14 DICEMBRE: “AGGHIA A LA PUTTAN”

Marianna Menzano:

La notte del 12 dicembre 1949 c’era una nebbia densa. E’ venuta tanta di quella polizia a Montescaglioso! Non sai quanti ladroni, quanti malfattori c’erano? Sono venuti a casa mia. C’era una ruffiana della D.C. che ha indicato le nostre case. Allora io abitavo in via San Giovanni Lovento, nel vecchio centro del paese. Avevo due case sulla stessa via, una casa più sopra ed una più giù. In una avevo solo i mobili e non potevo neanche accendere il fuoco perché era piccola e i mobili stavano accavallati l’uno sull’altro. Nell’altra casa dormiva mia madre coi bambini e lì facevo la cucina. Allora, siccome mia madre, in quel periodo, soffriva con un occhio, aveva dei dolori, dissi a mio figlio: “Senti, se la nonna si sente male, mi vieni a chiamare.” I poliziotti, invece di venire alla casa dov’ero io, andarono dove c’era mia madre coi bambini. Le scassarono la porta e la vetrina e, con le lampadine tascabili che avevano e coi mitra alle mani, presero questo mio figlio e dissero: “Insegnaci dove sta tua madre!” Ed il ragazzo venne a bussare. Io credevo che mia madre stesse male, ho aperto la porta e sono entrati i poliziotti. Dicevano che io avevo le armi e si misero a rovistare nel comò. Io avevo ricevuto da mio cognato, dall’America, dei giocattoli per i bambini, delle pistole, così. “Abbiamo trovato le armi!” Poi, quando videro che erano dei giocattoli, finì a risate. Dissero: “Seguiteci in caserma!” Ed io risposi: “Sono stata tutto il giorno in mezzo al popolo. Circondate la casa e domani mattina vengo in caserma. Adesso è notte. Non è orario di venire in caserma.” Hanno insistito perché li seguissi in caserma e io dissi: “Vedete, io ho una sola stanza. Se non uscite fuori, io, in caserma, non ci vengo.” Io stavo a letto perché era notte! Hanno anche tolto la luce nel paese e, poi, quella era una strada stretta ed era piena zeppa di poliziotti. Ora, che cosa hanno fatto le ruffiane locali? Hanno accompagnato questi poveri poliziotti forestieri (uno di questi, però, lo riconobbi perché faceva servizio a Monte e si chiamava Careglia) alle nostre case e poi se la sono squagliata. Quelli non sapevano più dove avevano lasciato il camion. E il camion l’avevano lasciato vicino alla benzina di “Mest’Antonio”, al “Pozzillo”, proprio tra quella via che va al cimitero e “a via nov'”. Allora, prima hanno preso il compagno Castellaneta, Vincenzo Castellaneta. Poi hanno preso me. Dopo di me sono andati alla casa di Rossetti Pietro. Hanno preso il padre! E non era il padre che dovevano prendere!

 Pietro Rossetti:

Per le vie avevano spento le luci. Era l’una e sentii una pedata. Non era forte, ma mi svegliai. Cosa stanno facendo? Mi chiedevo. Mentre pensavo questo, passò questa ondata e quelli andavano a prendere Castellaneta, che abitava verso qua sopra. Dopo circa mezz’ora sento un sacco di pedate. Mi chiesi cosa stesse ancora succedendo. Quelli passarono proprio dove abitavo io. Andavano a prendere Mariannina, allora! Pensai: “Non è cosa bon’!” Mi stavo alzando. Era l’una, l’una e un quarto. Non si vedeva niente, per la nebbia e l’oscurità! Sentii bussare alla porta. Dissi: “Agghia a la puttan’!”Non mi misi nemmeno le mutande, parlando con decenza. Appena sentii bussare, io già me lo immaginavo che qualcosa era successo e misi solo i calzoni. Aprirono la porta e vidi che c’era mio padre e diciassette poliziotti dietro casa mia. Accesero la lampadina tascabile, i poliziotti. Io, furbo, appena la buon’anima di mio padre aprì la porta, mi misi dietro di lui. Guardarono, girarono e dissero: “Ma qui non c’è nessuno!” Toccarono il letto.“Ma il letto è caldo!”, disse un poliziotto. “Non c’è nessuno”, dissero ed uscirono tutti fuori. Ed io, dietro mio padre, ero diventato proprio piccolino. Poi sentii una voce da sopra: “Non’, ca stè jndr’! Stè jndr’, stè jndr’!” E così aprirono di nuovo la casa. Appena sentii questo, io sprangai la porta, ma “ce jera chiud’ ormai!” Riuscirono ad aprire la porta, gridando. Dissi: “E cce jè! Stè u bandit’ Giulian’, dò? Non v’ preoccupat’. Non succed’niend’!” E così, mi presero e mi portarono attraverso “u Uaddon'”. Allora la caserma era sopra la Camera del Lavoro e mi portarono là, quando vidi che c’era il signor maresciallo Lorusso, il quale disse: “Portatelo giù, portatelo giù.”

Quando andammo laggiù, c’era anche mio padre, nel camion, perché presero anche lui e Donato “Pupell'”. Poi fecero una selezione fra i nominativi scritti e così ci misero nel camion. Gli altri andarono via e noi partimmo. I camion non volevano nemmeno partire! Forse erano freddi. Ne misero un altro davanti e così lo tirarono e partimmo. Quando arrivammo sotto Monte Vetere, arrivarono pietrate sul telone. “Dai, dai!”disse il brigadiere e così scendemmo alla stazione. Sbagliarono strada! Invece di portarci a Matera, presero la strada per Miglionico. Arrivano al casello 90. Invece di dirigersi verso Matera, vanno verso la “Dogana”e arrivammo a “Salinari”. Appena giunti, se ne accorsero: “Ma questa non è la strada che abbiamo già fatto!” E girarono. Se non fosse stato per Mariannina, saremmo arrivati nuovamente a Monte! Mentre venivamo, nel camion, diceva: “E’ questa la strada, è questa!” Io, invece, insistevo: “No! Di qui dobbiamo andare!” Per andare su a Monte, no? E invece lei insistette: “Non è questa. E’ quest’altra.” E avremmo trovato l’affollamento delle persone e sarebbe successo il finimondo, allora, a Monte! Perché, dopo il nostro arresto, mia madre, mia sorella, mio cognato incominciarono a fare rumore nel paese, gridando: “Li hanno arrestati!” Allora, a seguito del nostro arresto, avvenne questo fatto a Montescaglioso. Noi non sapevamo nulla di ciò che era successo.

 Marianna Menzano:

Allora, che cosa successe? I compagni credevano che noi eravamo nella caserma di Montescaglioso. Sono insorti, la mattina. Sono andati vicino alla caserma, gridando:“Vogliamo fuori i compagni! Vogliamo fuori i compagni!” In quel tafferuglio sembra ci fosse un poliziotto che faceva il portaordini. Andava avanti e indietro. Hanno cercato di disarmarlo. Allora, quello ha sparato ed è stato colpito il marito della Novello.

Pietro Rossetti:

Avevano preso dieci persone denunciate! Nemmeno avessimo ammazzato chissà chi! Al giorno d’oggi, a quelli che uccidono, non succede questo. Fummo portati in Corte d’Assise. Si fece la causa e fui condannato a due anni e sette mesi di carcere, io e gli altri, pure. Durante il processo, da una causa ne fecero cinque. Tarantino fece la denuncia, perché avevamo occupato le terre, le avevamo arate ed era quella la più grande disgrazia!“Cudd’ ca zapp’ jiav’ l’ mazzat’ da sus’!” Avevamo arato la terra e non dovevamo farlo! Don Guglielmo Strada fece lo stesso e anche i Quinto. Questi tre ci denunciarono. Durante la causa, fummo accusati di avere usato la violenza contro la forza pubblica e di aver scassato il Comune. Io, allora, non facevo parte dell’Ufficio di Collocamento e mi ricordo con precisione che quella sera venne Tampone a Monte e mi disse:“Rossetti, vuoi venire al cinema?” Andammo al cinema e mi pagò il biglietto. Mi trovai implicato proprio per spaventarmi ed io fui “pasciaron’, pasciaron'”. Non ho visto niente altro, voglio vedere com’è il carcere! Ma la vita mia, la faccia mia è pulita, sempre pulita. Perché, se volevo scappare, come scappò Cicorella, potevo anche farlo.

(da Lotte contadine in Basilicata – I magazzini della memoria. Video prodotto dalla Cooperativa CIAK)

 


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