U’ B’CCHIER d’ SCALLAFIERR

Poco più di tre anni fa, il nostro (ancora?) scallafierr, intervenendo su argomenti in cui si parlava di Basilicata, assistenzialismo,emigrazione,scarsità di opportunità per i giovani, ecc., mi colpirono molto due suoi interventi, che mi sono rimasti particolarmente impressi, erano degli autentici inni all’ottimismo!

Nel primo, si parlava di "assuefazione all’assistenzialismo",si discuteva del classico bicchiere,1/2 pieno o 1/2vuoto? ebbene il nostro, nel suo intervento, pur vedendolo 1/2 pieno, affermava che gli sarebbe piaciuto molto rimanere in Basilicata, per vedere quel bicchiere, riempirsi totalmente!

Dopo qualche tempo, si parlava della grande crisi che ci attanaglia(va),e, sempre a proposito di bicchieri,  questa volta ineludibilmente 1/2 vuoto, scallafierr,malcelando una punta di orgoglio, confermò la sua volontà di non emigrare affermando che si sarebbe prodigato per non lasciar prosciugare del tutto il contenuto del bicchiere stesso!

Oggi, alla luce dei risultati elettorali, che fine farà quel bicchiere? dal momento che è stata confermatissima l’amministrazione uscente? vorrei leggere qualche vostro commento prima di procedere.

 

 


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11 Commenti

  1. lomfra

    il primo passo è abbattere almeno del 50% il voto clientelare, 91 mila persone tengono in scacco un regione, milioni di risorse, e qualsiasi possibilità di sviluppo.. ma per fare ciò, bisogna fare un passo indietro, mettere da parte gli interessi personali, fare in modo che una classe dirigente seria crei le condizioni per far si che si sviluppi un tessuto produttivo. Sono tanti i settori su cui puntare, ma bisogna fare le cose per bene, non basta il fumo negli occhi

  2. Raf

    A giudicare dalle percentuali drastiche delle elezioni… si conferma il fatto che la Basilicata non ha dubbi: per gli elettori il bicchiere di Scallafierr è mezzo pieno! anzi pieno più della metà!
    La sinistra in Basilicata si conferma tra le più forti d’Italia.
    Una cosa è certa: risultati così perentori lasciano poco spazio alle interpretazioni intermedie. O le cose vanno benissimo oppure c’è una questione quantomeno di “inerzia elettorale”.

    1. Wiseman

       Passiamo all’analisi del voto in Basilicata. Il centrosinistra vince con il 62% dei consensi. Il Pd arriva al 30%. Insomma, la Basilicata si riconferma saldamente di centrosinistra. Non mi faccia un’analisi edulcorata, se è possibile.
      Intanto partiamo da un dato. In Basilicata esiste un Pd che ha vissuto una fase congressuale intensa, autentica, vera, nella quale erano in campo diverse idee della politica, e si è affermata un’idea della politica che punta a garantire processi di innovazione, di cambiamento e di formazione delle classi dirigenti, alimentando il circuito virtuoso della discussione. La diversità del Pd c’è, e consiste nel fatto che il Pd esiste, discute, vive momenti di tensione, ne abbiamo conosciuti tanti, ma è vivo. E, soprattutto, costruisce un meccanismo di decisioni che mirano all’interesse generale, alla capacità di far prelevare una visione di medio-lungo periodo rispetto agli interessi di piccolo cabotaggio che riguardano le collocazioni personali. Tutto questo riesce a contrastare quella deriva leaderistica, o dei capibastone, che determinano la distruzione di un patrimonio fatto di tanti impegni e di tante lotte per promuovere il cambiamento e il buon governo. E quindi la Basilicata potrà vivere una stagione virtuosa valorizzando le esperienze fatte sin qui, e ovviamente correggendo gli errori, perché il dibattuto congressuale ha messo in evidenza anche una serie di posizioni diverse, ma al tempo stesso la capacità di approdare a esiti unitari con l’elezione alla segreteria di Roberto Speranza. Quindi ci sono tutte le condizioni per promuovere una buona politica e un buon governo, e mi pare che le prime dichiarazioni di De Filippo vadano in questa direzione. Sono molto fiducioso.
      Senatore, ma se il Pdl è così debole, chi farà davvero l’opposizione al nuovo governo regionale?
      Io dico che bisogna farsi carico delle debolezze dell’opposizione. Cioè è giunto il momento che i democratici di Basilicata sappiano che un’opposizione debole non serve a nessuno. E dobbiamo impedire che quelli del Pdl trovino gli equilibri più comodi in percorsi consociativi. Io non dico che devono essere osteggiati o esclusi. Dico che il rigore che pretendiamo da noi stessi lo dobbiamo iniziare a pretendere anche da loro. Noi dobbiamo ostacolare i percorsi di natura consociativa, che a noi potrebbero risultare comodi nell’immediato, ma che sarebbero devastanti per il futuro.
      Altro problema potrebbe essere la grande varietà della maggioranza di governo. Oltre al Pd, a governare la regione saranno Udc, Idv, Sel, Api, Popolari Uniti, ecc. Come la vede?
      Una colazione vasta produce problemi ma anche opportunità, e noi dobbiamo ancora una volta rimarcare il tema del partito e la solidità dei gruppi dirigenti, sui quali ricade la responsabilità della coesione. A tutti i dirigenti dico di mantenere alto il livello del confronto e di trasformare la frammentazione in una risorsa pluralista. Noi dobbiamo raccogliere le forze per risolvere i problemi che abbiamo di fronte. Per dare una prospettiva a un’intera generazione. Dobbiamo sconfiggere quell’ottica per cui si può fare tutto purché lo si voglia. Dobbiamo tutti addestrarci a conseguire risultati importanti mettendo in campo il massimo delle competenze. Ovviamente mobilitando le migliori energie della Basilicata.
      Il centrosinistra lucano è come la Dc della prima Repubblica. Tutti lo criticano e mugugnano, poi però tutti lo votano, magari turandosi il naso. Non c’è il rischio di un voto che scaturisce dalla pratica delle relazioni corte, dall’abitudine al “meno peggio”?
      In questa lettura c’è qualcosa di vero, ma io aggiungo che la relazione corta non è sufficiente per vincere, perché le stesse accuse sono state mosse nei confronti del governo calabrese, eppure i risultati sono stati di tutt’altra natura. Non sempre la relazione corta porta consenso. Il punto è fare in modo che dalla relazione corta si passi al consenso vero e proprio. Se noi indugiamo nell’alimentare il consenso spicciolo e immediato non abbiamo futuro. Facciamo invece in modo di trasformare il consenso in un impegno per promuovere il cambiamento in modo consapevole.
      Già però sono alle porte di Potenza le armate dei signori dei voti. I Pittella e i Robortella sono già sulla Basentana…
      Questi sono fenomeni che stanno dentro una logica che è possibile volgere in positivo. Certo, è possibile anche che assumano le dimensioni della patologia. Ma sono sicuro che questo non accadrà.
      Secondo lei qual è il grande cambio di rotta che il governo regionale dovrà fare nei prossimi anni?
      Due cose: da una parte diventare sempre di più integrato con le altre regioni del Mezzogiorno, e dall’altra prestare più attenzione alle energie locali siano esse proposte nella dimensione istituzionale, siano esse proposte nella dimensione sociale e imprenditoriale. Ma è soprattutto necessario alimentare le reti di fiducia, investire sui beni reputazionali e innescare una nuova coscienza di luogo. Infine, è necessario riapplicare metodi rigorosi di valutazione, di premilaità e di uso delle risorse pubbliche.
      E’ molto interessante l’idea di modulare il governo regionale lucano sull’onda di quello pugliese e campano.
      Sì, noi dovremmo rafforzare la nostra collocazione lungo l’asse Campania-Puglia, e quindi aprire la regione Basilicata a un sistema di relazioni, ma anche a un’analisi che assuma uno scenario più vasto. Io vedo le realtà più effervescenti in Campania e in Puglia, meno in Calabria. E quando dico coscienza di luogo non dico isolamento, dico invece che lo sguardo diventa tanto più lungo se i piedi sono ben saldi per terra.
      Tutto questo sarà molto utile quando nel 2013 l’Ue smetterà di finanziare le regioni del Sud Italia a favore di altre regioni più disagiate.
      Questo è un luogo comune. Sin dal 2006 si dice che non ci saranno più i finanziamenti europei. Ora tutti ripetono che dopo il 2013 non ci sarà più nulla. E rischiamo di creare una cesura tra il 2013 e il 2020. Le risorse europee invece ci saranno. La discussione che si sta producendo nella Commissione europea va esattamente della direzione di riconfermare le politiche di sviluppo regionale, e di rafforzarle, perché si è verificato che l’abbandono troppo repentino di regioni in difficoltà costituisca motivo di pericolo. Il problema è farsi trovare pronti con progetti lungimiranti. Non si può più ragionare in maniera episodica. Bisogna sviluppare politiche europee coerenti ed integrate.
      Come immagina la nuova giunta regionale? Diventerà assessore chi ha ottenuto più voti?
      Questa sarebbe una grande sciocchezza. Io penso che la giunta deve esser costruita, come il Presidente De Filippo ha annunciato, puntando alla qualità, all’efficienza e all’autorevolezza.
      Guai se la giunta serve a premiare quei meccanismi che possono compromettere l’impegno per alimentare la buona politica. Anzi, io proverei a riflettere sull’opportunità di fare una netta distinzione tra mandato popolare ed esercizio della funzione esecutiva. Tanto per essere chiari: o si è consiglieri o si è assessori.
      L’impegno amministrativo non deve essere compromesso dalle logiche del consenso.

      Questo è uno stralcio dell’intervista al Sen.Bubbico, come dicevo pubblicato oggi.

      Particolare curioso, evidentemente per errore di stampa, hanno scritto colazione  anzichè coalizione sarà un caso?


       

    2. Cristoforo Magistro

      Dunque: ha rivinto Berlusconi.
      Nel paese che si credeva di raffinata cultura politica per aver dato i natali a Machiavelli, arriva uno dalle mille facce e dai mille affari che proclama di volerlo salvare dal comunismo ed è creduto. Si dichiara, fra l’altro, presidente operaio: viene creduto nonostante ogni contraria evidenza: operaio non è, il comunismo non c’è più, il tipo di comunismo di cui parla in Italia non c’è mai stato.
      Una scemenza, se la senti mille volte, acquista una parvenza di verità. Funzioniamo così, non c’è niente da fare. Lui le scemenze le dice e le fa dire milioni di volte trasformandole in verità per gli italiani più sprovveduti e in ottimi pretesti polemici per i drittoni che in lui s’identificano perché godono o vogliono godere della stessa liberta di fare ciò che vogliono senza regole né controlli.
      È questa la forza che gli viene dall’essere uno dei maggiori latifondisti mondiali dell’etere e l’unico al mondo che dei media ha fatto una fabbrica di voti.
      C’erano una volta gli usurpatori demaniali e chi li accusava di essere dei ladri di beni pubblici; di fronte a questa nuova forma di usurpazione non è successo sostanzialmente nulla.
      La parte migliore della cultura italiana (nel cinema e nel giornalismo; nella letteratura, filosofia, storiografia, ecc.) dopo la caduta del fascismo s’era schierata a sinistra cercando d’accompagnare il processo di trasformazione democratica dell’Italia. Ci vollero decenni d’impegno per rendersi credibili fra la parte più istruita della popolazione italiana, ce ne sarebbero voluti altrettanti per arrivare all’Italia profonda. Intanto, negli anni sessanta, la popolazione si andava rimescolando con l’emigrazione interna e il boom economico e nascevano nuovi miti: la modernità intesa solo come consumismo, benessere materiale, accumulo di denaro.
      Un cambiamento antropologico che Pier Paolo Pasolini così registrò ne “La voglia di ricchezza del proletariato romano”:
      essi bramano i soldi come zingari,/mercenari, puttane: si lagnano/se non ce n’hanno, usano lusinghe/abbiette per ottenerli, si gloriano/plautinamente se ne hanno le saccocce/piene.
      Se lavorano – lavoro di mafiosi/macellari,/ferini lucidatori, invertiti commessi,/
      tranvieri incarogniti, tisici ambulanti,/manovali buoni come cani – avviene/
      che abbiano ugualmente un’aria di ladri:/troppa avita furberia in quelle vene…

      Quell’Italia a cui non interessava diventare popolo poiché voleva, individualmente, giocarsi, anche barando, le proprie carte e della quale Pasolini sentì le pulsioni fin dal primo apparire è stata poi intercettata e fatta crescere dal berlusconismo. Ed è stato allora che un ghigno di Emilio Fede ha cominciato a contare sull’opinione pubblica più di un libro di Norberto Bobbio. D’altra parte, Fede stava –sta- in tv, vale a dire nelle case di tutti, tutti i giorni; Bobbio non si sapeva chi fosse.
      Oggi si dice che l’egemonia culturale della sinistra è finita. Non mi pare. È stata invece sommersa e resa inoffensiva dal “grande rumore di nulla” che si fa dall’altra parte. L’anno scorso, a una manifestazione di “Biennale Democrazia” a Torino, mi è capitato di assistere a un dibattito fra Marcello Veneziani e uno sconosciuto docente universitario.
      Non ci fu partita e fui sinceramente dispiaciuto per Veneziani.
      Ma non è questione d’intellettuali. Il problema è che la formazione delle coscienze, dei gusti, del modo di essere, è fatta sempre più dai mezzi di comunicazione commerciale, dai giochi a quiz, dai programmi all’amatriciana. Non serve neppure più Emilio Fede a trasmettere alla casalinga o all’anziano che passa le giornate in casa con la tv accesa una certa idea del mondo.
      È sulle larghe basi di questo tipo di “pubblico” che il berlusconismo è nato e cresciuto negli stessi anni in cui il postfordismo ridimensionava la classe operaia e ne mutava la fisionomia togliendo ai partiti di sinistra una notevole parte del suo elettorato tradizionale. La sinistra, nel corso della sua evoluzione verso un riformismo sempre più piatto e affamato di riconoscimenti di legittimità, si è trovata impreparata a parlare alla “società liquida”
      Nello stesso tempo, inatteso da tutti, è nato e si è affermato il leghismo dimostrando che era possibile guadagnare consensi ricompattando le comunità in nome della secessione dallo stato centrale, dell’antimeridionalismo e della xenofobia.
      Da una parte becera protesta contro “Roma ladrona”, dall’altra attenzione al territorio. Personaggi più o meno pittoreschi in parlamento, sceriffi e credibili amministratori nei comuni.

      Forti soprattutto nei piccoli centri, rappresentano una rivincita della campagna e della provincia sulle metropoli e sono stati sostanzialmente loro a vincere queste ultime elezioni, anche grazie a un ricco vivaio di facce nuove.
      Che poi siano anche più capaci e fattivi di qualche spodestato, sarà tutto da vedere.

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