mercoledì 13 dicembre 2017

Le Cave di Tufo

 

Le “Cave di tufo”, il segno del lontano adattamento dell’uomo nel territorio della Murgia materana sono l’esempio di una alterazione positiva che ha creato oggi luoghi di alta valenza paesaggistica. Le case, le chiese, i palazzi ottocenteschi, l’Abbazia di Montescaglioso, i Sassi di Matera, sono il simbolo di un lavoro manuale che ha estratto nei secoli dalla Murgia conci di calcarenite detti “tufi”.

La calcarenite è un sedimento carbonatico, tenero, di colore bianco giallastro, a volte grigio, con granulometria e grado di cementazione variabili da luogo a luogo, facilmente lavorabile, tanto che fu agevole, fin da epoche preistoriche, cavarla manualmente dalle grotte naturali per adattarle meglio alle esigenze umane.

Successivamente, al fine di ampliare gli spazi abitativi e renderli più confortevoli, si cominciò ad estrarre blocchi di roccia utilizzabili per la costruzione.  Dapprima furono le stesse grotte occupate a fornire il materiale per completare e tamponare l’entrata dell’abitazione, successivamente, in concomitanza con l’espansione sul piano della città di Matera e la costruzione dei grandi edifici ecclesiastici, i cavamonti individuarono alcune aree esterne alle cinte urbane che potessero fornire un “tufo” con carattreristiche più idonee all’uso ed in quantità sufficiente. Nelle cave di Contrada La Vaglia sono evidenti i segni dell’estrazione dei conci a colpi di piccone, tecnica usata fino al dopoguerra dai cosiddetti cavamonti.

I blocchi venivano trasportati a dorso di mulo o per mezzo di traini qualora il carico fosse maggiore. Nelle pause di lavoro, le grotte adiacenti alla cava, alimentavano il senso artistico e creativo degli operai che con scalpelli e mazzole decoravano le pareti di questi luoghi di ritrovo o ricavavano, sui blocchi di tufo meno tenero, ornamenti in bassorilievo: frontoni, fregi o i caratteristici rosoni che collocati davanti alle porte d’ingresso delle abitazioni servivano da attracco per le bestie da soma. Oggi, ciò che resta, sono ampi spazi e grandi “sculture”, che sembrano volere raccontare e testimoniare il duro lavoro dei cavamonti e i segni, geometrie irreali, lasciati sulle chiare pareti verticali. 

Negli anni cinquanta si passò all’estrazione meccanizzata, tecnica che si avvalse dell’utilizzo di seghe a motore scorrevoli su binari che determinavano tagli perfettamente paralleli. Sia in agro di Montescaglioso che di Matera alcune sono ancora oggi in attività. Ne sono esempio le cave ubicate in contrada Pedale della Palomba e PAPAPIETRO VITTORIO Contrada Tocolante di Murgiaca ratterizzate da un sistema di avanzamento a terrazzi degradanti a valle. Il “percorso” delle cave riserva così ai visitatori paesaggi, colori e atmosfere unici in cui, l’evidente binomio uomo-natura, diventa testimonianza dell’uso misurato del territorio e delle sue risorse.

Voglio ringraziare la Famiglia Papapietro per la gentile accoglienza e stima nei miei confronti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Dedico questo articolo alla mia famiglia che un tempo erano tufaruli .


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