giovedì 02 Febbraio 2023

L’americano

C’era una volta l’America e c’erano gli americani.

Chi ha gli anni di chi scrive ed è cresciuto al Sud li ha visti e conosciuti. Sono spariti più o meno a metà degli anni settanta. Era inevitabile. In quegli anni infatti si chiuse un secolo tondo dall’inizio della statistica dell’emigrazione poiché per cento anni, a partire dal 1876 e fino al 1975, gli italiani emigrati erano stati più degli stranieri  arrivati da noi. Nell’anno in corso il rapporto emigrazione-immigrazione è tornato ad essere quello di un tempo in quanto un numero considerevole di italiani ha ripreso la valigia e molti stranieri stanno tornando a casa scacciati dalla crisi che investe il nostro paese. Ma questo è un altro discorso.

Dicevo di quando i nostri americani mandavano il pacco a parenti ed amici dagli Stati Uniti o dal Canada e al ritorno in paese, solitamente in estate, venivano accolti con tutti gli onori e distribuivano sigarette, gomme e cioccolato. Ricordo che i più vecchi parlavano uno speciale italiano napoletanizzante, venivano per questo anche bonariamente presi in giro, ma guardati con ammirazione. Il momento consacrativo della loro americanità si aveva quando con un cenno fermavano la processione di San Rocco e tutti cercavano di capire fra la canicola che annebbiava la scena quanto era grande “la pezza” che offrivano appuntandola -in qualche speciale caso – personalmente alla statua del santo.

Anno dopo anno questa scena cominciò a tingersi di patetico: i dollari americani verdolini cominciavano a sembrare parenti poveri delle nostre lirone. Si era in piena epopea del pomodoro e il rosso del San Marzano sembrava  rallegrasse anche le nostre banconote. Si cominciava anche a notare che gli americani non è che vestissero chi sa come; anzi erano messi così e così. E non solo rispetto ai portatori di guantiera delle offerte, che si sa che neppure con quaranta gradi allentano il nodo della cravatta o sbottonano la giacca, ma proprio in confronto a tutti.

Per qualche anno gli americani resistettero continuando a offrire i loro cinque – dieci dollari, ma ormai si capiva che non era più aria, la processione non si fermava più per loro, l’addetto alla guantiera gli rifilava un San Rocco qualunque e via. Un tempo li si sentiva magari dire: “Eh l’America non è più quella di una volta!”; adesso non più, non era quella la questione. Non era per niente quella.

Cominciarono a capire che in quegli anni era l’Italia a non essere più quella di una volta e a sentirsi imbrogliati dal destino per esserne andati via. Chi ne ebbe piacere, chi sentì nascergli qualche invidiuzza; si sa come vanno queste cose.

Già negli anno ottanta, continuavano a tornare sì, ma, per così dire, in borghese; si tenevano sullo sfondo, parlavano il dialetto di quando erano andati via. Tornarono un po’ per volta a confondersi con tutti gli altri e, in un certo senso, in quanto americani sparirono.

Questo accadde, grosso modo, una quarantina di anni fa.

In questi giorni a leggere i giornali sembra che le cose stiano tornando al passato.

I giornali nazionali e locali non sanno più cosa inventarsi riguardo alla visita in Italia e -udite, udite- ai paesi dei nonni dell’americano Bill De Blasio, il sindaco di New York orgoglioso delle sue radici campano-lucane.

E a Grassano, il paese della nonna, è accorso a riceverlo il presidente della Regione e non si sa chi altro ancora. Si è scritto anche che alcuni lontani parenti “invitati dall’amministrazione comunale, con molta probabilità avranno la possibilità di donare al sindaco della Grande Mela una pergamena dell’albero genealogico, alcune foto ricordo di famiglia, dal quale si evince il legame con Anna Briganti”.

 Giusto. bello. Speriamo che questa probabilità e possibilità si concretizzi.

Ma quand’è che la smetteremo di essere, in casi come questi, così servili da rischiare di creare imbarazzo nell’osannato e in tutti gli altri chiusi, indifferenti, se non irridenti, verso l’oriundo alla ricerca delle famose radici?

Se ragioniamo un attimo, capiremo che non tutti i nostri americani o loro eredi possono diventare sindaci  di New York o grandi artisti. Il fascismo è finito settanta anni fa, sarebbe l’ora di finirla di onorare solo il “genio italiano” e di cominciare a rispettare l’attaccamento che anche i poveracci, anche quelli che non hanno saputo farsi valere, hanno conservato per il paese dei loro antenati.

Se già hanno avuto poco dalla vita perché negargli anche qualche piccola soddisfazione morale? E non lo dico solo per un fatto di egualitarismo: i De Blasio sono esemplari unici; tutti gli altri avranno poco, ma sono tanti.


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