Paesaggi Danzanti, la prima videoproiezione di “Mi fa..Jazz!”

Se c’è una parola che può fungere da trait d’union tra quanto e quanti hanno partecipato a questa prima produzione “Mi fa…Jazz!”, quella parola è passione. Forse sarà retorico, dato l’uso frequente di questo termine, che ormai ne ha logorato la carica vitale di cui è portatore.
Passione unita a grande forza di volontà e spirito di sacrificio è ciò che ha animato quanti hanno fortemente voluto Jazzing e lavorato per ottenerla.

Una passione è l’arte della fotografia, per Pietro L’Annunziata che da anni continua a coltivare con un grado sempre crescente di specializzazione.

La passione per l’arte coreutica e per la musica è ciò che vive in chi da loro si è lasciato conquistare totalmente, tanto da divenire una vera professione, con tutte le soddisfazioni e soprattutto le difficoltà che il mestiere di artista comporta, come nel caso del Direttore Artistico del Centro Danza, Mary D’Alessio, o di quello di Jazzing, Dino Plasmati.

“Paesaggi Danzanti”, si intitola così la prima video-mostra di Pietro L’Annunziata. Come è intuibile tema centrale dell’opera sono dei paesaggi, esattamente tre differenti luoghi tutti siti nelle immediate vicinanze della città di Matera: un mattonificio abbandonato, una campo agricolo e la suggestiva Murgia. Questi luoghi, però, a differenza dei consueti ritratti paesaggistici non sono statico, bensì animati da figure danzanti il cui moto immortalato in una istantanea digitale, viene restituito per mezzo del montaggio filmico.
Le ballerine ritratte fungono, pertanto, da fil rouge che collega le tre ambientazioni, accompagnando lo spettatore in un viaggio che sembra ripercorrere da un lato una evoluzione lineare dell’arte tersicorea, dall’altro sembra compiere una involuzione nella vita dell’uomo. Il percorso ad immagini si snoda così per un verso partendo dall’idea di balletto classico di concezione ottocentesca, per giungere ad una più moderna e contemporanea di danza. Per un altro verso, invece, opera un cammino a ritroso,il quale, partendo dai nuovi paesaggi che circondano gli uomini- costruzioni di cemento e mattoni delle più disparate fattezze che calpestano gli spazi verdi- arriva a ricongiungersi con la natura primigenia.
Punto di partenza non a caso è una fabbrica abbandonata, eletta, per l’appunto, luogo maggiormente evocativo dei paesaggi tipici della vita moderna.
Da questo luogo buio, dimesso e impervio si passa ad un ambiente più rurale, meno inquieto, per ritrovarsi, infine, immersi in un paesaggio primitivo, nella natura selvaggia non ancora minacciata dai “mostri del progresso”.

Si potrebbe evincere da quanto qui prospettato, che il decadimento dei paesaggi naturali e della società intera, sia cronico e senza speranza. Al contrario, proprio in questo punto viene fuori uno dei messaggi forti insito in questa opera prima: il progressivo depauperamento delle bellezze naturali, l’incombere delle costruzioni artificiali e la loro veloce deperibilità dovuta ai ritmi sostenuti del nostro tempo, la svalutazione dell’Arte e della Cultura, possono essere arginati, solo se non ci si lascia travolgere dai meccanismi alienanti di produzione-consumo tipici della società attuale.
L’Arte è invece improduttiva, nel senso che non genera alcun bene di scambio materiale. Le sfere da essa interessate sono altre, forse quelle più intime e vere di ciascuno di noi. Con un gioco di parole penso all’Arte come “Improduttività Produttiva”, perché in fondo se da un lato non crea un bene materiale, dall’altro è capace di arricchire gli animi con emozioni, sensazioni, valori intangibili, ma reali, presenti e importanti.
È come un incantesimo.
La danza, in particolare, vive questo incantesimo. L’arte coreutica si distingue da altre attività motorie, proprio per questa sua magia intrinseca. Il duro lavoro alla sbarra, strumento quotidiano di ogni ballerino, la fatica di dover misurarsi costantemente con i propri limiti, non solo fisici, ma anche psicologici, l’impegno e l’energia per raggiungere la meta prefissata, tutto per incanto sembra svanire al momento di una performance, come se le note portassero via tutto. In realtà, i veri ballerini, quelli che rapiscono chi guarda e lo liberano solo a sipario chiuso, hanno un segreto: è quello di dissimulare la fatica per donare il frutto dei propri sforzi, affinché la passione profusa in ogni passo riesca a rendersi visibile, senza pretendere nulla in cambio, sennonché l’emozione percepita venga fatta propria dallo spettatore, appagandolo.

Martha Graham, ballerina che ha dato i natali alla Modern Dance scrive:
“La danza è una composizione animata nello spazio. La danza è movimento reso significativo; la tecnica viene usata per esprimere un contenuto spirituale in forma intelligibile.”*

Negli scatti realizzati da Pietro L’Annunziata, la delicatezza del tulle e la grazia dei gesti tersicorèi unitamente alla maestria dietro l’obbiettivo fotografico riesce a restituire un’aura di bellezza persino ad uno spazio scarno, abbandonato e in totale antitesi con quelle figure che, quasi come statue, in esso vi si installano.
Ciò testimonia come sia possibile perseguire le Arti,anche in un contesto ostile. Anzi, diventa un compito fondamentale per chi all’arte è sensibile e ne fa la propria linfa vitale.
La musica che accompagna soprattutto le ultime fotografie, cerca proprio di ristabilire un contatto con quella linfa vitale pulsante, con quella energia inspiegabile che l’uomo capace di amare l’Arte sente provenire da lontano,da un passato ancestrale a testimonianza del fatto che l’uomo non è un semplice animale che sa camminare su due gambe. È qualcosa di più e sopravvivere non gli basta. Non può vivere una vita ciclica, preordinata. L’uomo dovrà sempre essere alla ricerca di qualcos’altro, quello che Montale chiama “l’anello che non tiene” che ci faccia perlomeno intravedere la verità su quel organismo complesso chiamato uomo.
Sara Sarcuni

* tratto da :
Martha Graham: The Early Years, di M. Armitage (a cura di), New York, Dance Horizons, 1966.


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