scarico e privo di libri.3 L’anno successivo, forse per ovviare a tali disservizi, fu istituito un Centro di Lettura, diretto da Giuseppe Matarazzo, che poteva già vantare un cospicuo numero di volumi e annoverare fra i suoi utenti cittadini di ogni età e grado i quali o consultavano libri in sede oppure si avvalevano del prestito per poter leggere con comodo a casa.4 A distanza di quattro anni, il provveditore agli studi di Matera istituì presso l’edificio scolastico delle scuole elementari un Centro di Lettura e di Informazione5 e quasi due anni dopo, con un progetto proposto dall’amministrazione comunale presieduta da Luca Carriero, coadiuvato da Alberto Parisi e finanziato dal Ministero dei Lavori Pubblici si iniziò a sistemare l’Abbazia definitivamente liberata dagli uffici comunali e dalle scuole con l’intenzione di far posto ad un museo e alla biblioteca intesa come luogo fisico per riportarvi i documenti ed i testi antichi dei Benedettini.6 Il progetto prevedeva, udite, udite, anche la costruzione, nelle adiacenze dell’Abbazia stessa, del palazzo comunale nell’area della demolenda caserma dei carabinieri! Ma, si sa, i progetti, soprattutto nei paesi del sud, sono lenti a realizzarsi e a concretizzarsi nel migliore dei modi. Un dolente rammarico fu espresso ancora una volta da Desiderio quando, nel 1964, l’amministrazione decise di relegare il Centro di Lettura in un locale freddo, umido e poco adatto alla frequentazione di numerosi studenti e di adulti di ogni ceto sociale all’interno dell’Abbazia per la quale non si era ancora iniziata l’opera di restauro10. E a nulla valsero le prese di posizione e i dibattiti introdotti dal direttore didattico dell’epoca, Rocco Carriero, che relazionò sulla lettura quale strumento della formazione umana e sociale spingendosi fino ad accusare la scuola di essere in parte responsabile del disamore per la lettura11. Il Centro di Lettura sopravvisse a se stesso, sotto la direzione di Giuseppe Montemurro12 fin quasi alla fine del 1968, anno, come si è detto, della istituzione della biblioteca a Montescaglioso. Sembrava cosa fatta.

Eppure a distanza di due anni Alberto Parisi si lamentava del fatto che la biblioteca comunale non fosse ancora aperta al pubblico, nonostante fosse già stato nominato il bibliotecario, e che libri antichi dell’archivio municipale si trovassero sparpagliati nelle stanze abbandonate dell’Abbazia benedettina in preda all’umidità e ai topi13.

Intanto la popolazione scolastica cresceva soprattutto nelle scuole medie primarie e secondarie, aumentando i potenziali frequentatori della biblioteca. Nel 1959 fu istituita a Montescaglioso la scuola media mentre in regione sorsero istituti tecnici commerciali, agrari e professionali.7 Anche nelle scuole elementari da un numero già elevato di studenti che nel 1940 era di 850, stipati in 20 classi con una media di 45 alunni per classe,8 si passò, nel 1963, a 979 suddivisi in 533 maschi e 446 femmine9, fino ad arrivare ai giorni nostri, cioè all’attuale anno scolastico con una frequenza di iscritti pari a 1142, suddivisi in 260 presso la scuola materna, 510 presso la scuola elementare e 372 presso la scuola media. Se si aggiungono a questi i circa 450 studenti pendolari che quotidianamente si recano a Matera per frequentare gli istituti superiori e le centinaia di universitari sparsi per l’Italia che, però, ritornano in paese per le vacanze, si può comprendere l’urgenza e la necessità di una ricca biblioteca che risponda alle esigenze di ognuno e che sia profondamente moderna e stimolante.

Può una biblioteca moderna essere stimolante e rispondere alle esigenze degli studiosi?

Certamente sì, se si rinnova il concetto di biblioteca che dovrà rispondere a requisiti che prevedano la raccolta, la custodia, la trascrizione e la lettura dei materiali a disposizione.

Innanzitutto deve essere, come indicato dall’Unesco, facilmente accessibile, cioè situata al centro del paese, aperta anche di sera come avviene ormai in molte nazioni.

Addirittura, e permetteteci l’esempio, la Sterling Library di Yale e la nuova biblioteca dell’Università di Toronto sono aperte fino a mezzanotte, anche di domenica, con visori e schedari computerizzati facilmente manovrabili. La biblioteca dovrà inoltre contenere anche le indicazioni di quello che si trova nelle altre biblioteche della zona e permettere agli utenti di utilizzare il libro senza chiederlo, di fotocopiarlo e di prenderlo in prestito. E’ fondamentale perché uno degli errori o dei malintesi è che si va in biblioteca per cercare un libro di cui si conosce il titolo, mentre la funzione di una biblioteca è invece quella di far scoprire libri di cui non si immaginava l’esistenza e questo risultato si ottiene proprio dal fatto che si permette agli studiosi di cercare. E’ evidente che gli utenti dovranno saper usare un visore per microfiches, saper leggere un catalogo, saper utilizzare il computer e altre macchine elettroniche, avere il buon senso di collaborare con i responsabili della biblioteca, processi che possono essere appresi a scuola. Bisogna, cioè, insegnare ai ragazzi ad usare la biblioteca e scegliere se si vuole proteggere i libri o farli leggere.

Una biblioteca del genere sarà vissuta in maniera piacevole e allegra, con la possibilità anche di servirsi del bar all’interno della stessa biblioteca, di passeggiare nei giardini adiacenti, di guardare un film, di ascoltare della musica. E se due studenti si scambiano qualche bacio mentre insieme sfogliano un libro, che male c’è?

Una biblioteca, come la immaginiamo, dovrà rinnovare costantemente il parco librario, essere dotata di riviste di qualsiasi argomento, avere a disposizione il maggior numero di quotidiani anche esteri, essere dotata di apparecchiature audiovisive e di computer, avere collegamenti internet,  annoverare negli elenchi anche dvd e cd, avere, nel suo interno, locali per riunioni ed incontri, organizzare mostre, permettere di utilizzare laboratori, in una parola abbandonare il significato che ha avuto nei secoli e trasformarsi in un centro di documentazione, archiviazione, ricerca e sperimentazione multiculturale e multimediale.

Essere, cioè, un laboratorio, un’officina, o più correttamente, una bottega nel senso migliore del termine, una bottega come quelle di una volta dove si imparava a diventare artigiani, sarti, calzolai, artisti, pittori, dove, cioè, si imparava un lavoro.

Per rispondere a tutte queste esigenze il centro che si prefigura dovrà, fra l’altro, non solo, ricercare, archiviare ed organizzare mostre e concorsi di fotografia, di cinema, di musica, di grafica, di letteratura, di poesia, di pittura, ecc., promuovere, favorire, facilitare e finanziare ricerche di storia locale, incentivare il recupero e la rivalutazione del dialetto, prestare attenzione alle professionalità emergenti, incrementare l’utilizzo dei computer e lo studio delle lingue, ma anche costituire ed attrezzare laboratori in cui si possano studiare gli usi, i costumi e la cucina tradizionale, imparare, per esempio, a lavorare la pasta fatta in casa, mettendo in pratica gli insegnamenti ricevuti.

Come si può notare, una struttura del genere, che non può che essere allocata nel locali dell’Abbazia, non può essere lasciata in mano ad un qualche improvvisato assessore alla cultura. E’ indispensabile che alla sua guida ci sia un gruppo di esperti, di studiosi, di universitari che con la loro preparazione possano costantemente rinnovare gli obiettivi che, di volta in volta, ci si propone di raggiungere.

Un gruppo scelto con criteri di valutazione culturale rigorosi, di cui possa far parte, in qualità di membro, l’assessore alla cultura di turno. In quanto membro l’assessore avrà la funzione di fare da tramite fra quello che possiamo ormai denominare Centro Culturale Multimediale e l’amministrazione comunale allo scopo di reperire finanziamenti per le iniziative che il Centro vorrà attuare e che annualmente saranno proposte, anche in collaborazione con le associazioni culturali presenti sul territorio.

Potrà mai diventare realtà un’utopia del genere? Sapremo recuperare il grande tesoro dei benedettini? E’ questa la sfida a cui chiamiamo i nostri amministratori e con  cui dovranno confrontarsi, ricordando loro che siamo stufi di interventi miranti alla realizzazione di piccoli suggerimenti capaci di produrre solamente sagre delle pettole. O si pensa e si costruisce in grande o, forse, è meglio che si stia a casa.

 

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1Otto nuove biblioteche in provincia di Matera in Il tempo, 22 ottobre 1968

2 Nuove biblioteche in provincia di Matera in La gazzetta del mezzogiorno, 23 ottobre 1968

3 Il Centro Mobile di Lettura a Montescaglioso in Il giornale d’Italia, 19 gennaio 1954

4 Attività a Montescaglioso del Centro di Lettura in Il giornale d’Italia, 10 giugno 1955

5 Un centro di lettura in Il giornale d’Italia, 5 novembre 1959

6 Sarà restaurata ed isolata l’antica Abbazia di Montescaglioso in Il giornale d’Italia, 19 maggio 1961

7 Le nuove scuole istituite per l’istruzione secondaria in Il giornale d’Italia, 9 luglio 1959

8 Nelle scuole elementari di Montescaglioso in Il giornale d’Italia, 29 novembre 1940

9 Montescaglioso in Il tempo, 9 aprile 1963

10 Il centro di lettura di Montescaglioso messo in crisi dalla civica Amministrazione in Il tempo, 13 ottobre 1964

11 Ciclo di conferenze sull’importanza della lettura in La gazzetta del mezzogiorno, 11 febbraio 1966

12 Il Provveditore in visita al centro di lettura di Montescaglioso in Il tempo, 17 maggio 1968

13 Posta da Montescaglioso – La biblioteca comunale in La gazzetta del mezzogiorno, 1° dicembre 1970

 


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