venerdì 13 20 Dicembre19

Quanti fantasmi? parte II

Anni fa, quando montescaglioso.net muoveva i primi passi, avevo scritto un post in cui mi/vi chiedevo quanti fossero i montesi residenti fuori e cosa sarebbe Montescaglioso se tutti i fuori-sede potessero/volessero ritornare. Dopo anni, sono ancora convinto che quella sia la chiave di volta di ogni ragionamento inerente lo sviluppo di Montescaglioso e la possibilità di innalzare i livelli di qualità della vita che, ahimè, sono in continuo declino da decenni.

Quanti fantasmi?

Ragionando con diversi amici, cito Giuliano e Vincenzo tra i più agguerriti, abbiamo pensato che un primo passo per innescare energie positive sia quello di capire il fenomeno, conoscerlo: raccogliere informazioni e adesioni e, in base a queste, passare al concreto. Giuliano ha già abbozzato un questionario anonimo online che potremmo diffondere a tutti i montesi fuori-sede… prima lavorando solo su web grazie a facebook e al passaparola poi, magari, se le condizioni lo permettono, passando addirittura al porta a porta. Vorrei coinvolgere tutti voi nella stesura delle domande in modo da raccogliere quante più informazioni che potranno tornarci utili. Qui trovate la bozza di Giuliano:
https://www.surveymonkey.com/s/T52MS5C
Idee? suggerimenti?
Ovviamente non compilate ora il questionario. E’ utile capire come impostarlo nel migliore dei modi prima di passare alla raccolta dei dati ea quello che ne può scaturire.

Immaginiamo di potere, un domani, unire tra loro persone che hanno bagagli, competenze e aspirazioni simili in progetti economici, culturali, sociali che possono dare slancio alla vita della nostra città. Potremmo ogni estate organizzare incontri in cui i fuorisede portano a conoscenza di tutti le loro esperienze e si ragiona tutti insieme su eventuali opportunità. Magari abbiamo un montese che è diventato manager di una industria di scarpe e che ci spiega che è difficile trovare fornitori di lacci… il passo successivo sarebbe creare un’impresa artigianale di lacci. Mi scuso per il pessimo esempio ma penso sia chiaro a tutti che senza collaborazione e scambio di idee e conoscenze non potremo mai sperare di creare sviluppo. Se solo la metà delle menti lucane tornassero a casa….


Commenti da Facebook

9 Commenti

  1. Francesco Lomonaco FL

    Bella idea! è un buon punto di partenza. Il Montese fuori sede è il migliore operatore turistico a cui possiamo fare riferimento. Stando lontano ha sicuramente sviluppato una capacità di adattamento e la sua esperienza potrebbe rappresentare un PUNTO DI VISTA privilegiato. Il montese fuori sede è una risorsa per capire come siamo fatti e quindi come potremmo essere in FUTURO. Il web è strategico. Bravi è una buona IDEA. Io ci sono!

  2. Giorgia Iannuzziello

    A prescindere dal più che naturale desiderio di tornare a Casa, potrebbe essere interessante capire cosa fanno i Montesi fuori sede per promuovere la nostra città. Da studentessa, mi capita spesso di conoscere gente nuova e ogni volta che posso parlo loro della mia città e di quanto sia bella, invitandoli anche a visitarla personalmente. Penso che tra le domande del questionario potrebbe rivelarsi utile anche sapere se e in quale portata i Montesi promuovono la loro “montesità” fuori sede. 🙂

    1. ZODD

      Brava Giorgia , hai posto un ottimo punto .

      Quanto i montesi fuori sede promuovono  la loro Montesità ?

      Da una mia piccola analisi ,noto sia sul contavisite del sito     e la pagina facebook che lo si fa poco e male .

      in effetti i contenuti piu visti e piu condivisi  che hannop battuto i record  sono stati le due rapine al banco di Napoli  e la Frana .

      Invece per gli eventi, foto video stanno avendo un calo vertiginoso di interesse e condivisione .ma ciò non vuole che non importi.

      Più volte abbiamo invitato i montesi a esser più partecipi tramite i loro profili facebook a promuovere qualsiasi cosa riguardi il paese  anche per 1 sola volta a settimana , perchè secondo me se è vero che in tutto il mondo siamo 3000 montesi iscritti a facebook ,e di tutti noi venisse almeno 1 nostro amico a monte, Montescaglioso forse sopraviverebbe.

      Ritornado al Discorso di Ciffo , mi azzardo a dire , che forse Montescaglioso non è culturalmente preparata Sembrerebbe che sia una comunità dormiente ,o meglio dire che sta bene cosi come sta ,  che nn ha voglia o interessi ad aggiornarsi e quindi ci potrebbero esser molte difficoltà di creare nuove opportunità .Quindi dobbiamo farcela mai mollare o abbassare lo sguardo .Forza Monte il futuro è nelle nostre mani.

  3. drago

    Buona l’idea del promuoversi.

    Parlare della possibile collaborazione fra chi è fuori e chi sta a Monte è un punto che suscita sempre emozioni contrastanti.

    Sullo sfondo  ci sono due aspetti importanti che vanno sottolineati: la debolezza della società civile e la sordità delle istituzioni; tutto ciò innesca un circolo vizioso che porta diffidenza reciproca ed infine rassegnazione.

    Non si può capirlo se non vivi da noi, fa parte del nostro essere.

    Il primo aspetto, quello della società civile è noto da tempo. Ci sono molte associazioni e partiti. Tutti apprezzabili e con buone intenzioni, ma con poca organizzazione e spirito di squadra.

    C’è chi fa la sua manifestazione bella anche bellissima, ma rimane chiusa in se stessa.

    C’è poi la sordità delle istituzioni. Da premettere che è molto facile parlare, ma c’è una incapacità di aprirsi ai cittadini e  alle richiesta di partecipare alla vita pubblica. Ricordo ancora l’intervento bellissimo di Vincenzo Ditaranto in un incontro a Dicembre. Disse delle cose che dovrebbero essere applicate ogni giorno perché non è vero che i cittadini non vogliono essere coinvolti nelle decisionl.

    Su questo quadro si scontrano le legittime richieste di partecipare di chi sta fuori e la giustificata affermazione di chi è presente nel paese di conoscere meglio gli aspetti di vita quotidiana.

    Questi due mondi dovrebbero cercare di capirsi.

    Non so esattamente come, ma prima bisognerebbe risolvere i due aspetti di cui ho parlato prima.

    Fino ad allora, prevarranno le incomprensioni.

     mario

     

    Parlare della possibile collaborazione fra chi è fuori e chi sta a
    Monte è un punto che suscita sempre emozioni contrastanti.
    Sullo sfondo però ci sono due aspetti importanti: la debolezza della
    società civile e la sordità delle istituzioni, tutto ciò innesca un
    circolo vizioso che porta diffidenza reciproca ed infine rassegnazione.
    Non si può capirlo se non vivi da noi, fa parte del nostro essere.
    Il primo aspetto, quello della società civile è noto da tempo. Ci sono
    una miriade di associazioni e partiti. Tutti apprezzabili e con buone
    intenzioni, ma con poca organizzazione e spirito di squadra.
    C’è chi fa la sua manifestazione bella anche bellissima, ma rimane
    chiusa in se stessa e guai se arriva un parere negativo di un altro
    C’è poi la sordità delle istituzioni. Da premettere che è molto facile
    parlare, ma c’è una incapacità di aprirsi ai cittadini, alle richieste
    e a coinvolgere i cittadini a partecipare alla vita pubblica. Ricordo
    ancora l’intervento bellissimo di Vincenzo Ditaranto in un incontro a
    Dicembre. Disse delle cose che dovrebbero essere applicate ogni giorno
    perché non è vero che i cittadini non vogliono essere coinvolti nelle
    decisionl.
    Su questo quadro si scontrano le legittime richieste di partecipare di
    chi sta fuori e la giustificata affermazione di chi è presente nel
    paese di conoscere meglio gli aspetti di vita quotidiana.
    Questi due mondi dovrebbero cercare di capirsi.
    Non so esattamente come, ma prima bisognerebbe risolvere i due aspetti
    di cui ho parlato prima.
    Fino ad allora, prevarranno sempre le incomprensioni.
    1. vince_ditaranto

      Ciao Mario,

      ti ringrazio per la citazione, sei troppo buono. 

      Devo farti i compliementi per il post, non certo per contraccambiare i tuoi Fico, a mio avviso hai centrato il problema negli aspetti fondamentali.

      Di fatto la collaborazione tra chi resta e chi va via è abbastanza complessa, il motivo a mio avviso è chiaro ed è riferito alla nostra mentalità paesana di sminuire il prossimo. Tutto è contrapposto per categorie. Ovviamente ne siamo vittime un po’ tutti, più o meno consapevolmente.

      Tutti cercano di difendere le proprie scelte e bollano come idiote e assurde le scelte opposte. La verità è che le scelte non si possono discutere, non ci sono scelte giuste o scelte sbagliate. Solo scelte. Un mio caro amico dice sempre “…ogni scelta, anche la più bella, porta dietro una rinuncia”.

      Chi ha deciso di restare a Montescaglioso assimila in uno stereotipo (ovviamente basato su comportamenti reali) tutti quelli che sono andati via:

      – si sentono più fighi perchè vivono nelle grandi città e quando rientrano fanno gli snob

      – si permettono di parlare solo perchè non vivono a Montescaglioso, quando erano qui facevano come e peggio degli altri

      – chi vive fuori non può permettersi di giudicare come viviamo noi a Montescaglioso, se vogliono parlare vengano a vivere qui e poi possono avere il diritto di parlare

      – sono in giro a dire che fanno chissà quali lavori importanti per l’umanità ma non è vero e sono ancora i genitori a mantenerli

      – fanno quelli che sanno stare al mondo ma in realtà quando sono fuori escono solo con “fuori sede” sfigati come loro e la maggior parte del tempo la passano davanti alla TV come e più di noi che siamo a Monte

      E potrei continuare. Chiaramente questi comportamenti ci sono e come, ma rappresentano una parte della verità. Ma fa comodo pensarlo per giustificare la propria scelta.

      Discorso opposto.

      Chi ha deciso di andare via assimila in uno stereotipo (ovviamente basato su comportamenti reali) tutti quelli che hanno deciso di restare:

      – sono solo vagabondi perchè vivono a casa con mamma e papà;

      – se lavorano al sud è perchè sono raccomandati non come noi che ci facciamo il culo dove non ci conosce nessuno;

      – non riescono ad organizzare niente perchè sono paesani e non sanno come si vive perchè non hanno mai messo il naso fuori dal paese

      – sono abituati alla illegalità perchè fa comodo, noi abbiamo un’altra mentalità perchè viviamo in città evolute culturalmente

      E potrei continuare. Chiaramente questi comportamenti ci sono e come, ma rappresentano una parte della verità. Ma fa comodo pensarlo per giustificare la propria scelta.

       

      Finchè ognuno di noi vivrà nella convinzione che una parte della verità sia tutta e sola la verità, i due modi non supereranno mai la reciproca diffidenza e una vera collaborazione non potrà mai esserci.

      Urge rivoluzione.

       

       

      @vince_ditaranto

      1. For Peace

        Il legame al nostro paese non ce lo può togliere alcuno, tantomento quell’alcuno vi aspetta per accogliere le vostre idee, non a caso fanno di tutto per rendere sporca l’aria della libertà, non preoccupatevi arriverà anche per loro la fine, provate ad immaginarveli tutti i vari comandanti politici fra venti trenta anni, o non ci saranno più o comunque non comanderanno più, nulla sarà immortale, è la natura che li/ci richiamerà, bello sarebbe rompere quelle catene d’intrigo, sporche, anche perchè si tramandano di generazione in generazione. Montescaglioso è fatta anche ti tanta gente buona, ma che non ha voce in capitolo. Per ora godiamoci i posti in cui viviamo ed anche il nostro paese, quando torniamo, ormai me ne sono fatto una ragione, loro non cambieranno mai, noi forse ci siamo evoluti.

        BYE BYE Motescaglioso e gli amici sparsi per il mondo

  4. Cristoforo Magistro

    Sono d’accordo con la prima e l’ultima parte di ciò che scrive For Peace: nessuno potrà togliere a chi è andato via il sentimento di attaccamento al paese di nascita e per il resto, quanto all’atteggiamento di chi ci è rimasto, rassegniamoci: sarà difficile incontrarsi perchè siamo cambiati sia noi che siamo partiti che loro.

    Io aggiungerei anche che, a complicare ulteriormente le cose, c’è il fatto che chi è andato via -soprattutto se l’ha fatto tanti anni fa- aveva lasciato una comunità a forte senso di appartenenza politica, religiosa e di ceto, se non di classe, e tornando vi ritrova solo pochi grumi di persone strette in gelose congreghe mentre i più rimangono in disparte, sfiduciati, a guardare.

    Nessuna nostalgia del passato, per carità, ma non l’ho sognato io che Monte sia stata un tempo modello di comunità integrata. Si veda, ad esempio, l’articolo de La Stampa riportato sotto.

    Adesso le cose sono cambiate e non solo da noi. Sarebbe lungo e complicato cercarne le cause. In parte anche insensato poichè cambiare fa parte della vita. Quello che sarebbe importante capire è se questo che abbiamo è il cambiamento che volevamo oppure se si tratta di qualcosa che ci è caduto addosso.

    In ogni caso mi sembra che a lanciare l’allarme sullo stato di coesione delle nostre comunità non siano soltanto gli “arrabbiati” e i soliti eterni scontenti. A questo riguardo mi ha colpito un passaggio dell’intervento fatto dal senatore Bubbico nel corso del convegno “Ripartire dalla Basilicata” tenutosi a Tito il 28 giugno 2013 quando si è richiamato al bisogno di “costruire una visione comune e alimentare una comunità di destino”. Il termine alimentare, che non è proprio fra i più usati nella comunicazione politica, è tornato a più riprese nel suo discorso, così come l’appello a partecipare al dibattito politico rivolto ai giovani che pur vivendo fuori dalla Basilicata se ne sentono parte. Ma è stato il riferimento alla “comunità di destino” ciò che mi ha vivamente impressionato. E, naturalmente, incuriosito.

    L’espressione – ho scoperto- è di Gustave Thibon, un pensatore francese piuttosto conservatore conosciuto come il “filosofo contadino” per l’irritualità del suo percorso di formazione culturale (http://www.fiorigialli.it/dossier/view/10_vivere-insieme/1852_la-comunita-di-destino) e sta ad indicare la consapevolezza che gli appartenenti a una comunità hanno di essere legati da interessi, bisogni ed esigenze comuni. Un classico esempio di comunità legata a uno stesso destino era quello dell’equipaggio di una nave mercantile nel medioevo. Una nave sulla cui conduzione il capitano non aveva potere assoluto.

    Non so quanto oggi sia possibile ispirarsi al modello Thibon, ma non può che valutarsi positivamente il contrasto che la classe dirigente lucana sembra voglia porre alla disgregazione in atto e credo che sia interesse della stessa passare dalle parole ai fatti. Certo per realizzare una comunità di destino è necessario prioritariamente che l’equipaggio sappia dove e a quale scopo la nave sta andando. Forse la politica dovrebbe cominciare da questo, cioè dalla comunicazione, che non è tanto il dire ma l’ascoltare e il rispondere con i fatti a ciò che dice l’equipaggio

    In linea di massima condivido anche la lista fatta da Vincenzo dei motivi di incomprensione fra i “partiti” e i “rimasti”. Nella scheda di censimento-intervista dei “partiti” metterei anche le voci: ritorno perchè, non ritorno perchè. Insomma cercherei di quantificare e definire le cause di attrazione e dissuasione al ritorno.

    Per dare concretezza al progetto di Felice io creerei un’associazione dei partiti e dei tornati da/a Monte. La tecnologia attuale permetterebbe di fare di scambiarsi opinioni, diciamo pure di riunirsi, stando ognuno a casa propria. Di associazioni di lucani fuori ce ne sono tante, e spesso inutili, perchè non provare a farne una che faccia riferimento al paese di partenza? Se raggiungesse un certo numero, se sviluppasse qualche iniziativa significativa, se, se, se…potrebbe favorire una maggiore attenzione e apertura delle istituzioni verso i rompiscatole che sono andati via.   

     

    Da Montescaglioso alla metropoli industriale: un salto di secoli

    Ricostruiamo il “cammino della speranza,, di un emigrante dalla Basilicata a Torino

    Ecco la storia di Giuseppe Capobianco, 50 anni, sposato, con 6 figli – Per 3 anni lavora in Germania: 3 anni di solitudine e nostalgia, con l’unica preoccupazione di lavorare molto e spendere poco – Nell’agosto scorso torna al paese e con i risparmi si compra la casa. Ma in 7 mesi, come bracciante agricolo, guadagna 120.000 lire (complessive) – Così decide di ripartire – Stavolta per Torino, e il distacco è più doloroso – Quando si va all’estero, prima o poi si ritorna al paese; quando si va al Nord è sovente per un trapianto definitivo.

     (Dal nostro inviato speciale)

    Montescaglioso, febbraio. La sala parrocchiale in cemento appiccicata a una chiesa barocca è nuda e fredda. Niente riscaldamento. L’intonacatura dei muri è approssimativa, le seggiole usate e sgangherate. Don Angelo Bianchi, un prete di venticinque anni che dirige le Acli del paese, ha riunito un gruppo di lavoratori che sono appena tornati dall’emigrazione o che si preparano ad andare via. Si avverte subito quanto questa generazione sia diversa da quelle dei padri e dei nonni, eredi di un’antichissima e immobile civiltà contadina.

    I giovani conoscono il Nord d’Italia, la Svizzera, la Francia, la Germania. Descrivono con competenza i problemi che hanno dovuto affrontare: l’alloggio, il salario, i tempi e la disciplina di lavoro, l’assistenza sociale. Si sono liberati dalla vecchia cultura nata dalla « miseria psicologica»: il perdurare per generazioni e generazioni di una tragica povertà aveva imposto un disperato sentimento dell’impotenza dell’uomo a risolvere qualsiasi cosa. Di qui il ricorso a un mondo di spirito e di forze arcane. Nel giro di pochi anni i lucani stanno facendo un salto di secoli; entrano d’improvviso nel mondo contemporaneo delle fabbriche, ed il costo di questo cambiamento può essere molto alto.

    « II primo problema — mi dice Giuseppe Capobianco tornato qualche mese fa dalla Germania e che si prepara a ripartire per Torino, — sta nel decidere dove andare ». All’estero o nell’Italia del Nord? Paradossalmente la seconda è la più dolorosa. Chi va all’estero non si stacca del tutto dal paese. Capobianco per tre anni si è adattato a vivere a Volksburg, dove lavorava agli stabilimenti della Volkswagen. Abitava in una baracca, dove — dice — non si stava male. Era ben scaldata e pulita, c’era l’acqua calda per la doccia, lusso sconosciuto a Montescaglioso; ma gli ricordava la prigionia in Inghilterra. Tre anni di solitudine quasi totale: non aveva amici, aveva lasciato a Montescaglioso la famiglia, la moglie e sei figli: badava solo a guadagnare, a spendere il meno possibile, a fare quante più ore di straordinario.

    I risparmi gli sono serviti a mantenere la famiglia e poi a comprare e rifare la casa: un blocco di tufo nel presepe di Montescaglioso con l’acqua calda, i mobili moderni di legno compensato, la televisione e il frigo. Perche, gli chiedo, lasciate la casa, dopo tante spese, per andare a Torino? Giuseppe Capobianco avrà una cinquantina d’anni, capelli grigi, baffetti grigi. A quest’ultima domanda si anima: lo si sente teso, quasi rabbioso.

    Il vecchio mestiere

    E’ tornato dalla Germania in agosto. Possiede in pianura due tomoli di terreno (un po’ meno di un ettaro), dai quali ricava il grano per il pane, il vino, l’olio. Pur di restare a Montescaglioso si accontenterebbe di un lavoro qualsiasi anche pagato poco. Ha ripreso il vecchio mestiere di bracciante agricolo: in sette mesi ha guadagnato in tutto centoventimila lire. Ha trovato occupazione soltanto al momento della raccolta delle olive. Con centoventimila lire in sette mesi noti ce la può fare.

    Si arriva così alla seconda alternativa del dilemma. Benchè le possibilità di guadagno per manovali non specializzati siano tutto sommato maggiori all’estero, la preferenza per l’Italia del Nord ha motivi precisi: chi va a Torino o a Milano, non crede più alla possibilità di avere una vita decente in paese ed espatria quindi definitivamente. Tornerà solo una volta l’anno per le vacanze di ferragosto, che coincidono con la festa del patrono del paese, San Rocco, ancora venerato con un culto fra cristiano e pagano.

    Santi e stregonerie

    Nel 1946 d’estate ci fu in Lucania un periodo di siccità spaventosa. Il parroco d’allora a Montescaglioso rifiutò di compiere il rito tradizionale, portare cioè la statua del santo in giro secondo un itinerario preciso che si concludeva con l’immersione in un fontanile di campagna. Il sottofondo stregonesco lo inquietava. Però questi scrupoli erano destinati a durare poco; da tutta la zona affluirono su Montescaglioso migliaia di contadini: il parroco fu costretto a rispettare la tradizione per evitare violenze.

    Qual è la distanza che divide il villaggio lucano del 1946 da Torino o da Volksburg? Cento anni? Mille anni? E’ un viaggio comunque difficile da compiere in pochi anni. Non stupisce che ci siano difficoltà d’adattamento per gli emigranti; sorprende invece che siano in tanti a riuscire a inserirsi e a far bene malgrado le enormi difficoltà, di lavoro, di psicologia, di ambiente.

    Sono problemi di cui ci occuperemo in un altro articolo: oggi ci preme vedere la vita di Montescaglioso negli ultimi anni. Ho ripetuto agli emigranti la stessa domanda decine di volte: la risposta è sempre identica. Vanno via perché costretti: potendo, preferirebbero restare qui. Soprattutto per i vecchi il distacco è difficile. Certuni per esprimersi usano, senza rendersene conto, le immagini fisse della poesia contadina: «Avrei voluto essere un uccello per tornare a casa» m’ha detto una vecchietta che non è riuscita ad adattarsi a vivere a Torino con tutti i suoi figli.

    Il segretario della Cgil di Montescaglioso ha ricevuto una lettera da un emigrato anziano sempre a Torino che cominciava cosi: « Quando penso agli amici gli occhi mi si riempiono di lacrime. Sono come una pecora smarrita dal gregge ». Un altro vecchio contadino invece ha riecheggiato in perfetta innocenza il tema di fondo di un classico della sociologia moderna. La folla solitaria di Riesemann. Pure lui era andato a Torino per seguire i figli e ne è tornato dopo pochi mesi. « Mi mancava (ha spiegato) il riconoscimento ». In paese conosce tutti ed è conosciuto da tutti, a Torino aveva rapporti solo con i figli; a casa s’annoiava, uscire e vedersi di fronte migliaia di facce sconosciute lo riempiva invece d’angoscia.

    E, del resto, dell’attaccamento dei « montesi » (così si chiamano gli abitanti di Montescaglioso) per il loro paese ci sono segni innumerevoli. Il caso di Giuseppe Capobianco non è unico: i risparmi degli emigrati all’estero servono principalmente a comprare o a risistemare la casa. Gli assegnatari della riforma agraria in pianura si sono rifiutati in blocco, con vari pretesti. di vivere nelle case che l’Ente gli ha costruito. Alla sera tornano tutti in paese, soprattutto perché, il senso della vita in comune si traduce in un costume di vera e propria solidarietà sociale.

    Il bracciante disoccupato può comprare a credito i generi alimentari indispensabili a tirare avanti.  All’interno di un complicatissimo sistema di rapporti famigliari la gente è tenuta ad aiutarsi reciprocamente, e difatti a Montescaglioso non si vedono mendicanti. Tra i contadini c’è l’uso, detto « a retenna », di scambiarsi giornate di lavoro. Ci sono inoltre altre cose che contribuiscono a questo senso di vita associata: i bambini che giocano per strada protetti e amici di tutti, le chiacchierate da finestra a finestra e le interminabili discussioni la sera degli uomini sulla piazza e sul corso del paese.

    Un paese tranquillo

    Sono cose importanti: i carabinieri mi dicono che Montescaglioso ha uno degli indici di criminalità più bassi d’Italia. Non si registra un fatto di sangue dalla fine della guerra, praticamente sono sconosciuti i furti, non esistono alcoolizzati, pochissimi i suicidi. Eppure dietro questa situazione tranquilla c’è una storia tragica. Il paese (che si affaccia sulla Piana di Metaponto) per secoli, forse millenni, è stato oppresso dalla malaria, scomparsa solo con la fine della guerra, fame e miseria, un po’ alleviate adesso dall’emigrazione, hanno fatto parte del destino collettivo dei montesi. Ciò non toglie che siano riusciti a costruire — forse perche obbligati a farlo dalle stesse difficoltà delle loro condizioni — una comunità integrata e umana. « E gli uomini. — ha scritto uno dei maggiori urbanisti viventi, Lewis Mumford — possono costruire quanti agglomerati urbani vogliono. Ma non sanno come costruire artificialmente delle comunità vive ».

    Nicola Caracciolo

    (Pagina 2 de “LaStampa” del 17.02.1970)

  5. Cristoforo Magistro

    Sono d’accordo con la prima e l’ultima parte di ciò che scrive For Peace: nessuno potrà togliere a chi è andato via il sentimento di attaccamento al paese di nascita e per il resto, quanto all’atteggiamento di chi ci è rimasto, rassegniamoci: sarà difficile incontrarsi perchè siamo cambiati sia noi che siamo partiti che loro.

    Io aggiungerei anche che, a complicare ulteriormente le cose, c’è il fatto che chi è andato via -soprattutto se l’ha fatto tanti anni fa- aveva lasciato una comunità a forte senso di appartenenza politica, religiosa e di ceto, se non di classe, e tornando vi ritrova solo pochi grumi di persone strette in gelose congreghe mentre i più rimangono in disparte, sfiduciati, a guardare.

    Nessuna nostalgia del passato, per carità, ma non l’ho sognato io che Monte sia stata un tempo modello di comunità integrata. Si veda, ad esempio, l’articolo de La Stampa riportato sotto.

    Adesso le cose sono cambiate e non solo da noi. Sarebbe lungo e complicato cercarne le cause. In parte anche insensato poichè cambiare fa parte della vita. Quello che sarebbe importante capire è se questo che abbiamo è il cambiamento che volevamo oppure se si tratta di qualcosa che ci è caduto addosso.

    In ogni caso mi sembra che a lanciare l’allarme sullo stato di coesione delle nostre comunità non siano soltanto gli “arrabbiati” e i soliti eterni scontenti. A questo riguardo mi ha colpito un passaggio dell’intervento fatto dal senatore Bubbico nel corso del convegno “Ripartire dalla Basilicata” tenutosi a Tito il 28 giugno 2013 quando si è richiamato al bisogno di “costruire una visione comune e alimentare una comunità di destino”. Il termine alimentare, che non è proprio fra i più usati nella comunicazione politica, è tornato a più riprese nel suo discorso, così come l’appello a partecipare al dibattito politico rivolto ai giovani che pur vivendo fuori dalla Basilicata se ne sentono parte. Ma è stato il riferimento alla “comunità di destino” ciò che mi ha vivamente impressionato. E, naturalmente, incuriosito.

    L’espressione – ho scoperto- è di Gustave Thibon, un francese conosciuto come il “filosofo contadino” per l’irritualità del suo percorso di formazione culturale (http://www.fiorigialli.it/dossier/view/10_vivere-insieme/1852_la-comunita-di-destino) e sta ad indicare la consapevolezza che gli appartenenti a una comunità hanno di essere legati da interessi, bisogni ed esigenze comuni. Un classico esempio di comunità legata a uno stesso destino era quello dell’equipaggio di una nave mercantile nel medioevo. Una nave sulla cui conduzione il capitano non aveva potere assoluto.

    Non so quanto oggi sia possibile ispirarsi al modello Thibon, ma non può che valutarsi positivamente il contrasto che la classe dirigente lucana sembra voglia porre alla disgregazione in atto e credo che sia interesse della stessa passare dalle parole ai fatti. Certo per realizzare una comunità di destino è necessario che tutto l’equipaggio sappia dove la nave è diretta. Forse la politica dovrebbe cominciare da questo, cioè dalla comunicazione, che non è tanto il dire ma l’ascoltare e il rispondere con i fatti a ciò che dice l’equipaggio

    In linea di massima condivido anche la lista fatta da Vincenzo dei motivi di incomprensione fra i “partiti” e i “rimasti”. Nella scheda di censimento-intervista dei “partiti” metterei anche le voci: ritorno perchè, non ritorno perchè. Insomma cercherei di quantificare e definire le cause di attrazione e dissuasione al ritorno.

    Per dare concretezza al progetto di Felice io creerei un’associazione dei partiti e dei tornati da/a Monte. La tecnologia attuale permetterebbe di fare delle riunioni stando ognuno a casa propria. Ce ne sono tante, e spesso inutili, di lucani fuori (a Torino, Milano, ecc.) perchè non provare a farne una che faccia riferimento al paese di partenza? Se raggiungesse un certo numero, se sviluppasse qualche iniziativa significativa, se, se, se, potrebbe favorire una maggiore apertura delle istituzioni verso i rompiscatole che sono andati via.   

     

    Da Montescaglioso alla metropoli industriale: un salto di secoli

    Ricostruiamo il “cammino della speranza,, di un emigrante dalla Basilicata a Torino

    Ecco la storia di Giuseppe Capobianco, 50 anni, sposato, con 6 figli – Per 3 anni lavora in Germania: 3 anni di solitudine e nostalgia, con l’unica preoccupazione di lavorare molto e spendere poco – Nell’agosto scorso torna al paese e con i risparmi si compra la casa. Ma in 7 mesi, come bracciante agricolo, guadagna 120.000 lire (complessive) – Così decide di ripartire – Stavolta per Torino, e il distacco è più doloroso – Quando si va all’estero, prima o poi si ritorna al paese; quando si va al Nord è sovente per un trapianto definitivo.

     (Dal nostro inviato speciale)

    Montescaglioso, febbraio. La sala parrocchiale in cemento appiccicata a una chiesa barocca è nuda e fredda. Niente riscaldamento. L’intonacatura dei muri è approssimativa, le seggiole usate e sgangherate. Don Angelo Bianchi, un prete di venticinque anni che dirige le Acli del paese, ha riunito un gruppo di lavoratori che sono appena tornati dall’emigrazione o che si preparano ad andare via. Si avverte subito quanto questa generazione sia diversa da quelle dei padri e dei nonni, eredi di un’antichissima e immobile civiltà contadina.

    I giovani conoscono il Nord d’Italia, la Svizzera, la Francia, la Germania. Descrivono con competenza i problemi che hanno dovuto affrontare: l’alloggio, il salario, i tempi e la disciplina di lavoro, l’assistenza sociale. Si sono liberati dalla vecchia cultura nata dalla « miseria psicologica»: il perdurare per generazioni e generazioni di una tragica povertà aveva imposto un disperato sentimento dell’impotenza dell’uomo a risolvere qualsiasi cosa. Di qui il ricorso a un mondo di spirito e di forze arcane. Nel giro di pochi anni i lucani stanno facendo un salto di secoli; entrano d’improvviso nel mondo contemporaneo delle fabbriche, ed il costo di questo cambiamento può essere molto alto.

    « II primo problema — mi dice Giuseppe Capobianco tornato qualche mese fa dalla Germania e che si prepara a ripartire per Torino, — sta nel decidere dove andare ». All’estero o nell’Italia del Nord? Paradossalmente la seconda è la più dolorosa. Chi va all’estero non si stacca del tutto dal paese. Capobianco per tre anni si è adattato a vivere a Volksburg, dove lavorava agli stabilimenti della Volkswagen. Abitava in una baracca, dove — dice — non si stava male. Era ben scaldata e pulita, c’era l’acqua calda per la doccia, lusso sconosciuto a Montescaglioso; ma gli ricordava la prigionia in Inghilterra. Tre anni di solitudine quasi totale: non aveva amici, aveva lasciato a Montescaglioso la famiglia, la moglie e sei figli: badava solo a guadagnare, a spendere il meno possibile, a fare quante più ore di straordinario.

    I risparmi gli sono serviti a mantenere la famiglia e poi a comprare e rifare la casa: un blocco di tufo nel presepe di Montescaglioso con l’acqua calda, i mobili moderni di legno compensato, la televisione e il frigo. Perche, gli chiedo, lasciate la casa, dopo tante spese, per andare a Torino? Giuseppe Capobianco avrà una cinquantina d’anni, capelli grigi, baffetti grigi. A quest’ultima domanda si anima: lo si sente teso, quasi rabbioso.

    Il vecchio mestiere

    E’ tornato dalla Germania in agosto. Possiede in pianura due tomoli di terreno (un po’ meno di un ettaro), dai quali ricava il grano per il pane, il vino, l’olio. Pur di restare a Montescaglioso si accontenterebbe di un lavoro qualsiasi anche pagato poco. Ha ripreso il vecchio mestiere di bracciante agricolo: in sette mesi ha guadagnato in tutto centoventimila lire. Ha trovato occupazione soltanto al momento della raccolta delle olive. Con centoventimila lire in sette mesi noti ce la può fare.

    Si arriva così alla seconda alternativa del dilemma. Benchè le possibilità di guadagno per manovali non specializzati siano tutto sommato maggiori all’estero, la preferenza per l’Italia del Nord ha motivi precisi: chi va a Torino o a Milano, non crede più alla possibilità di avere una vita decente in paese ed espatria quindi definitivamente. Tornerà solo una volta l’anno per le vacanze di ferragosto, che coincidono con la festa del patrono del paese, San Rocco, ancora venerato con un culto fra cristiano e pagano.

    Santi e stregonerie

    Nel 1946 d’estate ci fu in Lucania un periodo di siccità spaventosa. Il parroco d’allora a Montescaglioso rifiutò di compiere il rito tradizionale, portare cioè la statua del santo in giro secondo un itinerario preciso che si concludeva con l’immersione in un fontanile di campagna. Il sottofondo stregonesco lo inquietava. Però questi scrupoli erano destinati a durare poco; da tutta la zona affluirono su Montescaglioso migliaia di contadini: il parroco fu costretto a rispettare la tradizione per evitare violenze.

    Qual è la distanza che divide il villaggio lucano del 1946 da Torino o da Volksburg? Cento anni? Mille anni? E’ un viaggio comunque difficile da compiere in pochi anni. Non stupisce che ci siano difficoltà d’adattamento per gli emigranti; sorprende invece che siano in tanti a riuscire a inserirsi e a far bene malgrado le enormi difficoltà, di lavoro, di psicologia, di ambiente.

    Sono problemi di cui ci occuperemo in un altro articolo: oggi ci preme vedere la vita di Montescaglioso negli ultimi anni. Ho ripetuto agli emigranti la stessa domanda decine di volte: la risposta è sempre identica. Vanno via perché costretti: potendo, preferirebbero restare qui. Soprattutto per i vecchi il distacco è difficile. Certuni per esprimersi usano, senza rendersene conto, le immagini fisse della poesia contadina: «Avrei voluto essere un uccello per tornare a casa» m’ha detto una vecchietta che non è riuscita ad adattarsi a vivere a Torino con tutti i suoi figli.

    Il segretario della Cgil di Montescaglioso ha ricevuto una lettera da un emigrato anziano sempre a Torino che cominciava cosi: « Quando penso agli amici gli occhi mi si riempiono di lacrime. Sono come una pecora smarrita dal gregge ». Un altro vecchio contadino invece ha riecheggiato in perfetta innocenza il tema di fondo di un classico della sociologia moderna. La folla solitaria di Riesemann. Pure lui era andato a Torino per seguire i figli e ne è tornato dopo pochi mesi. « Mi mancava (ha spiegato) il riconoscimento ». In paese conosce tutti ed è conosciuto da tutti, a Torino aveva rapporti solo con i figli; a casa s’annoiava, uscire e vedersi di fronte migliaia di facce sconosciute lo riempiva invece d’angoscia.

    E, del resto, dell’attaccamento dei « montesi » (così si chiamano gli abitanti di Montescaglioso) per il loro paese ci sono segni innumerevoli. Il caso di Giuseppe Capobianco non è unico: i risparmi degli emigrati all’estero servono principalmente a comprare o a risistemare la casa. Gli assegnatari della riforma agraria in pianura si sono rifiutati in blocco, con vari pretesti. di vivere nelle case che l’Ente gli ha costruito. Alla sera tornano tutti in paese, soprattutto perché, il senso della vita in comune si traduce in un costume di vera e propria solidarietà sociale.

    Il bracciante disoccupato può comprare a credito i generi alimentari indispensabili a tirare avanti.  All’interno di un complicatissimo sistema di rapporti famigliari la gente è tenuta ad aiutarsi reciprocamente, e difatti a Montescaglioso non si vedono mendicanti. Tra i contadini c’è l’uso, detto « a retenna », di scambiarsi giornate di lavoro. Ci sono inoltre altre cose che contribuiscono a questo senso di vita associata: i bambini che giocano per strada protetti e amici di tutti, le chiacchierate da finestra a finestra e le interminabili discussioni la sera degli uomini sulla piazza e sul corso del paese.

    Un paese tranquillo

    Sono cose importanti: i carabinieri mi dicono che Montescaglioso ha uno degli indici di criminalità più bassi d’Italia. Non si registra un fatto di sangue dalla fine della guerra, praticamente sono sconosciuti i furti, non esistono alcoolizzati, pochissimi i suicidi. Eppure dietro questa situazione tranquilla c’è una storia tragica. Il paese (che si affaccia sulla Piana di Metaponto) per secoli, forse millenni, è stato oppresso dalla malaria, scomparsa solo con la fine della guerra, fame e miseria, un po’ alleviate adesso dall’emigrazione, hanno fatto parte del destino collettivo dei montesi. Ciò non toglie che siano riusciti a costruire — forse perche obbligati a farlo dalle stesse difficoltà delle loro condizioni — una comunità integrata e umana. « E gli uomini. — ha scritto uno dei maggiori urbanisti viventi, Lewis Mumford — possono costruire quanti agglomerati urbani vogliono. Ma non sanno come costruire artificialmente delle comunità vive ».

    Nicola Caracciolo

    (Pagina 2 de “LaStampa” del 17.02.1970)

  6. Lucrezia Didio

    Ciao a tutti!!!! E’ stato bellissimo leggere tutti questi commenti. Secondo me nel nostro paese inizia ad esserci terreno fertile per innescare un seme di cambiamento. E’ chiaro, e tutti i vostri interventi lo testimoniano, di come sia ormai forte la consapevolezza che occorra fare qualcosa…e sono sicura che questa consapevolezza sia forte in molti, anche coloro che non la esplicitano. A mio avviso, una panacea a tutti i mali non esiste, ma è chiaro che se una strada va cercata, va cercata assieme.

    Secondo la mia modesta esperienza, vorrei sottolineare come oggigiorno in qualsiasi ambito di intervento- pianificazione territoriale, economia, cultura, turismo,…- una strategia vincente è la PARTECIPAZIONE. Se analizzate i nuovi processi di riqualificazione urbana, o il nuovo modo in cui si cerca di fare impresa, o tutto il panorama di iniziative culturali…vi accorgerete di come stia cambiando l’approccio. Un approccio nuovo, sempre più partecipativo, in cui le persone vengono messe al centro dell’attenzione già in fase di ideazione dei progetti e non solo alla fine di tutto il percorso. 

    Io credo che uno dei problemi veri di Monte sia la mancanza di partecipazione, che può essere declinata in vario modo se si considerano tutti gli aspetti che sono già stati messi in risalto : divisionismi interni forti, divisionismi tra chi resta e chi parte, difficoltà ad esporsi per paura di essere criticati, mancanza di iniziativa personale e di gruppo (direi per motivi culturali), poca abitudine all’associazionismo e al confronto costruttivo (si prende sempre tutto sul personale), poco o pochissimo dialogo con le istituzioni.

    Forse le cose nel nostro paese stentano a cambiare per mancanza di partecipazione, quella reale e fatta bene. Una partecipazione che se non c’è, va creata, stimolata, diffusa. Occorre fare educazione alla partecipazione. E’ chiaro che i cittadini potrebbero essere agevolati in questo se avessero un esempio forte dalle istituzioni. esempio che, ad oggi, nel nostro paese manca. Molti comuni, nei processi di pianificazione territoriale hanno attivavo processi partecipativi per coinvolgere i cittadini nell’analisi e nella costruzione di scenari comuni da adottare per il proprio territorio. L’urbanistica partecipata è ormai una realtà e se fatta bene, presenta molteplici vantaggi:

    é un ottimo modo per costruire la comunità (il mutuo confronto tra cittadini e tra cittadini e amministratori genera una presa di coscienza su problemi e  potenzialità di un territorio, questo genera senso di appartenenza e identità con ricadute positive in termini sociali)

    è un ottimo modo di eliminare il conflitto (è chiaro che se i cittadini vengono informati prima circa le motivazioni che orientano le scelte fatte in sede comunale, probabilmente le condivideranno senza opposizioni. 

    è un ottimo modo per generare autocontrollo ( un cittadino che viene reso consapevole del valore del proprio territorio contribuirà alla difesa e alla manutenzione dello stesso oppure si accorgerà in tempo degli abusi commessi e li denuncerà con minori timori sapendo di essere nel giusto e sapendo che una intera collettività condivide gli stessi valori)

    è un ottimo modo per avere spunti progettuali (spesso ci si rivolge a consulenti esterni per la redazione di piani urbanistici, con una ingente spesa pubblica, senza considerare che chi abita il territorio quotidianamente, probabilmente ha già costruito nella sua mente lo scenario futuro del suo paese, chi immagina la città più verde, chi la immagina con meno traffico, chi la immagina con più turisti,…insomma gli spunti progettuali sono già nel paese…basta ascoltare la gente).

    Ho fatto un esempio di come l’urbanistica stia recuperando la sfera sociale per evitare gli errori del passato, solo perchè sono un architetto. Ma questo sta caratterizzando sempre più vari settori. Vi cito a titolo d’esempio il bilancio partecipato: molti comuni per stimolare la partecipazione alla gestione della cosa pubblica decidono di mettere nelle mani dei cittadini un parte di bilancio comunale. A volte solo poche migliaia di euro. Ma sono i cittadini, attraverso riunioni, dibattiti, assemblee, che decidono come spenderli. E gli esempi potrebbero essere infiniti.

    Secondo me deve partire dai cittadini la volontà a fare PARTECIPAZIONE, cercando e promuovendo iniziative che partono dal basso, possibilmente con la collaborazione di tutti, anche coloro che sono fuori, anche coloro che tornano da turisti. Il web è pieno di progetti belli e interessanti, basta copiare le idee e proporle nel nostro paese. 

    Ad esempio una cosa che manca a Monte sono i luoghi di scambio di idee, che in quanto tali sono già di per sè luoghi di partecipazione. Associazioni, gruppi culturali, si associano tutti separatamente, ognuno con la sua piccola sede difesa gelosamente. Ognuna con i suoi progetti e i suoi loghi. Magari potrebbero avere ideali e obiettivi comuni ma non lo sanno, non se lo comunicano. Si potrebbe pensare ad una piccola casa culturale, presa in fitto e gestita da varie associazioni, un luogo dove ospitare gli artisti per i concerti estivi, sarebbe il modo per condividere degli spazi, far nascere delle idee , lavorare a obbiettivi comuni con mezzi diversi, superare eventuali divisionismi…

    Questo può essere fatto, subito, dal basso, insieme, basta volerlo.

    Le idee sono davvero tante ma dobbiamo comunicarcele. Ad esempio l’idea del questionario è carina, ma secondo me un pò piatta e scarsamente attrattiva. Si potrebbe iniziare a sollecitare la partecipazione di chi sta fuori con degli eventi fatti bene che siano fortemente attrattivi. Poi se a questi, si fa seguire un progetto concreto e reale che mira a studiare il fenomeno emigrazione per interpretarlo e tradurlo in azioni concrete sul territorio, potrà essere usato il questionario in questi termini per condurre una indagine specifica. 

    Mi auguro davvero che troveremo il modo di collaborare e dare concretezza a tante parole.

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