I tuoni di Monte Cupo 8

Segue dal Cap. 3: ROCCO PADRE DI NGESCO

   Rocco non aveva mai pensato di riscuotere quel credito ma forse era arrivato il momento. Non intendeva commissionargli delitti, voleva chiedergli solo di parlare con i due scagnozzi che gli avevano dato fuoco al grano. Forse, spaventati, questi avrebbero desistito dal loro intento.

   All’alba di una giornata di agosto Rocco era presso il carrubo. La notte aveva lasciato un piacevole senso di frescura non ancora dissolta dai raggi del sole nascente. Le cicale non avevano ancora dato inizio al loro concerto assordante e distendevano le loro impalpabili ali per catturare il primo tepore del mattino. Le rondini sfrecciavano veloci al di sopra delle cime degli alberi tracciando traiettorie apparentemente senza senso. Rocco si impregnava della pace che quel posto emanava e avvertiva ancora più grave il gesto che stava per compiere. Un gesto apparentemente senza alcuna importanza ma che avrebbe condizionato la sua coscienza per gli anni a venire. Cercò l’incavo del tronco e ci infilò dentro il suo coltello. Un coltello a serramanico con la punta della lama leggermente ricurva verso l’alto e il manico in avorio lavorato. A Vito quel coltello era sempre piaciuto, fin da quando era bambino. Spesso ci aveva giocato, all’insaputa di Rocco, sognando di essere un brigante in battaglia contro i piemontesi. Glielo sfilava dalla tasca della giacca e glielo rimetteva senza che Rocco se ne accorgesse. Non era la prima volta che Rocco arrivava vicino al carrubo. La prima volta ci arrivò solo per conoscerne la posizione. Guardò il Fosso Ombrato, un inestricabile intreccio di cespugli spinosi di rovi, more e sparacine, si volse a levante e vide il grande carrubo con le enormi fronde verdi e il tronco nodoso. Nessuno aveva mai riposato sotto la folta chioma di foglie carnose perché si diceva che togliesse l’aria per respirare.

   Un’altra volta ci era andato per riporvi il coltello ma ci aveva ripensato. Quel giorno si decise.

   Dopo qualche giorno, Rocco era nella vigna a svolgere i lavori preparatori alla vendemmia ed era solo. Piegato com’era su di un vitigno non si era accorto dell’arrivo di Vito. Questi gli mise una mano sulla spalla.

   «Don Rocco» era così che lo chiamava da quando era bambino. «Ecco il vostro coltello».

   «Vito» disse Rocco con un sussulto di spavento «benedetto ragazzo. Un giorno mi farai prendere un accidente se continui ad arrivare come uno spirito maligno. Come stai? È da un po’ che non ti vedo».

   «Sto bene, don Rocco. Finché non mi prendono sto bene. Piuttosto ho saputo dell’incendio al grano il mese scorso. Don Rocco, don Rocco, voi non vi dovete esporre così. Lo sapete chi sono i veri briganti in paese, lasciateli perdere. Quella è gente pericolosa e senza scrupoli. E se ve lo dice un brigante c’è da crederci». Il ragazzo sembrava sapesse tutto, dei mandanti, degli esecutori e del movente.

   «È proprio di questo che ti volevo parlare» rispose Rocco «ma vedo che tu sai già tutto. Del grano non mi preoccupo, quello che mi preoccupa è che nel campo c’eravamo io, i ragazzi e altri operai. Hanno appiccato il fuoco verso mezzogiorno. Ho paura che volessero farci scappare il morto».

   Vito ci pensò un po’.

   «Può essere» rispose «ma non so se l’idea è partita da chi li ha mandati o è stata una iniziativa di quei due balordi. Comunque posso fare una piccola indagine. Vi farò sapere, don Rocco. State bene».

   Sparì come era comparso. Rocco non fece in tempo neanche a rispondere al saluto. Qualche volta gli era venuto il dubbio che quel ragazzo fosse il demonio in persona. Da parte di Vito non era tanto la paura di essere preso quanto il timore di coinvolgere Rocco qualora qualcuno li avesse visti insieme. Il brigante si fece vivo due giorni dopo. Il sole era da poco calato e il buio stava scendendo sulla Carrera, la strada di campagna che Rocco stava percorrendo a dorso del mulo per tornare a casa. A ponente le montagne di Accettura si stagliavano nette sul rosso sfondo del cielo al tramonto. A un certo punto il mulo fece uno scarto di lato avvertendo una presenza dietro le macchie che delimitavano la strada ghiaiosa.

   «Don Rocco, sono io. Venite dietro la macchia».

   Rocco tirò la briglia destra del mulo e si infilò dietro la folta pianta.

   «È come dite voi. Don Biagio e don Luigi avevano dato l’ordine di dar fuoco al grano. Se si fosse verificato un “incidente” i due scagnozzi avrebbero ricevuto una paga supplementare. Potreste essere ancora in pericolo. Le vostre denunce sono arrivate in alto e stanno creando non pochi problemi a quelle persone che comandano».

   «Ma tu come fai a sapere tutte queste cose?» gli chiese Rocco.

   «Ve l’ho già detto don Rocco, i veri briganti non siamo noi. Noi siamo quelli che si prendono le colpe, quelli che fanno rumore e si sporcano le mani. I delitti si decidono nelle stanze eleganti delle grandi masserie e dei palazzi. Comunque, don Rocco, comandatemi e sarà fatto. Vi dico solo una cosa, avevo già preso una decisione il giorno dopo l’incendio. Chi ha commesso l’infamia pagherà e non sarete stato voi a mandarmi».

   Rocco rabbrividì, i suoi incubi si stavano per materializzare e solo allora si rese conto che non poteva tornare indietro.

   «Vito, per l’amor del cielo, non commettere altri delitti. Volevo solo che tu facessi arrivare il messaggio di lasciare in pace la mia famiglia a don Biagio e a don Luigi. Tutto qui. Non volevo commissionarti delitti».

   Lo sguardo del ragazzo si fece duro, da battaglia, i suoi occhi chiari divennero gelidi come la lama di una spada e vi si leggeva una chiara e spietata determinazione che spaventò ulteriormente Rocco.

   «Il messaggio arriverà e sarà un messaggio che i due signorotti capiranno molto bene. Ve lo ripeto. Voi non c’entrate niente. Avevo già preso la mia decisione. La famiglia Giudice è come la sacra famiglia di Nazareth. Guai a chi la tocca. Chi deve capire capirà». Come al solito scomparve senza che Rocco potesse replicare.

   Il buio della sera coprì le macchie, gli alberi e le montagne all’orizzonte. Riprese fragoroso il frinire dei grilli finalmente al fresco dopo la calura del giorno. Man mano che il mulo avanzava, animali notturni scappavano nell’oscurità. Volpi, conigli, faine, uccelli notturni. Solo rumori nel buio. Il mulo non avvertiva pericoli e riprese la sua andatura cadenzata. Rocco ripensava alle parole di Vito e ne rimase atterrito.

   “Quanto vale la vita di un uomo se chiunque può prenderla in qualsiasi momento per qualsiasi motivo? Gli animali che si inseguono nel buio uccideranno per mangiare”, “Se si verifica un incidente avrete un premio”, “Io avevo già deciso”. Lo tormentava la voce di quel ragazzo appena sopra i venti anni ma che sembrava conoscere le cose del mondo più di quanto le conoscesse lui che aveva più del doppio della sua età. Il ragazzo che raccomandava il vecchio. Un mondo molto lontano che lui non conosceva, che ignorava completamente e dal quale sarebbe voluto restare estraneo. “Così si decide della vita degli uomini? Come se non fossero padri di figli o figli di madri o fratelli o mariti”. Fu preso da un’angoscia terribile. Con questi pensieri giunse a casa. Neanche quella notte dormì.


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