Racconti precari

Durante il movimento di occupazione delle terre furono presentati in occasione delle Assisi per la Rinascita del Mezzogiorno (tenutesi a Matera, Crotone, Taranto e Salerno il 3 e il 4 dicembre 1949) dei quaderni di lagnanze nel quali erano descritti gli aspetti più intollerabili della vita che le popolazioni del luogo  erano costrette a fare: condizioni abitative, carenze  alimentari, situazioni sanitarie da terzo mondo.

Ciò che non mancava in quegli scritti era invece la rabbia e la speranza. Ciò portò persone di mitezza evangelica ad affrontare il carcere, al fresco a cantare la cicirignola – come a ebbe a dire Mariannina Menzano –  per far cambiare le cose.  

Da allora sono passati sessantatre anni.

Fino a qualche tempo fa era possibile illudersi che quelle situazioni appartenessero a un passato tramontato per sempre. Oggi non è più cosi poiché per la prima volta nel nostro paese – e non solo del nostro – si ha una generazione di giovani che vive peggio dei genitori. Questa prospettiva coinvolge la maggior parte di loro e senza grandi differenze fra Nord e Sud, ma grazie ai risparmi – o a ciò che ne rimane – delle famiglie, questo nuovo pauperismo non si manifesta ancora in tutti i suoi risvolti.  

Anche perché, a differenza di una sessantina di anni fa, mancano rabbia, speranza e movimenti politici che diano loro credibilmente voce.

Allora sembrava facile individuare nello “Stato” la controparte, oggi ci dicono che lo stato è a rischio fallimento. Ci credo: decenni di saccheggi e ruberie nelle finanze pubbliche, di allegre distribuzioni di baby pensionamenti e prebende e posti pubblici a far niente e ben pagate sinecure in consigli di amministrazione e contributi a pioggia, ecc., non potevano che portare a questi risultati.

Fra gli anni settanta-novanta sembrava che nel nostro paese fosse imbandito un banchetto a cui tutti, senza distinzioni geografiche o di classe, potessero prendere posto. Non era proprio così, la tavola era imbandita per tanti, ma non per tutti. Ad ogni modo l’abbondanza e la buona disposizione degli invitati veri era tale che qualche briciola veniva fatta cadere a beneficio degli esclusi. In attesa di una interpretazione più autentica, il precetto evangelico Quod superest dato pauperibus, era applicato distribuendo ai poveri almeno gli avanzi (quod superest). Ciò serviva, oltre che a farseli amici ed elettori, a sentirsi giusti e buoni.

Oggi c’è meno forse meno abbondanza in tavola, sicuramente più voracità e meno bisogno di sentirsi buoni fra i convitati (Fiorito, ma non solo lui, insegna), sistemi più raffinati di ricerca del consenso. Insomma è finita un’epoca.

Tanto che a dare voce al malessere dei giovani ci si mette perfino un giornale come il Corriere della Sera.

Riporto sotto la presentazione del blog Solferino 28/anni e una storia, a suo modo esemplare, della condizione giovanile.

E invito i giovani montesi a raccontare qui la propria storia di sopravvivenza.

Non saranno i quaderni di doglianza del 1949, ma sono sicuro che di cose da dire ce ne siano. Ed è bene che chi ci rappresenterà in parlamento le conosca. Le conoscono già? Sì, ma dal loro punto di vista. La narrazione di un mal di denti fatta da chi lo patisce è diversa da quella fatta da chi dovrebbe curarla.

 

Un raccoglitore di storie, un moltiplicatore di domande, uno spazio per riallacciare il dialogo tra generazioni. Solferino 28/anni è un blog pensato per mettere in circolo le idee dei venti-trentenni e di chiunque pensi che si riparte da qui, da voi, da noi. Da una Generazione Punto Zero che accumula un grande capitale umano e sociale di esperienze e relazioni ma fatica a trovare una direzione possibile in un sistema bloccato. Diteci che cosa vi sta a cuore e quali ostacoli incontrate, denunciate quello che non funziona, raccontateci successi, tentativi, progetti. Nella consapevolezza che un sistema o modello socio-economico che non riesce a offrire lavoro e prospettive ai più giovani va ripensato.  

I giovani e la crisi. I giovani e il lavoro. Secondo l’Istat si sono persi un milione di impieghi negli ultimi tre anni. Tutti di ragazzi. Dietro a ogni dato, dietro a ogni statistica, ci sono persone. Questa è la storia di Stefania Cimini, 28 anni, che sopravvive con 300 euro al mese.

 

Ho ventotto anni e sono una stagista. Vivo con trecento euro al mese. E fin qui, niente di anormale, direte voi. No, infatti niente di anormale, se non fosse che c’è un errore di fondo nella frase precedente, non dovrei utilizzare la parola “vivo”, perché a voler dare un’occhiata più approfondita questa non è vita.

L’affitto di una stanza in una casa che condivido con altre tre persone, tutti lavoratori, la pagano  i miei genitori. E per il resto a loro non chiedo altri soldi, perché fanno già tanto. Vedere che ora neppure possano godersi quel poco di stipendio che gli avanza perché devono ancora provvedere alla loro figlia ventottenne mi fa molta rabbia. E poi ci sono i miei trecento euro.

Cento vanno via automaticamente ogni mese, tra abbonamento ai mezzi, sigarette e altre spese fisse. Con altri cento faccio la spesa, e a volte, quando verso fine mese non ho più nulla in dispensa e devo saltare la cena, vado a letto ancor più arrabbiata per lo stomaco vuoto e per essere costretta a vivere così. Gli ultimi cento euro me le tengo per i fine settimana, quando le mie amiche mi chiamano per uscire ed io invento scuse per rifiutare gli inviti a cenare fuori e centellino le adesioni ai dopocena, nei quali ordino di solito una coca, la cosa meno cara che ci sia sul menù, sperando che i miei compagni di serata non se ne accorgano. Provo addirittura a mettere qualche euro da parte, per le emergenze, anche se l’emergenza è tutti i giorni. Eppure, se mi vedeste camminare per la strada, nessuno sospetterebbe minimamente della mia situazione. Anzi… Bei vestiti, tutti comprati più di due anni fa, quando ancora avevo uno stipendio,  passo sicuro e testa alta, di chi sa di valere, anche se non gli é riconosciuto.

E al mattino quando vado a lavorare in tailleur (obbligatori nel ruolo che occupo) i senzatetto si avvicinano per chiedermi qualche spiccio ed io mi sento insieme arrabbiata, triste e imbarazzata. Arrabbiata perché sembra che io sia senza cuore piena di soldi ed invece a volte ho davvero solo due euro nel portafoglio. Triste perché nel mondo in cui vivo io, a differenza di loro, nonostante non abbia soldi, non devo darlo a vedere, o meglio, devo comunque truccarmi, vestirmi, farmi i capelli. Imbarazzata perché nonostante tutto io ho più di loro e non mi basta, non può bastarmi.

Il tutto mentre la generazione  precedente alla mia si ingozza. In moltissimi casi non ha nemmeno la metà della mia preparazione e delle mie competenze eppure si lamenta perché non ha soldi, ma ha la casa di proprietà, auto e moto in garage, vacanze in località balneari e uno stipendio ogni mese garantito a vita (dicasi di contratto a tempo indeterminato, in Italia).

E poi mi guardano, si rivolgono a me ed hanno il coraggio di dirmi: beata te che sei giovane ed hai ancora tutta la vita davanti. Questa giovane, vorrei risponder loro,  ha quasi trent’anni, età in cui sua madre aveva già due figlie adolescenti. Questa giovane non ha neppure la possibilità di affittare un buco di monolocale, e non solo perché non ha uno stipendio, ma perché per affittare un appartamento è necessario un contratto a tempo indeterminato. Questa giovane è pronta a fare una famiglia ed è consapevole che per mettere al mondo un figlio non le restano che pochi anni, ma purtroppo quel desiderio le sembra lontano anni luce, se non riesce neppure a valere per se stessa. Questa giovane non tollera di venire additata come la causa dei suoi mali, perché non vuole andare a raccogliere i pomodori o lavare i piatti nei ristoranti, quando la società in cui vive le ha venduto l’illusione di una vita migliore per quelli che studiavano, rimangiandosela poi in modo vergognoso e scaricando persino la colpa su chi, a questa illusione, ci ha creduto. Questa giovane si indigna, quando nemmeno troppo velatamente viene inserita nella categoria dei “bamboccioni”, senza che nessuno si sia preso il disturbo di scoprire che nell’arco della sua vita ha cambiato 18 appartamenti, vissuto in 7 città differenti, condiviso casa con qualcosa come 35 coinquilini. E la cosa più importante di tutte è che questa giovane rappresenta migliaia di giovani come lei, preparati, svegli, intelligenti, con potenzialità e idee e voglia di fare, ma che lentamente si stanno spegnendo in una società che non li rappresenta minimamente, non dà loro alcuna opportunità, e  quando gliela dà, si preoccupa subito di precisare che “oggi lo stipendio è obsoleto, passato in secondo piano, non si lavora più per quello ma per prestigio e crescita personale”.

Ma allora, ditemi voi, cara generazione precedente, che legge sui giornali che i giovani sono in crisi, ma poi di nascosto pensa che è colpa loro, ditemi voi se questa è vita, privandoti di tutto il superfluo perché non puoi permettertelo. Ditemi voi signori, che speranza ha un giovane oggi se ogni ideologia è fallita ed il dio denaro, in adorazione al quale ci hanno cresciuti, ci ha abbandonato. Ditemelo voi signori, perché io mi sforzo ogni giorno di trovare una risposta, ed ogni giorno vivo l’ennesima, bruciante sconfitta.

http://solferino28.corriere.it/2012/04/11/vi-racconto-cosa-si-prova-a-vivere-con-300-euro-al-mese/


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1 Commmento

  1. Cristoforo Magistro

    Ancora una storia, romanzata solo nello stile, di precarietà

    Un’alba a Milano: le confessioni di un precario

    Riceviamo e volentieri pubblichiamo lo sfogo di Marco Soggetto

    Asfalto scuro come vino di omerica memoria e piste ciclabili a singhiozzo, più pericolose delle strade da cui dovrebbero proteggere i ciclisti. Lame artificiali di fredda luce obliqua filtrate dai risicati alberi sopravvissuti lungo i grandi viali, un freddo così pungente da far lacrimare gli occhi e scricchiolare i guanti.

     

    Un movimento sullo sfondo scuro ed amorfo dei palazzi. Un ciclista, avvolto in una guaina d’aria fredda ed inquinata, corrosiva e disumana; adora perversamente quest’ora, questo buio, questo gelo.

    Con il trascorrere degli anni e la morte delle ultime illusioni si è scoperto sempre più introspettivo e triste, la mattina presto, mentre saluta il risveglio tra le vorticanti scie d’aria sollevate da possenti berline, scagliate ad ottanta chilometri orari nei trecento metri tra un semaforo e l’altro.

    Ripensa alla sua storia recente: nove anni a Milano. Non sembrano molti, anche se per un trentenne costituiscono il fulcro della vita adulta; pensa e pedala, il pilota automatico che supera labili patine di ghiaccio e buche nell’asfalto, lasciando la mente libera di correre lontana, in un caleidoscopio di volti e momenti, risate ed attese. Le eterne ore nei corridoi vuoti dell’università, ore perse alla ricerca di uffici sempre chiusi, di personale pubblico svogliato ed indisponente; anni in cui tutto perlomeno aveva ancora un senso. Il caldo torrido d’estate e l’inquinamento opprimente, la strana bellezza notturna del centro di Milano, la pace del giardino della Guastalla, il sorriso amato di un’amica bellissima ed ormai lontana.

    Passa sotto ai nuovi grattacieli, tra una falange di motorini ed automobili, tutte rigorosamente cariche di un solo passeggero: il guidatore. Il nostro eroe pedala e medita sulle strane idiosincrasie di questa metropoli, spesso così urtanti per un pragmatico cittadino sabaudo: il traffico selvaggio ed i parcheggi creativi perfino in centro, l’incuria e l’inciviltà sui mezzi urbani, la violenza sempre pronta ad esplodere in scala inusitata per una precedenza mancata o un sorpasso. Ricorda gli insulti del tizio in BMW che, dopo averlo quasi falciato, gli diede del comunista sfigato in bicicletta, quasi che volersi spostare in modo sostenibile e rispettoso del prossimo fosse sinonimo di povertà o riconducibile ad una qualsiasi parte politica. A lui!, che da anni non si riconosceva in alcun partito.

    I Bastioni, tra pavé sconnesso e folate gelide che ricordano le amate montagne, al cui cospetto il ciclista e questa folle città sembrano così meschini. Ma ora pensa al suo lavoro e basta sfiorare il vaso di Pandora per scatenare un diluvio di sensazioni e rimpianto.

    Anni di duro lavoro dopo la laurea specialistica, dopo quella lode ormai del tutto inutile. Quattro penosi rinnovi annuali per un contratto a progetto, maschera neanche troppo accurata di un impiego a tempo pienissimo e di alto profilo. Un lavoro che appena dieci anni fa sarebbe stato corredato da un normale contratto a tempo indeterminato, oggi miraggio surreale.

    Pensa al disappunto ed alla rabbia nel sentirsi definire fortunato ad avere questo lavoro come se avesse mai ricevuto un regalo o una facilitazione, uno sconto di pena in questa vita. Come se  l’impegno e lo slancio, la professionalità che ha buttato sul piatto non contasse nulla; come se la consapevolezza dello sfascio generazionale che lo circonda, i tanti amici in cassa integrazione o disoccupati dovessero renderlo umilmente grato e scodinzolante alla prospettiva dell’ennesimo rinnovo annuale. E che non si parli di aumenti, realizzazione professionale o di altre eresie.

     

    Le chiome degli alberi lungo l’Arena, inghirlandate di nebbia e gelo accentuato dalle luci di un tram vuoto, i suoni cristallini nelle pause del frastuono di troppi motori in spazi tanto ristretti.

    Lui pedala e medita sui lussi cui non avrà mai accesso, colpevole di non essere nato prima: l’impossibilità di accendere un seppur minimo mutuo, le bizzarre fideiussioni e le caparre esorbitanti ed illegali chieste ad un giovane dai diffidenti proprietari di casa. L’assenza di qualsiasi tredicesima, buono pasto, piano-ferie o liquidazione, le risate dell’impiegata dell’INPS alla quale ha gentilmente chiesto lumi sulla sua futura pensione. L’umiliazione costante nel dover apporre la firma sotto la frase: in caso di maternità o di malattia superiore ai sei mesi, il contratto si considera sciolto nell’interesse delle parti. L’angoscia di tante amiche e colleghe, disoccupate o precarie come e più di lui, nel voler conciliare in qualche modo la necessità di un lavoro ed il lusso di un figlio; la consapevolezza di camminare sopra un mare di sogni infranti, i sogni delle generazioni più giovani tradite da chi a vario titolo ha largheggiato e gozzovigliato negli ultimi decenni.

    Sente ancora le distratte prese in giro dei colleghi che, per mera virtù anagrafica, vantano un contratto a tempo indeterminato, programmano le proprie ferie, entrano alle nove sparendo alle diciassette per correre nelle braccia dell’happy hour. Ma lui, fedele a quanto gli è stato insegnato, cerca ostinatamente di concentrarsi su sé stesso e sul suo dovere, non sugli altri.

    Il parco del Castello Sforzesco, ora, ancora deserto di bus turistici e cortesi giapponesi assiepati ordinatamente lungo quelle strisce pedonali che qui nessuno rispetta più.

    Il ragazzo pedala veloce e lascia che la sensazione di tradimento, di ingiustizia affondi i denti nella sua coscienza. Sente la rabbia bruciante destata dai tanti insulti ironici e paternalisti ai pochi giovani che ancora tengono duro e stringono i denti: futili choosy che non accettano le elemosine di contratti-capestro o del lavoro in nero, bamboccioni che venderebbero l’anima pur di poter uscire di casa e tuttavia non possono permetterselo. Oziosi viziatelli che hanno sudato per anni negli atenei, laureandosi in tempo per poi scoprire che il lavoro era ormai introvabile; sfigati agli occhi di blasonati ministri ed esponenti di un establishment marcio e cadente, corrotto ed inutile, erede esangue di una rappresentanza parlamentare e politica ormai morta e dimenticata, emblema di un sistema parassitario e corrotto a livelli raggiunti da ben poche società umane. Sovversivi travisati per forze dell’ordine virate verso una repressione intollerante, facili all’uso di manganelli e idranti, lacrimogeni e botte contro studenti disarmati, contro inermi già a terra ed ammanettati.

    Lui non è un black block e non crede nelle manifestazioni, non impugna bastoni e sampietrini: in Piemonte la gente si è concessa l’ultimo vero scoppio di rabbia collettiva quando si saliva in montagna, per sparare con moschetti e fucili da caccia sulle corazze brunite dei panzer nazisti e dei loro servi repubblichini. E tuttavia la rabbia dilaga anche lì; paradossalmente, perfino un affidabile e quadratissimo piemontese come lui si è sentito definire privilegiato per il rinnovo annuale del suo misero contratto, prevedibilmente complicato dalla riforma Fornero. Una pratica umiliante che lo costringe ad una vita eternamente insicura e solitaria, un circolo vizioso privo di possibili evoluzioni positive, e soprattutto qualcosa che ha già avuto per ben quattro anni.

    Questo è il privilegio di cui godono i giovani di oggi: il privilegio di lavorare dalle otto meno venti di mattina alle diciannove, il privilegio di pranzare alla scrivania e di essere derisi da politicanti incompetenti e tecnici arroganti, il privilegio di finanziare le pensioni altrui senza averne una. Pedala e pensa ancora agli amici, ai loro racconti, ed aggiunge il privilegio di sottostare a persone non laureate e prive di qualsiasi formazione che non sia l’attitudine innata a blandire e sfruttare; uomini arroganti incapaci di mettere insieme due frasi in inglese, in tedesco o in francese, perfino in un italiano minimamente passabile. Figli di una cultura veteromaschilista e tracotante, quella stessa subcultura tutta italiana che ci rende incomprensibili all’estero, che ci ha portati sulla rovina a suon di barzellette e fandonie, negligenza e tanto perbenismo anestetizzante in televisione.

    Piazza Cadorna, i primi passanti raggelati nell’attesa dei tram, due gradi sotto lo zero. Serenamente indifferente alla situazione di queste generazioni abbandonate, il pilota automatico veglia sul nostro ciclista: tombino, ghiaccio, una buca, ora curva un po’ a sinistra, dai che vien rosso, binari, ancora un tombino, crossover in retromarcia!, c’è qualcosa per terra, attento ai vetri. E così, ha il tempo di pensare ai fondi per la ricerca, ora estinti come le ammoniti devoniane. Al dolore umiliante nel non contare niente, al senso di smarrimento nell’aver dato il massimo negli anni scolastici e durante gli studi accademici, nell’aver sempre rispettato la parola data, le scadenze ed i propri compiti, solo per ritrovarsi bloccato nel limbo di un paese improvvisamente privo di futuro. Malgrado energia e passione, onestà scrupolosa, malgrado tanta ingenua correttezza da bravo soldatino di piombo.

    La bicicletta sussurra appena sull’asfalto nero come giaietto; verso est, un improvviso lucore malato riesce solo ad accrescere l’inquieto senso di pressione di questo cielo basso e cupo, schiacciato sulla città. Il nostro ciclista ingoia la rabbia e gli ultimi incubi, abbassa la testa e si consegna inerme alla nuova, frustrante giornata di un piemontese disperso a Milano.

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