Quando l’amore brucia, seconda parte

Le carte processuali delineano a questo punto un’altra scenetta di vita paesana. La moglie di Vincenzo D., appena saputa la cosa dalla nipote, organizza in casa di un’amica un incontro fra le donne informate del fatto per indurle ad andare a testimoniare. Una di queste confermerà l’indiscrezione, ma chi l’aveva fatta, la zia di Saverio, durante il confronto negherà tutto e “levatasi infuriata ed in atto di graffiare la R., sfidò costei a dire se avesse mai appreso nulla dalla sua bocca. E quest’ultima le sostenne in faccia di aver appreso quanto segue, che cioè alcuni mietitori forestieri avevano confidato a un tal Saverio come Francesco C. ne avrebbe patito per l’incendio della masseria di Vincenzo D., avendo lo stesso dichiarato ad essi mietitori che […] egli avrebbe incendiato la masseria”. La stessa R. dirà però di non voler andare a testimoniare perché le “rincresceva di farsi un viaggio a piedi a piedi con la bimba che possiede sul petto”. Non c’era problema, le viene detto, sarebbe stata fornita “di una vettura ed aiutata per la bimba”. A questa offerta si attaccherà il C. padre per denunziare la moglie di Vincenzo D. sostenendo che alla R. ” fecero promessa di pagarla bene e di condurla a cavallo a proprie spese in Matera allorché si sarebbe trattata la causa, se avesse deposto quanto esse volevano.”

 “Sarebbe stato facile subornare la R. – obietterà Vincenzo D. – perché povera e corrotta nei costumi, ma Francesco C., se reo, dev’essere punito per giustizia e non già con il mezzo di falsi testimoni. Tengo però a dichiarare che suo padre Angelo deve aver fatto appunto quello che a mia moglie attribuisce, subornando cioè la stessa R.”

Difatti questa, una trentaduenne ragazza madre, in un primo momento negherà tutto, ma chiamata nuovamente a testimoniare ammetterà di “essere stata mendace per paura; giacché all’ingresso di questa Pretura trovai i germani di Francesco C. […] nonché suo cognato […], i quali mi chiesero se fossi testimone e quale la mia deposizione: ingenuamente gliela dissi e costoro mi insinuarono a negar tutto, sotto la minaccia che la loro famiglia era formata da sette diavoli e quindi me ne sarebbe venuto male. É facile comprendere come io sotto l’incubo della paura dovessi qui mentire; ma ora, persuasa che vi è giustizia anche per i deboli, farò la mia deposizione di coscienza”.

Allo stesso modo ammetterà tutto anche la G., colei che aveva propalato la confidenza del nipote, dicendo: “Negai tal fatto alla vostra giustizia nella mia precedente deposizione, ed anche alla moglie di Vincenzo D. allorché me ne richiese credendo di compromettere mia sorella e mio nipote. Ora però, subordinando tutto alle esigenze della mia coscienza, dico il vero, cioè quello stesso che per l’undici volgente dissi alla R., alla P. e ad altre donne.

Ho preinteso che la ripetuta mia sorella nega di avere a me confidato quanto di sopra e credo che il negherà sempre trattandosi del cognato di suo figlio: perciò un confronto fra noi sarebbe un fuor d’opera, e ad ogni modo io sono sempre disposta a sostenere il già detto in faccia a lei.”

Mentre, superati i timori che i C., cercano di incutere sui testimoni, la comunità si schiera sempre più a fianco del danneggiato, il sospetto incendiario, accompagnato da un altro dei “sette diavoli” che la famiglia vanta, trova il modo di peggiorare la sua posizione. Rosa M., gentildonna, maritata, possidente e ficcanaso, una sera mentre torna a casa con la servetta vede due individui armati di poderose mazze e sente uno dire all’altro che quella sera dovevano “far sangue”. “La curiosità mi vinse – confessa la signora – e seguii i loro passi. Vidi quindi che andavano ad appostarsi dietro un muro di fronte e distante sette-otto passi dalla casa di Vincenzo D.. Quindi mi appressai a loro e gli diedi la buona sera alla quale risposero con voce matta: li provocai a parlare mostrando di averli presi per mietitori forestieri, che sogliono gittarsi per terra, ma essi non mi risposero più sillaba: conobbi però che uno di essi era Francesco C.; non distinsi l’altro avendo avuto egli l’accortezza di coprirsi il volto con la giacca. Li lasciai in pace ritirandomi alla mia casa; ma ebbi l’ostinatezza di vedere che cosa facessero lì quei due e ritornai di nuovo dove li avevo lasciati: e questa volta li trovai con le mazze levate in alto, e di tratto in tratto or l’uno or l’altro appressavasi alla porta di Vincenzo D., come per spiare chi vi fosse dentro. Dopo poco li lasciai definitivamente”.

Poco male, perché subito dopo sopravverrà un altro osservatore, Giuseppe A., fabbro. Verso le dieci di sera del 9 giugno, racconta, trovò davanti all’uscio di casa il genero di Vincenzo D.. Un amicone, tanto da esserne invitato ad “andare seco poco lungi per un bisogno corporale” e poichè, come giustamente si dice, è nel bisogno che si vedono gli amici, accetta. Nel recarsi al luogo deputato vede Vito Rocco C., un fratello di Francesco, armato di un poderoso bastone. Gli parve “in contegno sospetto perché ripiegato sulle proprie gambe se ne stava appiattato presso un muro, e quasi voleva farsi più piccolo che fosse stato possibile per rendersi invisibile. Un istante dopo di aver scorto la nostra presenza, il Vito Rocco si dileguò da quel punto”. L’amico gli disse allora che il tipo era lì in agguato proprio per lui e che fino a poco prima c’era anche il fratello che, ritenendolo responsabile della rottura del fidanzamento con la cognata, voleva vendicarsi.

Sulla base di questa segnalazione, il mancato sposo sarà arrestato una prima volta e poi rilasciato, ma nuovamente fermato e condannato alla fine di luglio. Non sappiamo a quale pena, né se poi ebbe a trovare “altra compagna” per fare semenza. In ogni caso niente di irreparabile, in paese non mancavano altri balordi per farne anche al suo posto.  


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