Denti bianchi

[img_assist|nid=1072|title=|desc=|link=none|align=left|width=71|height=100] Denti Bianchi l’ho letto per caso, senza avere idea di cosa quelle 550 pagine contenessero e, se non è il libro che ti cambia la vita, almeno ti aiuta a vederla più “colorata” grazie ai personaggi saltati fuori dal meltin’ pot culturale che è Londra.
Archie è l’inglese medio, l’uomo che non si scompone neanche davanti ad un uragano, ma che affida il proprio destino ad una monetina lanciata in aria (testa: sì, croce: no). Samad è l’immigrato bengalese che tenta disperatamente di vivere secondo gli insegnamenti del Corano, disprezzando l’immoralità dei costumi occidentali, ma beve Guinness e tradisce la moglie con un perfetto esemplare di femmina anglosassone.
Attorno a questi due amici di vecchia data, ruotano una serie di personaggi che con i loro credi esasperati e comportamenti estremi contribuiscono a creare un’atmosfera quasi giocosa di contraddizioni, di esagerazioni, di eccessi: Magid e Millat (gemelli, l’uno, intellettuale, mandato dal padre nella terra dei Padri, il Bangladesh, per rafforzare la propria fede, ma che finisce per rifiutare l’Islamismo ed abbracciare “l’Illuminismo” dei Chalfen; l’altro, scapestrato, che si erge a difensore della fede coranica sposando la causa dei fondamentalisti del KEVIN); Irie (metà giamaicana e metà inglese, che abbandona l’atmosfera liberal della casa paterna per trasferirsi dalla nonna Testimone di Geova in attesa del Giorno del Giudizio); Neena (la Nipote Svergognata di Alsana: musulmana ma lesbica) e poi ancora Clara, Alsana, Hortense, i nostalgici Chalfen, intellettuali ancora persi nelle illusioni della Generazione dei Fiori, un po’ snob, che credono di aver trovato la formula della felicità nella loro stravagante famiglia e si impicciano nella vita degli altri per trasmettere loro il modello di vita perfetto Chalfen.
La voce del narratore, in tutto questo, non si prende mai gioco di loro, non ne fa delle caricature umane; ce ne restituisce, al contrario, ritratti talmente efficaci da renderli vivi. Un libro da leggere, dunque, per la leggerezza del tratto della scrittrice, Zadie Smith, e per la profondità ironica, ma mai sarcastica che lo stesso tratto riesce ad imprimere alle sue creature.
L’esilarante finale tragi-comico-catastrofico ci ricorda poi che, per quanto diversi possiamo essere, siamo tutti nella stessa barca, in balia di due correnti opposte: il senso di appartenenza/identità ad un remoto retaggio culturale ed il desiderio di liberarsi da passato e tradizioni troppo ingombranti.


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