Ancestralia: nostalgia e “bizza fritt”

Da appassionato lettore dei romanzi di Salgari da ragazzino fantasticavo spesso sui posti e sui popoli esotici che l’autore, senza essersi mai mosso – ho scoperto dopo – da Torino, descriveva così fervorosamente.

Adesso, insegnando in un corso per adulti stranieri, potrei a mia volta raccontare un sacco di cose su usi e costumi delle popolazioni peruviane, rumene, moldave, cinesi, africane, ecc.

Fra le le centinaia di stranieri che arrivano nella mia scuola, da qualche anno capitano anche discendenti di italiani provenienti soprattutto dal Brasile e dall’Argentina. Sono quelli che fanno più tristezza, sono il risultato del fallimento dell’avventura migratoria cominciata da un nonno o un bisnonno, si sentono più italiani di noi ma qualcuno passa la notte al dormitorio e in genere non hanno nulla, neppure la rabbiosa vitalità degli albanesi e dei rumeni decisi a farcela ad ogni costo.

Sono i parenti poveri, i figli illegittimi che guardano ad occhi spalancati le nostre auto e le vetrine dei nostri negozi; i loro antenati erano magari partiti dal Veneto o dal Piemonte e quelli con il loro stesso cognome rimasti a casa vivono magari in sontuose villette…

Quest’anno in una classe mi sono ritrovato una ragazza dal cognome italiano e dall’accento inequivocabilmente americano. Naturalmente le ho chiesto se avesse antenati italiani. Ha detto sì e le ho chiesto da che regione venissero.

Beh, a farla corta venivano dalla Lucania, precisamente da Monte. Non ho idea di quante probabilità ci fossero a chè questa combinazione si realizzasse, meno di quante ce ne siano nell’azzeccare i numeri vincenti al superenalotto credo, ma è successo.

 

La ragazza si chiama Michelle Bottalico, è laureata in lettere, ha fatto la fotografa e in un compito ha scritto le cose che di seguito si possono leggere.

Le prime quattro pagine sono state corrette, le ultime due no

 

 

28 novembre 2010

 

            A lezione d’italiano due settimane fa, leggendo la storia delle persone che sono emigrate dall’Italia e delle loro condizioni di vita prima di partire, ho imparato il termine “bracciante.” Ero sorpresa di incontrare questa parola e contenta di impararne il significato. La prima (e, precedentemente, l’unica) volta che mi era capitato di vedere questa parola era stato a Salerno in un archivio, quando i ricercatori hanno trovato l’atto di matrimonio di un mio quadrisavolo, Santo. Ho letto per la prima volta alcuni dettagli della sua vita, compresa la sua professione: bracciante. Mi hanno spiegato solo che il termine viene dalla parola “braccia,” e che si riferisce a qualcuno che vive del lavoro delle sue braccia. Poi, a lezione, ho scoperto un po’ di più; i braccianti lavoravano nei campi alla giornata e non avevano terra propria. È un’informazione semplice, ma, imparandola, la storia ha preso più senso per me, e mi ha aiutata a capire meglio la vita di un mio antenato.

            Sono per sette ottavi italiana, con sette bisnonni emigrati – loro stessi o i loro genitori – dall’Italia. Però o per mancanza di conoscenza, visto che erano morti da tanti anni, o perché ero giovane e non facevo le domande giuste, quando ho cominciato a interessarmi di genealogia, la mia famiglia non mi poteva dare tanti dettagli sulla loro vita. Sapevo che vivevano in condizioni di povertà in Italia, per lo più lavorando la terra. Conoscevo frammenti di storie della loro vita grazie ai racconti dei nonni.

Avevo presente come pronunciava male l’inglese il padre di mio nonno e come il nonno del mio altro nonno stava spesso in cucina con un asciugamano sulla spalla, e comprava spaghetti in scatole lunghe più di due piedi. Ma tante cose restavano un mistero.

            Qui in Italia mi sento fortunata ad avere l’opportunità speciale non solo di colmare gli spazi vuoti e imparare della mia famiglia, ma anche di vedere l’altro lato della sua storia. Faccio ricerca, apprendo particolari delle vite dei miei avi, e capisco meglio com’erano. Vedo i posti da cui sono venuti, posti di cui non conoscevo praticamente niente. I miei ricordi e le mie correlazioni di famiglia sono rafforzati e vivificati quando scopro che certe tradizioni della mia famiglia italo-americana sono uguali a come si fanno le cose in Italia. Questo mi aiuta a sentirmi più a casa in Italia. Posso collegare il vecchio al nuovo per capire meglio da dove provengo.

            Prima di partire, c’è voluto un bel po’ d’immaginazione e di lavoro solo per identificare alcuni fra queste persone e posti, e ho capito che può essere difficile trovare informazioni stando in un altro paese. Quando ero negli Stati Uniti, facendo ricerca genealogica in vari archivi a Filadelfia, mi sono imbattuta in alcuni problemi, quali errori d’ortografia, la chiusura di chiese, cambi di nomi delle vecchie strade. Inoltre, si può andare indietro nel passato solo fino ad un certo punto, poi i registri tacciono. Per trovare informazioni più vecchie, bisogna venire in Italia.

            Quando chiedevo ai miei parenti, mi succedeva di ricevere informazioni sbagliate. Una mia prozia, piena di buone intenzioni, mi aveva detto che sua nonna si chiamava “Rosella Montecorvino.” Dopo aver scoperto il nome del paese da dov’era emigrata, cioè Montecorvino Rovella, mi sono resa conto che aveva fatto uno sbaglio. Era uno sbaglio divertente, ma non mi aiutava nella ricerca. Quando le ho chiesto come avesse avuta quest’informazione, mi ha risposto che non ne era sicura, era solo qualcosa che aveva annotato anni fa. Infatti, Gianfranco, la persona che mi ha dato ospitalità a Salerno mentre facevo ricerca lì, ha corretto la lista piena di errori dei nomi e dei posti che avevo portato con me. 

            Per questo, quando trovo un’informazione corretta, provo emozione. A Salerno ho letto i nomi dei miei quinquisavoli sull’atto di nascita di Santo, il bracciante, e ciò mi ha dato tanto piacere. So che ci sono persone che possono ricostruire il loro lignaggio per tantissime generazioni, per me un’informazione così ha già dell’incredibile. Vedere la croce con cui Santo ha firmato il suo atto di matrimonio, perché era analfabeta, è stato per me la prova che è esistito davvero.

            Dei reali paesi d’origine dei miei antenati avevo un’idea abbastanza vaga, e sono contenta di aver adesso trovato i paesi giusti. Sono stata cresciuta con l’idea che da parte paterna la famiglia venisse da Bari, perché tutti dicevano sempre che il bisnonno Giuseppe Bottalico fosse di lì. Anni dopo ho saputo dal mio prozio che era in realtà di Montescaglioso, un piccolo paese in Basilicata. Similmente, l’altro mio nonno mi parlava di un suo nonno di Napoli, Enrico. Quando ho cominciato a fare ricerca sulla mia genealogia, ho trovato a Filadelfia la lista passeggeri della nave su cui Enrico aveva viaggiato. Non era di Napoli, ma di Montecorvino Rovella. Ci sono novanta chilometri e qualche montagna tra il paese e Napoli. Forse il paese, anzi la frazione, più difficile da trovare è stata Fontanarossa, in Liguria. Nessuno sapeva di dov’era Luigi, un trisavolo da parte di madre.

Sapevo che all’epoca la famiglia di Luigi era orgogliosa di essere dell’Italia settentrionale, ma la risposta più precisa che ricevevo alla domanda da dov’è venuto Luigi era “dal Nord.” Dopo tante ricerche, ho capito, da un atto parrocchiale di matrimonio conservato a Filadelfia, che veniva dal paese di Fontanarossa.

            In Italia ho avuto l’opportunità di andare in questi paesi, e i viaggi hanno reso tutto un po’ più vero. Ne ho già visti alcuni. Prima di andarci, non sapevo cosa aspettarmi.

Una cosa è stare negli Stati Uniti e guardare la mappa di Internet di un paese italiano e un’altra cosa è andarci.

Certamente non mi aspettavo che Montescaglioso fosse un piccolo e bel paese sopra una gran collina, circondato dai campi gialli nella campagna lucana. Arrivandoci in autobus, pensavo che sarebbe stato bello passarvi una giornata percorrendo le sue strade in bici e fermandomi ogni tanto per fare foto.

Prima di andare a Montecorvino Rovella, avendo sentito sempre dire da Enrico era un povero contadino, immaginavo che il paese fosse un piccolo posto sperduto fra i campi e qualche baracca. Invece è un bellissimo paese di montagna (o, forse, di collina,) immerso nel verde degli alberi e con stradine sinuose e case colorate. Scoprire Fontanarossa è stato una cosa molto bella. Non solo ho avuto l’opportunità di vedere questa piccolissima e carinissima frazione di venti abitanti anziani, che è stata un’esperienza toccante in sé, ma ho visto la chiesa in cui Luigi fu battezzato ed è probabile che abbia visto la casa in cui abitava, visto che c’è solo una piccola strada nel paese. Ho provato a immaginare com’erano questi paesi nell’Ottocento.

            I cognomi dei miei antenati non sono molto comuni negli Stati Uniti e, per lo più, le persone con questi nomi che conosco sono parenti. Ho avuto una sorpresa a Bari quando ho visto una strada chiamata “Via Giuseppe Bottalico,” che è proprio il nome del mio bisnonno. A Bari ci sono tanti Bottalico. A Montescaglioso, invece, un gruppo di anziani che ho incontrato in piazza mi ha detto che non c’erano più Bottalico in paese, e che tanti dei loro padri erano andati via nello stesso periodo di Giuseppe.

Pietro, la persona che mi ha dato ospitalità a Montecorvino Rovella, mi ha fatto vedere una piccola frazione accanto a Montecorvino che si chiama Nuvola. Mi ha spiegato che la frazione era la parte più vecchia del paese e che era probabile che il mio trisavolo abitasse lì. Mentre facevamo un giro per le stradine, mi ha fatto piacere vedere il cognome di Santo e Enrico scritto su tanti citofoni. Un uomo anziano a Montecorvino mi ha portata da un suo amico che aveva lo stesso cognome di Santo e di Enrico. Non era a casa, ma sua figlia mi ha chiesto i nomi di battessimo dei miei antenati, e dopo aver sentito le mie risposte, mi ha detto che forse non ho più parenti nel paese, perché non c’erano persone con quei nomi e che,di solito, i nomi si ripetono nelle generazioni successive.

            Meno concreti ma molto forti sono i legami che tra i miei ricordi e la mia esperienza in questo nuovo paese. Ogni tanto succede qualcosa che risveglia un ricordo e mi provoca una forte reazione emotiva. Per esempio, a Cosenza, mentre facevo colazione nella cucina del ragazzo che mi ha dato ospitalità, ho guardato sua madre che stava preparando melanzane ripiene per la cena . Stava girando il ripieno in una terrina, e l’ha portato per farmelo annusare. Subito mi sono sentita trasportata nella cucina di mia nonna; ero una bambina e la guardavo preparare il pranzo di Natale.

Ho visto che per il ripieno univa pangrattato, uova, prezzemolo fresco, prosciutto crudo, e pecorino romano grattugiato. Gli ingredienti, tranne il prosciutto, erano quasi uguali a quelli per le melanzane ripiene, ma il profumo era uguale. Svegliandomi dalla memoria, ho detto alla donna che il ripieno mi ha fatto ricordare qualcosa che faceva mia nonna. Prima che io abbia potuto offrire un singolo dettaglio, mi ha chiesto se era come una zuppa, e ha elencato una lista di ingredienti e un metodo di preparazione uguali alla zuppa di mia nonna. Il bello era quando ha tirato giù un vecchio libro di ricette e ha condiviso la ricetta, che si chiama zuppa imperiale, con me.

            Qualcosa di simile è successo un’altra volta vicino a Salerno quando sono andata a un festival di spettacoli con Gianfranco. Abbiamo comprato un tipo di piccola pizza per mangiare. Mentre la mangiavo, piano piano mi sentivo cosi` contenta, senza sapendo perché. C’era qualcosa di bello e di familiare della pizza. Finalmente mi sono resa conto che la crosta sapeva esattamente uguale alle palle di pasta fritta che fa mio nonno il vigile di Natale e che chiamiamo “bizza frit.” Con questa consapevolezza sono venuti bei ricordi della mia infanzia alla casa dei miei nonni il vigile di Natale prima della morte di mia nonna. Ho detto a Gianfranco che questo cibo mi ha fatto ricordare la (della?) pizza fritta. Ha riso e mi ha detto che era la pizza fritta. Dopo che gli avevo raccontato dell’esperienza, mi ha spiegato che mio nonno dice “frit” invece di “fritta” perché nel dialetto della regione, si toglie l’ultima vocale. Ha aggiunto che pensava che fosse brutto che potevo mangiarla solo una volta all’anno.

            Ogni tanto vedo persone in Italia che mi fanno ricordare i (dei?) miei parenti, come due donne in treno che sembravano mia nonna e la mia prozia, e un uomo anziano a Montecorvino Rovella che assomigliava tantissimo a mio nonno, cosi` tanto che ho chiesto di fargli una foto. A Cosenza, dando un’occhiata dentro il frigorifero della donna che fa la zuppa imperiale, pensavo che fosse abbastanza uguale al frigorifero strapieno di mia nonna. E come strano era (di?) sentire un mio amico, un italiano moderno di trentaquattro anni, dirmi “Mangia! Mangia!” durante un aperitivo. Ho sentito mio nonno che mi raccontava come suo nonno Enrico gli diceva le stesse parole.

            È bello quando scopro che una tradizione nella mia famiglia è sopravvissuta intatta, senza molta adulterazione. A Montecorvino Rovella, una domenica ho mangiato pranzo con i parenti della ragazza di Pietro. Il fratello della ragazza era molto sorpreso (di?) sentire che questa tradizione di riunirsi con i parenti per mangiare insieme la domenica esiste anche negli Stati Uniti. C’è una differenza però,  perché mangiavamo la cena insieme invece del pranzo, ma l’idea è lo stesso. Da piccola, anche se non siamo andati a mangiare dalla nonna, la domenica mia mamma preparava sempre la pasta con sugo. Un’altra volta un mio amico pugliese mi ha invitato a un pranzo con parenti e amici vicino a Torino, per festeggiare qualcosa di importante nel paese. Dopo il pranzo, si mangiavano finocchio crudo e mandarini. Mi ha dato piacere vederlo, e mi ha riportato ricordi di cene dai nonni, in cui finocchio e mandarini erano serviti dopo cena. Ero ugualmente contenta di imparare che è comune in Italia mangiare il pesce il vigile di Natale, come facevo ogni anno con i miei parenti.

            Mi piace immaginare cosa avrebbero pensato i miei avi della mia voglia di vivere in Italia. È probabile che abbiano lasciato l’Italia perché le condizioni erano brutte e sognavano di grandi opportunità in America per se stessi e per i loro figli. Forse, scoprendo che le strade non erano lastricate di oro, sentivano nostalgia per il loro paese. Ma avrebbero mai pensato che una pronipote avrebbe lasciato il nuovo mondo per tornare a quello vecchio?

            Passeggiando per i miei villaggi ancestrali, inconsciamente ho cercato sulle facce della gente per tracce di me stesso. A causa della mia storia, sento un legame a questo paese. Le vecchie esperienze dei miei avi sono le mie nuove esperienze, e mi fanno sentire più vicina a loro e alla mia nuova casa. Forse ai miei antenati farebbe piacere sapere che non sono dimenticati.

 

  Michelle Bottalico

 

 


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