Festa della Repubblica

Con il referendum del 2 giugno 1946 gli italiani furono chiamati a decidere se conservare o abrogare la monarchia.
Il risultato della consultazione dimostrò, ebbe a scrivere il giurista Piero Calamandrei, che nel nostro paese era avvenuto «un miracolo della ragione».
L’esito si presentava infatti incerto a causa di una serie di elementi quali: l’atteggiamento della DC che fu monarchica nel Sud e repubblicana nel Centro-Nord; l’orientamento filomonarchico della Chiesa, della burocrazia e del ceto politico prefascista; la partecipazione al voto -per la prima volta dopo le amministrative del marzo dello stesso anno- delle donne sulle quali più forte era l’influenza del clero; la radicalizzazione dello scontro suggerito dallo slogan “Repubblica o caos” lanciato dal leader socialista Pietro Nenni.

La campagna elettorale fu assai vivace, la partecipazione al voto altissima: l’89,1 per cento dei 28.005.449 aventi diritto, per un totale di 24.946.878 votanti. Votò a favore della repubblica il 54,3 per cento dell’elettorato, per la monarchia il 45,7 per cento.
La vittoria del fronte repubblicano fu di stretta misura (ufficialmente di due milioni di voti, ancora meno secondo calcoli recenti), ma inequivocabile rispetto al progetto di uscita dal “vecchio mondo” che la parte più socialmente e geograficamente avanzata del paese intendeva realizzare.
Un progetto tutto da realizzare. Ne era pienamente consapevole Alcide De Gasperi che alla vigilia del voto dirà: «La Repubblica libera e popolare non nasce da uno statuto; nasce e matura nella coscienza di ciascuno».
All’indomani della proclamazione dei risultati si parlò di brogli. Ve ne furono da una parte e dall’altra -tanti, ad esempio, nella Napoli di Achille Lauro dove la monarchia stravinse- ma qualche mese dopo la questione non interessò seriamente più nessuno e le faccende dei Savoia diventarono più che altro soggetto da rotocalchi scandalistici. Questo perchè fra il 1938 e il 1943 –con il silenzio sulle leggi razziali, la passiva accettazione del coinvolgimento del paese in guerra e, a guerra persa, la vergognosa fuga a Brindisi del re- la dinastia regnante aveva bruciato il capitale di credibilità guadagnato nel corso delle guerre risorgimentali.
In realtà, ha scritto Claudio Pavone in “Una guerra civile”, i Savoia nel corso delle guerre cui avevano partecipato erano rimasti fedeli all’alleato iniziale solo quando s’erano trovati a tradire due volte. Nessuna meraviglia quindi che il 25 luglio 1943, Vittorio Emanuele III, il piccolo re che nell’ottobre del 1922 aveva nominato capo del governo Mussolini senza stimarlo né esserne stimato lo tradisse disponendone l’arresto.

La Lucania e gli Abruzzi furono le regioni meridionali più repubblicane.
La nostra regione contribuì con il 40,6% dei voti all’abrogazione della monarchia. Anche in questo caso si evidenziò una sensibile differenza fra la provincia di Matera (42,5%) e quella di Potenza (39,5%).
A Montescaglioso, Irsina, Bernalda, Ferrandina, Pisticci e Tricarico, le prime comunità a scuotersi dal torpore e dall’asservimento imposto ai ceti popolari dal fascismo, fu repubblicana la maggioranza assoluta della popolazione.


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