Celebrazione della Vittoria e fascismo, prima parte

Il quarto anniversario della fine della Grande Guerra e della vittoria fu celebrato con particolare solennità in tutto il paese, dai più sperduti villaggi, alle grandi città. E naturalmente, più che altrove, a Roma che proprio il terribile conflitto aveva riconsacrato a capitale nel cuore della maggioranza degli italiani.

Non era stato così in precedenza e per capire come si trasforma questa ricorrenza occorre farne brevemente la cronistoria.

Nel clima reso incandescente dai problemi che il paese si trovò ad affrontare nel dopoguerra e nel clamore della competizione elettorale che si sarebbe conclusa il 15 novembre 1919 – con la sterile affermazione del partito socialista e del partito popolare, ambedue neutralisti – il primo anniversario della vittoria, a differenza di quanto accadeva negli altri paesi usciti vincitori dal conflitto, passò quasi inosservato. Nè, dopo che fu istituito ufficialmente nel 1920, suscitò particolare interesse e partecipazione popolare, la sua prima edizione. E lo stesso capo del governo che l’aveva voluta, l’ex neutralista Giovanni Giolitti, durante il suo svolgimento si guardò bene dal prendere la scena che fu lasciata principalmente al re e agli stati maggiori delle forze armate. I ministri, commentò La Stampa di Torino, arrivarono alla cerimonia alla spicciolata, Giolitti accompagnato dal conte Sforza, il discorso commemorativo fu tenuto da Ivanoe Bonomi e, nel complesso, fortunatamente la giornata non fu turbata da manifestazioni antimilitariste.[1]

Manifesti antimilitaristi del PSI

Manifesto del Partito Popolare per le elezioni del 1919

 

Le cose cambiarono decisamente l’anno successivo, dopo che sull’Altare della Patria, fino ad allora sentito da molti come simbolo sabaudo – era stato infatti ideato per onorare la memoria di Vittorio Emanuele II – fu tumulata la salma di uno degli oltre duecentomila caduti in battaglia che la potenza devastatrice delle armi aveva reso irriconoscibili.

In quella occasione La Stampa, pur dando in cronaca speciale risalto all’afflato unitario fra sovrani e popolo, titolerà a tutta pagina: “I morti d’Italia esaltati sull’Altare del Soldato ignoto”.[2] Lo stesso giornale il giorno prima aveva scritto:

Oggi, in ogni città e in ogni borgo d’Italia, il popolo celebra, in un silenzio interrotto soltanto dalle preci del rito religioso, la commemorazione del soldato Ignoto. […] La salma, anonima e sola, ha assunto per la fantasia commossa nome e figura dei cinquecentomila caduti. […] Innanzi alla salma del Soldato Ignoto l’oratoria politica e militare ha inteso la necessità di tacere perché non si ascoltasse altra voce che la benedizione dei sacerdoti e il pianto delle madri.

Pur silenti in quell’occasione, vari uomini politici esprimeranno, nel corso di interventi parlamentari o con articoli sui giornali, il loro pensiero al riguardo. Fra questi l’ex presidente del consiglio Francesco Saverio Nitti, il lucano che era stato a capo del governo nei mesi più turbolenti del dopoguerra (dal 23 giugno 1919 al 21 maggio 1920) per essere bollato poi come “ministro dei disertori” – proprio lui che fra i pochi leader del tempo aveva avuto un figlio partito volontario per il fronte a diciotto anni – che scriverà:

Non posso pensare a te, o ignoto soldato d’Italia, senza che gli occhi mi si velino e l’animo abbia un senso di tenerezza. Chi sei? Una voce intima – è forse solo il mio pensiero – mi dice che sei della mia terra che dette più morti di ogni altra…

Non so se tu volesti la guerra, se non la volesti, se fosti indifferente; non so se eri un giovane studioso e piegavi la mente alla ricerca e l’anima al dubbio, od eri un uomo sicuro e sereno nella tua ignoranza. Forse anche tu sei figlio di chi odiò la guerra al nemico esterno e concepì solo l’odiosa guerra all’interno. Non importa. Chiunque tu sia, tu sei sacro[…]

Vi è ora troppo fragore di odii, troppa violenza di parte, troppa incoscienza del dovere, ognuno accusa ed ognuno contende. Ma anche questo cimento sapremo sorpassare, anche questa battaglia sapremo vincere. [3]

Torneremo in seguito su questi particolari. Seguiamo per ora la cronaca che lo stesso giornale farà un anno dopo della giornata che un decreto legge – emanato il  23/10/1922, cioè appena cinque giorni prima della marcia su Roma – aveva proclamato festa nazionale:

Quando l’on. Mussolini scende dall’automobile ed appare fra il generale Diaz e l’ammiraglio Thaon De Revel, le truppe presentano le armi, mentre dalla folla si eleva un fragoroso grido di evviva. Quando tutti i membri del Governo sono scesi dall’automobile si forma il corteo: precede il presidente del Consiglio con ai lati i ministri della guerra e della marina; vengono quindi tutti gli altri ministri. ..

La folla segue a capo scoperto l’avanzarsi del corteo che sale la scalinata e si sofferma davanti alla tomba dell’eroe sconosciuto. Il presidente del Consiglio, on. Mussolini, si inginocchia, il suo gesto è seguito da tutti i presenti. …

I rappresentanti del Governo si trattengono in ginocchio qualche istante, quindi l’onorevole Mussolini, seguito dagli altri, ministri e sottosegretari, lascia il monumento tra le entusiastiche acclamazioni della folla.[4]

4 novembre 1922, Mussolini dopo la cerimonia al Vittoriano

4 novembre 1926, Mussolini al Vittoriano

Questo su un organo di stampa non ancora allineato al fascismo che da appena una settimana si era imposto al governo del paese con un colpo di stato e sul quale nell’editoriale del giorno prima si sottolineava che l’augurio di libertà e pace formulato l’anno precedente nella stessa ricorrenza non si era avverato nè in Europa, né tanto meno in Italia “dove la contesa interna, già degenerata in rissa sanguinosa ed in violenza continua, ha finito per precipitare nell’insurrezione”[5].

Da questa breve rassegna è possibile notare la crescente importanza e, soprattutto, la trasformazione del significato della manifestazione, e del monumento a cui fa capo, nel passaggio dall’età liberale al fascismo. Vissuta quasi esclusivamente come evento istituzionale nel 1920, acquisisce straordinaria e struggente popolarità l’anno successivo, quando la sepoltura dei resti di un ignoto caduto in guerra trasforma il monumento in luogo di culto civile ed Altare della Patria a tutti gli effetti.  Protagonisti della celebrazione sono allora il popolo, le madri e le vedove dei caduti, tutti gli ex combattenti e le famiglie sulle quali è caduta la fatica e la lotta per la sopravvivenza quando gli uomini – in alcuni casi padri e figli, spesso due-tre fratelli – erano al fronte. In quella occasione, nel silenzio della politica, un intero popolo si riconobbe nel “soldato ignoto”.

Lo stesso soldato diventerà un anno dopo – le parole sono importanti – “eroe sconosciuto” e in seguito “milite ignoto”. Non sono sfumature da poco. Tutti conosciamo la differenza che passa fra un soldato ed un eroe; vale la pena di riflettere invece su quella fra “soldato” e “milite”. Il primo implica dovere ed obbligo, il secondo fa riferimento a una qualche volontarietà. Dando al termine questa accezione, la pensosa riflessione di Nitti sulla necessità che, a guerra conclusa, si superasse la divisione fra neutralisti ed interventisti, sarà del tutto ignorata e gli onori resi al “milite ignoto” in mille luoghi e circostanze agiranno come un artificio utile a far dimenticare il fatto che la stragrande maggioranza degli italiani la guerra non l’aveva voluta, ma subìta.

Nel 1922, come si è visto, protagonista della celebrazione non è più il piccolo re e la casta militare, né il popolo, ma Mussolini, da pochi giorni arrivato al potere con un colpo di stato. A partire da quel quattro novembre la scena diventerà tutta sua: i militari al suo fianco sono poco più che comparse che ne attestano il diritto acquisito con la forza mentre i ministri che lo seguono ne imitano i movimenti con meccanica sincronia. Al popolo, ridotto a folla anonima, non rimane che applaudire. La definizione del fascismo come regime reazionario di massa si avvera già in questa prima appropriazione della memoria della Grande Guerra.

La massa, con sempre minor convinzione a partire dalla seconda metà degli anni trenta,  farà ancora da coro al regime fino al 10 giugno del 1940, vale a dire fino a quando sarà trascinata in una nuova guerra. Poi saranno, è storia nota, lacrime e sangue.

 Delineato sommariamente il quadro generale, riduciamo l’angolo di osservazione a una piccola ma, per vari aspetti, significativa realtà, Montescaglioso, paese di nascita di Francesco D’Alessio e – malgrado dal 1920 si sia trasferito a Roma – suo quartier generale, uno dei protagonisti della scena politica regionale per circa un decennio, vale a dire dal 1919 quando entra per la prima volta alla camera al 1928 quando è espulso dal Partito nazionale Fascista per indegnità.

Dal 1904 la sua famiglia, in simbiosi con gli zii Salinari, detiene saldamente il potere municipale e le varie cariche a questo connesse. Lo stesso clan partecipa inoltre, direttamente o attraverso prestanomi, a tutte le attività economiche presenti sul territorio. Sono loro a gestire l’esattoria, la banca popolare, una farmacia, la condotta medica, alcuni latifondi come proprietari o grandi affittuari e un commercio di vino e di grano. Così come è il loro clan l’occulto – fino a un certo punto – socio di maggioranza dell’impresa dei fratelli Dimichino appaltatori della pubblica illuminazione e di quella edile di Nicola Andrisani cui vanno tutti i grandi lavori per la costruzione di strade. Tutte attività che controllano attraverso Nicola Parlati, sedicente ragioniere e, in qualità di esperto, direttore della gran parte dei lavori edili che si fanno in paese. Consigliere comunale ed assessore ai lavori pubblici, fino al 1920 questi sarà il loro factotum. Successivamente si dissocerà e diventerà il loro nemico numero uno.

L’opposizione a questa falange era rappresentata dalla famiglia Andriulli sostenuta da Biagio Nicotra, docente di diritto all’università di Napoli e, soprattutto, dai fratelli Lacava, grandi proprietari terrieri con aziende fra Montalbano, Bernalda e Montescaglioso e cognati di Nicola De Ruggieri, presidente della provincia e dal 1913 al 1921 deputato. Di questi Andriulli e il suo gruppo erano i capipartito.

Oscillante fra questi due schieramenti troviamo Domenico Venezia, un avvocato residente a Roma, un po’ aspirante a ricoprire in proprio un qualche ruolo politico, un po’ uomo di paglia per gli uni o per gli altri, un po’ mediatore di contrasti politici che gli portavano la guerra in casa in quanto suocero sia di Francesco D’Alessio, sia di Giambattista Andriulli e di Biagio Nicotra.

L’acerrima contesa fra i due gruppi cessa nell’autunno del 1920, quando il D’Alessio diventa l’uomo di fiducia di Giolitti con il mandato di contrastare Francesco Saverio Nitti e ridurne i consensi nella regione. Sarà così che nella primavera del 1921, in vista delle elezioni del 15 maggio, la Lucania diventerà zona di guerra e cavia sulle cui popolazioni si testerà il suicidio dello stato liberale.


[1] La celebrazione di Vittorio Veneto. La sfilata delle bandiere alla presenza del Re, La Stampa del 4 novembre 1920

[2] Commemorazione di popolo, La Stampa del 4 novembre 1921

[3] Pensieri e voti dei parlamentari, La Stampa del 4 novembre 1921

[4] La celebrazione della Vittoria all’Altare della Patria, La Stampa del 5 novembre 1922

[5] Libertà e pace, La Stampa del 4 novembre 1922


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