Info sul giorno dei santi .

Il Cuore in Gola chiede informazioni :
Buon giorno a tutti. Vorrei chiedervi se avete delle foto riguardanti in generale le ricorrenze di Ognissanti o della Commemorazione dei defunti (magari cimitero vecchio?).
Inoltre mi piacerebbe sapere se anticamente a Matera c’erano delle tradizioni riguardanti i giorni 1 e 2 novembre, se si mangiava e cucinava qualcosa in particolare. Io ho sentito dire che non si cucinava nulla in particolare ma si cucinava in più, la sera del 1 novembre, apparecchiando la tavola anche per i parenti scomparsi e si lasciavano in tavola i piatti coperti, la notte, in maniera che i defunti che tornavano a visitare la casa potessero saziarsi e dissetarsi.
Inoltre ho sentito racconti di una “processione dei morti” in cui nella stessa notte passavano per le strade i defunti, con una candela nella mano destra,
e a volte si poteva sentire i loro passi e lo scalpiccio degli zoccoli dei loro cavalli, e persino il rumore delle catene che trascinavano alcuni per penitenza, molti erano letteralmente terrorizzati da questo potenziale incontro!
Altre ricerche che sto facendo sono sui “mostri” della nostra tradizione. A Matera io ricordo solo il monacello ed il lupo mannaro, ed ho raccolto racconti nei paesi (Bernalda e Montescaglioso veramente veramente inquietanti!), chi si ricorda dei racconti di mostri e fantasmi vari potrebbe contattarmi?
Tutto questo materiale verrà pubblicato in un articolo sul mio foodblog www.ilcuoreingola.it ovviamente con i ringraziamenti ed i credit per chiunque voglia partecipare alla mia ricerca.

P.S. Per i montesi ho una richiesta speciale: qualcuno ha mai sentito parlare (o è stato minacciato dai genitori!!!) che se rimaneva fuori a giocare il pomeriggio presto sarebbero passate le “ciralle” e se lo portavano? E qualcuno di sera è stato invitato a tornare dentro casa altrimenti passava “il cavaliere della notte?”

Grazie a tutti!


Commenti da Facebook

4 Commenti

  1. tm

    “Uno dei ricordi dell’autunno che non ho mai perso è legato al
    giorno dei morti. Mia nonna ci raccomandava ogni anno, la
    sera del primo novembre, di andare a letto presto, in quanto la
    notte tra il primo e il due era la notte dell’anima dei morti. Ci
    raccontava della volta in cui lei era stata testimone della lunga
    processione di anime piccolissime, con il volto di uomini e la schiena svuotata, che, con i ceri in mano e recitando il rosario, si dirigevano dal cimitero verso la chiesa di San Rocco e viceversa.
    A noi comuni mortali era negato potervi assistere, pena il divenire all’istante anche noi delle anime dei morti; mi sono sempre chiesto come mai a lei non fosse successo, visto che era stata testimone di questo insolito fenomeno. Sta di fatto che una volta con degli amici decidemmo di sfidare la sorte e ci recammo nei pressi del cimitero per assistere a quella insolita processione.  Fummo presi da un grandissimo spavento, nonché stupore, nello scoprire che nei campi dove erano tumulati i defunti dal terreno si alzavano di tanto in tanto delle sottili lingue di fuoco. Pensammo si trattasse di anime dei morti e solo molto più avanti negli anni scoprii invece trattarsi di un fenomeno naturale, dovuto ad esalazioni di gas, comunemente noto come fenomeno dei fuochi fatui.”

  2. tm

    Il timore degli spiriti, cosi come quello della cattiva magia, era molto forte negli animi dei “montesi”,  occorreva parlarne sempre con il massimo rispetto; non erano pochi i casi in cui ci si imbatteva in situazioni nelle quali si pensasse a qualche possessione spiritistica, per gli animali, per gli uomini o anche per le abitazioni, le quali venivano sottoposte a vere pratiche di esorcismo. La medicina non dava ancora sufficienti risposte a malattie come l’isterismo, la schizofrenia, alla più comune ipocondria o alla depressione, in quei casi si cercavano risposte nell’immaginario e nella superstizione, tacciando di possessione o di essere stati morsi dalla tarantola coloro che ne erano colpiti. Un discorso a parte andava fatto per la licantropia e i lupi mannari che tanto preoccupavano gli uomini e le donne lucane. Su di essi se ne diceva di tutti i colori; che erano interamente ricoperti di peli,  avevano unghie affilate e lunghissime e uscivano tutti i martedì e i venerdì; che uccidevano tutti coloro incontrati sul loro cammino, barcollavano e ululavano come dei lupi.  I soli rimedi per scampare alla loro ferocia erano quelli di rifugiarsi su delle scalinate, dal momento che si era convinti che non sarebbero riusciti a salire più di tre gradini;  pungerli con un spillo e far uscire qualche goccia di sangue al fine di riportarli a sembianze e condizioni normali , o più semplicemente, alla loro vista, invocare ad alta voce il nome di San Giovanni in modo tale da stringere un patto di “comparizia” con il malcapitato. Nell’uso comune “montese” l’altro modo per affermare che con delle persone ci fosse un legame di “comparizia” era quello di sostenere che ci fosse il “San Giovanni”. La verità comunque era che i poveri malcapitati, sofferenti di licantropia non avevano mai fatto del male a nessuno, al contrario si rifugiavano in se stessi, nascondendosi, per la vergogna, fin’anche alle loro famiglie e  dalle quali tornavano solo dopo che fossero passati gli effetti della crisi.”

    da “il profumo delle ginestre”

    1. Wiseman

      durante gli afosi pomeriggi estivi, tra le 2 e le 4, noi bambini eravamo terrorizzati da questi figuri, di cui nessuno ha mai descritto l’aspetto fisico. A quei tempi ( fine ’50 primi ’60) non c’erano molte auto e moto a disturbare la pennichella, per cui era d’obbligo far silenzio in quelle ore.

      Spesso e volentieri, succedeva che tutto quel silenzio veniva interrotto dal sordo rumore di un motocarro e da una voce strillante: Gelati, gelati,crema e cioccolata, pinguini e moretti, aranciata e gassose!(un pò antesignano di BattistiFico il mitico Mest’Antonio!)naturalmente siccome non circolava molto contante, si barattava :     grano, fave o ceci o fagioli contro gelati e bibite.

      Tutto questo, ai nostri occhi di bambini, faceva apparire mest’Antonio come un eroe che nonostante i ciralli,  girava liberamente.

      Poi c’era l’altra leggenda: U’ quavaddon’ da’ nott’…., contrariamente a l’ cirall’ ( di cui non ne ho mai capito il sesso), in questo caso pare si trattasse un gigantesco cavallo che di notte, a seconda della convenienza di chi lo citava, stazionava ora in zona Portella ora al Vallone. C’è da dire che la presenza di questa figura inquietante era avvertita dalle massaie che, nottetempo, impastavano il pane e, probabilmente erano suggestionate dal rumore degli zoccoli degli animali che accompagnavano i contadini in campagna.

       

  3. pierod.58

    Caro amico de “ilcuoreingola.it” (a proposito ho visitato il tuo sito e ti faccio i miei complimenti per i succosi contenuti). Tu hai citato due figure legate a credenze popolari molto diffuse un tempo anche a Montescaglioso, quella del lupo mannaro, o “luponario” come veniva più diffusamente chiamato, e quella del “Cavallo della notte”. Entrambe le figure io le ho riportato rispettivamente nei miei due romanzi “I tuoni di Monte Cupo” e “Magnificat” dedicando a entrambi un intero capitolo. Nel primo romanzo racconto un episodio, riferito al cosiddetto Luponario, realmente accaduto e che in parte spiega come nascono la maggior parte delle leggende più diffuse tra il popolo credulone. Nel secondo libro invece racconto del Cavallo della notte per il quale posso riferire che tale credenza deriva dalla voce messa in giro dai signorotti o galantuomini che nottetempo si recavano a far visite clandestine a signore compiacenti e che, per scoraggiare eventuali curiosi allertati dal rumore degli zoccoli dei loro cavalli, li spaventavano con la favola del diabolico animale con gli occhi infuocati e l’alito solforoso. Ovviamente non posso svelare come si concludono i capitoli citati dei miei libri ma entrambi contengono le possibili spiegazioni  alla nascita delle più diffuse credenze popolari senza voler trattare di problematiche antropologiche.  Ovviamente a chi volesse saperne di più, sui due romanzi, appuntamento in libreria e buona lettura. (Vogliate scusarmi per l’ignobile autopromozione) Piero Didio.

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