I tuoni di Monte Cupo 11

Dal Cap. 14: Il grande pero

Il giorno dopo Rocco restò a casa. La mattinata la trascorse all’ombra del fico nel cortile insieme a Luigino. I due fratelli parlavano e scherzavano. Di tanto in tanto Rocco si accendeva il suo sigaro toscano. Lo tagliava con il suo coltello e ne fumava metà. Luigino gli chiese se poteva fumarne un po’ anche lui.

   «Sei troppo piccolo e poi veramente non so se faccia bene. Ne riparliamo tra qualche anno».

   «A che età hai cominciato a fumare?» gli chiese Luigino.

   «Penso che avessi quindici anni. Papà non voleva che fumassi ma quando mi vide un giorno con il sigaro non mi disse niente. Ma io non ne fumo molto, ne fumerò due o tre metà al giorno. A proposito, hai visto quelli che lo fumano con la parte accesa in bocca?».

   «Sì, è vero, ho visto il nonno di un mio amico che lo fuma così. Perché?» chiese Luigino.

   «Non lo so. Qualcuno dice che in questo modo di notte non si vede la brace del sigaro. I briganti lo fumavano così, per paura di essere individuati dai soldati».

   La mattinata scorreva così tra una chiacchiera e un’altra quando all’improvviso Luigino lanciò un urlo e scoppiò a piangere.

   «Mi ha morso un serpente. Mamma, mamma, mi ha morso un serpente».

   In quel momento ci fu il panico. Luigino corse in casa dalla madre. Rocco vide il serpente che si infilava fra la pianta di lauro e il melograno, probabilmente l’animale era sotto le piante e Luigino inavvertitamente ci aveva messo sopra la mano. Afferrò la stampella e lo colpì sulla testa più volte finché il rettile non smise di muoversi. Lo guardò bene e ne fu sollevato.

   «È un serpente nero» una biscia «non è velenoso. Non preoccuparti, ti farà solo un po’ male ma non ti succederà niente».

   Anna era stata anche lei presa dal panico quando aveva sentito il figlio urlare. Alle parole tranquillizzanti di Rocco si calmò ma lo spavento era stato tanto. Intanto Rocco con la stampella aveva preso il serpente che ciondolava da un lato con la testa fracassata e dall’altro con la lunga coda e lo buttò al di là del muretto oltre la strada tra l’erba secca e i rovi da dove, presumibilmente, era venuto.

   «Sei sicuro che fosse un serpente nero?» fece Anna.

   «Sì, per fortuna. Non è il primo che vedo, puoi stare tranquilla».

   Luigino continuava a piangere per il dolore del morso e per lo spavento. Anna, finalmente sollevata, prese il piccolo e lo strinse a sé.

   «Dobbiamo andare a fare “l’assrumm”, se no fino a stasera ti verrà mal di testa per lo spavento» disse al figlio. Mise alcune manciate di fave secche in un sacchetto di tela e si avviò insieme a Luigino. «Noi andiamo da nonna Lucrezia» disse a Rocco.

   Il rituale, che a Luigino pareva stregoneria, aveva lo scopo di eliminare i malefici che lo spavento poteva provocare in chi ne subiva uno. Molti mali si addebitavano a uno spavento non curato, mal di testa, follie improvvise, mali sconosciuti che spesso potevano portare alla morte. Le vittime più comuni erano i bambini che, a causa dei loro giochi, potevano incorrere in spaventi più o meno gravi.

   Nonna Lucrezia, come tutti in paese la chiamavano, era una donna anziana ma nessuno sapeva con esattezza quanti anni avesse. Tutti se la ricordavano così anziana da sempre. Era una specie di strega benevola che, in base alla credenza popolare, aveva il sapere per liberare chi vi ricorreva da numerosi mali.

   Luigino non era la prima volta che la incontrava. La prima volta che ci era stato portato era molto piccolo, aveva meno di due anni. Non mangiava quasi niente e questo preoccupava i suoi genitori. Era molto magro e, naturalmente, malnutrito. Il medico le aveva tentate tutte ma il bambino non provava in alcun modo appetito. Veniva nutrito a forza con cibi liquidi perché non voleva saperne di masticare. Fino a quel punto aveva bevuto litri di olio di fegato di merluzzo, disgustoso alimento che la madre gli propinava con il cucchiaio tappandogli il naso, pur di fargli assumere delle sostanze nutritive. Un giorno la madre di Anna le disse di portare il bambino da nonna Lucrezia. La donna prese in braccio  Luigino, che strillava spaventato ma che, dopo qualche secondo, si calmò. La vecchia cominciò a passargli la mano sul corpicino pronunciando a bassa voce frasi incomprensibili. Quando il rito fu concluso la vecchia restituì il bambino alla madre, prese un pezzo di pane e glielo diede. Questo prese il pane e lo mangiò con appetito. Da quel momento Luigino cominciò a mangiare regolarmente.  

   Altre volte c’era stato per motivo di spavento come quel giorno.

   Quando Anna e Luigino arrivarono da Lucrezia, questa era seduta sull’uscio di casa all’ombra.

   «Cosa ha combinato stavolta questo giovanotto?» chiese la donna.

   «È stato morso da un serpente nel cortile di casa. Per fortuna si trattava di un serpente nero».

   «Brutto affare» disse la vecchia che sembrò preoccupata. «Dov’è il serpente?» chiese.

   «Rocco lo ha ucciso e l’ha buttato giù dal muro».

   «Questo è buono» rispose la vecchia. «Forse il serpente non ha avuto il tempo di bere il sangue del bambino, se no gli avrebbe preso il soffio e il bambino si sarebbe ammalato». La vecchia chiamò Luigino che ormai sapeva bene come si svolgeva il rito.

   «Vieni qua giovanotto. Vieni da nonna Lucrezia che scaccerà lo spavento».

   La donna fece sedere Luigino su un piccolo sgabello di legno a tre gambe. Lei gli si mise dietro in piedi. Gli fece fare il segno della croce e cominciò a passargli le mani sulla testa senza toccarlo; in quel momento la donna iniziò a sbadigliare. Quanto più forte sbadigliava tanto maggiore era lo spavento che aveva subito il bambino. Iniziò a pronunciare le solite frasi incomprensibili insieme a mezze preghiere e continuava a sbadigliare, in quel modo tirava a sé lo spavento e lo liberava con gli sbadigli. Il rito durò più a lungo del solito, tanto che Luigino si stava addormentando. Quando la donna finì disse ad Anna che il bambino si era molto spaventato e che lei stessa aveva visto il serpente che lo aveva morso, era morto senza aver bevuto il sangue del bambino.

   «Crescilo bene questo fanciullo» disse la vecchia. «Il serpente nero lo ha morso ma lui ne ucciderà uno più grande e più nero. Molti si salveranno».

   «Cosa volete dire?» chiese Anna.

   «Non lo vedremo né io né tu, ma quando il bambino sarà uomo taglierà la testa all’ultimo serpente vestito di nero. Altro non so dirti».

   Anna rimase turbata dalle parole della vecchia. La ripagò con il sacchetto di fave e ritornò a casa.

   Giunti a casa Rocco era seduto all’ombra sotto l’albero di fico.

   «Rocco, sai cosa mi ha detto la vecchia? Che quando sarò grande ucciderò un grosso serpente nero, come hai fatto tu oggi, solo che io ne ucciderò uno più grosso».

   «Ah sì? È questo che vuoi fare da grande, il cacciatore di serpenti?». Poi Rocco si rivolse alla madre: «Cos’è questa storia?».

   «Non lo so, non ci ho capito niente. Quando nonna Lucrezia ha finito con Luigino mi ha detto che da grande taglierà la testa a un grosso serpente nero. Questo fatto un po’ mi ha inquietato».

   «Ma tu ancora dai retta a queste sciocchezze, è solo una povera vecchia un po’ pazza».


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