mercoledì 28 Ottobre 2020

Una saluto per Rocco.

Dalle pagine di Montenet un saluto a Rocco Dichio da parte di quanti lo hanno conosciuto e con lui hanno condiviso tante esperienze. Scrigno prezioso, estroverso e creativo, di memorie e saperi del nostro paese. Presente con entusiasmo e competenza in tutte le principali manifestazioni culturali di Montescaglioso. Senior del Cucibocca e del Carnevalone, abate nella Cavalcata del Borbone, cantore estroverso di cupa cupa e nenie ma anche e soprattutto quello che a lui più piaceva, rimatore di versi dedicati alle tematiche più disparate. Una grande capacità di spaziare dalle memorie più ancestrali alle innovazioni del contemporaneo. Una naturale capacità, negli anni 2000-2005, di inserirsi nei laboratori internazionali di arte contemporanea tenuti in abbazia: una babele linguistica e creativa nella quale diventava sempre un punto di riferimento per giovani ed artisti. Memorabili alcuni interventi: collaborazioni con il regista Antonello Faretta, interviste e video sul Cucibocca risolutive su alcune simbologie, la partecipazione allo spettacolo Fupete (2012).

Siamo vicini alla famiglia in questo momento.

Gli amici di CooperAttiva / CEA



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4 Commenti

  1. CEA

    Se n’è andato Rocco Dichio, contadino poeta di Montescaglioso, Matera.
    L’ho conosciuto una prima volta a giugno, ne sono rimasto folgorato, e a luglio sono tornato a intervistarlo. Ho passato ore e ore con lui. Chiacchierone, sopra le righe, vanitoso. Sensibile, divertente, romantico. 
    L’ho risentito varie volte. Diceva che il mio testo, che gli avevo mandato in anteprima, lo aveva commosso.
    Era convinto che il nostro incontro non fosse un caso: sapeva di avere poco tempo e io avrei potuto trasmettere un po’ del suo pensiero. Mi diceva contento: “Tu sei un messaggero mandato dall’alto, sei un angelo”.
    Sempre esagerato, un grande.
    Grazie.

    “Rocco pietre e poesie”

    Le mani di Rocco Dichio hanno accarezzato e strigliato cavalli per una vita. Hanno caricato pesi e colto frutti senza spezzarne i rami. Hanno preso in braccio tre figli, zappato la terra, seminato piante, sudato, faticato. Via via sempre più grosse, ferite e sporche. Non si sono accontentate del loro destino, della terra e della polvere. Da tanto tempo Rocco, che di anni ne ha sessantasette, cammina scrutando il suolo e siede guardando il cielo, coltivando con ostinazione due passioni: con le mani colleziona pietre, con le mani scrive poesie.

    Si improvvisa guida, con la sua vecchia Lancia Delta del 1980. Si passa per una bella chiesa abbandonata in piena campagna, per campi una volta floridi ora malridotti. Qui in Valle Cupa, a pochi chilometri da Montescaglioso, le spese, la concorrenza dei mercati aperti e le tasse hanno stravolto tutto. Molti contadini hanno venduto e abbandonato. I loro figli raramente hanno voluto legarsi alla terra e ai guadagni incerti, sensibili alla grandine e alla siccità. Rocco è testimone di un universo culturale che si sta perdendo. Incarna un mondo legato alla terra e, allo stesso tempo, la ribellione ai suoi stretti confini, attraverso le pietre e la poesia. «Vedi che bravo che è stato? L’uomo, l’artista, Picassò» ha lasciato un segno, una scultura, una mappa sulle pietre della Valle Cupa. Rocco ne è convinto.

    In mezzo a ruderi di chiese antiche, terreni aridi e coltivazioni semi abbandonate, raccoglie una pietra dopo l’altra, la offre e chiede con il suo vocione sorridente e il suo accento marcato: «Che ci vedi?». All’inizio, nulla, poi il bambino che sei stato si concentra. E dalle venature spuntano cavalli, cigni, piante di chiese, coppie abbracciate. «Se trovo un amico che mi dà un po’ ragione sono felice, veramente!», dice. Non accade molto spesso. Con le poesie ha avuto più soddisfazioni: «In giro rubavo baci alle signore, quant’è forte un pensiero!». 
    A cinquantotto anni, il preside lo invita a prendere la terza media. La sera, salutati i cavalli e lasciata la terra, torna in classe: «Meglio di stare in piazza a fare il pinguino!». Aumenta la sua passione per la poesia: scrive, con grammatica, punteggiatura e grafia bizzarre, di terra, di cavalli, d’amore. Riesce a fare arrivare la sua Il giardino dell’amore («Ma chi siamo/ che nel giardino dell’amore/noi seminiamo amore? Ma dove andiamo? Verso la luce che ci chiama/ Noi siamo pezzi di diamante/ Che nella notte/ Siamo amanti illuminati./ Ma quanta luce c’è nell’aria?») addirittura fra le mani della regista e attrice americana Sofia Coppola, figlia di Francis Ford, in occasione del suo matrimonio nella vicina cittadina di Bernalda. Nella dedica, per l’emozione, Rocco data 20011 invece di 2011. Sofia avrebbe detto: «È genuino, ma si vede che è un contadino».

    Questo contadino-poeta passa le sue giornate in tre luoghi segnati dalla sua presenza. Il primo è il cortile della casa in città, dove ordina pietre, utensili di ferro e altri oggetti, in un allestimento che muta per soddisfare i suoi bisogni estetici. Il secondo è il deposito adiacente, dove si affastellano e si ingarbugliano casse piene di sassi, fogli pieni di versi e correzioni, disegni, strumenti di lavoro, fotografie, tracce di una fantasia smisurata. Infine la casa nei campi, quelli che da qualche anno ha dovuto cedere, per sfuggire a una tassazione inclemente, al figlio Vito, a sua volta pittore, video maker, artista, agricoltore.

    Arrivati alla Villa dei Melograni, inizia a suonare la cupa-cupa, antico strumento ricavato da un recipiente coperto da una stoffa, perforata da una canna. Questa, mossa su e giù, fa vibrare la stoffa stessa in un suono sordo. Prima in camicia, poi in canottiera, poi a torso nudo, Rocco canta tre canzoni, sull’amore e sul corteggiamento. Gli unici altri suoni, per la mezz’ora successiva, sono sparute macchine di passaggio, cicale e uccelli: «Voglio essere ricordato, voglio donare tutto. Anche gli organi, perché non voglio morire!», urla ispirato, «voglio vivere ancora in un altro: anche se lui, o lei, fa l’amore, io voglio sentire le sensazioni». 
    È mezzogiorno, fa troppo caldo, è ora di tornare in paese. Mentre guida, Rocco è un fiume in piena: «Se riusciamo a fare un libro dei miei pensieri da contadino, l’introduzione dev’essere così: “Se il mondo è uno spettacolo io voglio fare la mia parte”. Un laureato non può scrivere quello che scrivo io, perché non ha avuto la scuola degli analfabeti, dei vecchi che fissavano gli astri. A me sai quale parola piace tantissimo? “Danzare”. Ma quant’è bella quella parola?».

    Articolo completo con le foto: https://www.facebook.com/OvunqueVada/posts/898404160170813

    1. Ivan Draven

      Rocco.

      Contadino. Poeta. Sognatore. Sensibile. Uno degi ultimi.

      L’ho incontrato la prima volta filmando le scene di “Scent of Home: Montescaglioso”. Le riprese divennero un contorno. Scoprire il mondo di Rocco è stato come tornar bambino: ascoltare le poesie, parlar del cielo, immaginare la storia di una Terra, scritta dentro le mille pietre che collezionava.

      “Ci sono cose che non andrebbero mai perse” diceva, pensando a quei valori che in pochi sentono ancora vivi.

      Quello che non sapeva è che tra quelle cose da non perdere, c’erano le sue mani, scure e segnate. Ed i suoi occhi accesi, in un mondo sempre più spento. E la sua fantasia: un Bambino con la storia di un Saggio.

      “Se il mondo è uno spettacolo, io voglio fare la mia parte. Un laureato non può scrivere quello che scrivo io, perché non ha avuto la scuola degli analfabeti, dei vecchi che fissavano gli astri. A me sai quale parola piace tantissimo? ‘Danzare’. Ma quant’è bella quella parola?”

      Una sola parte ti era stata destinata. Quella del Protagonista.

      E l’hai recitata nel miglior modo possibile.

      “N vdìm Roccù”

      https://www.youtube.com/watch?v=Dnic680nzmc&list=UUBi7TS3rNBc7AdI5s6igTqQ

  2. ZODD

    Caro Rocco , non so come ringraziarti se non in questo modo , per le belle chiacchierate fatte ,è stato bello ascoltarti ed è stato bello esser al tuo seguito delle piu belle tradizioni culturali Montesi . Ciaro Rocco , fai buon viaggio .

    Senior dei Cucibocca ,

     

    Senior del Carnevalone Montese

    Abate della Cavalcata del Borbone

     

     

     

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  3. Montescaglioso

    Riceviamo e pubblichiamo .

    Sono il suocero di Vito Dichio
    non ho conosciuto personalmente suo zio Rocco
    recentemente scomparso
    ma l’ho conosciuto attraverso le sue opere.
    Pensando di fare cosa gradita
    faccio pervenire a Michele Giannotta
    le 2 poesie che Rocco e Montescaglioso mi hanno ispirato.
    Auguri di Buon anno a Tutti.
    Ing. Italo Coccolo

    Rocco

    Rocco era poeta e contadino.
    Oggi, ha lasciato per sempre il suo giardino.
    Se n’è andato via
    con la sua ultima poesia.
    Ritornerà all’Epifania
    insieme ai cucibocca
    a cantarci la filastrocca.

    Rocco amava il sole, il suo vigore.
    Rocco amava la terra, il suo sapore.
    Rocco raccoglieva pietre antiche
    per leggervi il sudore  e le fatiche.
    Rocco amava il tempo e la storia
    e li raccontava
    agli uomini senza memoria.
    Rocco poetava con il cuore
    per combattere il grigiore
    per un futuro d’amore.
    Questi erano i suoi sogni
    questi i suoi bisogni,
    queste erano le sue fatiche
    queste le sue molteplici vite.

    Oltre Eboli

    “Rocco Dichio
    da Montescaglio”
    così si presentò
    al Signore Iddio
    con fare rispettoso.
    Teneva con sé un foglietto
    con l’ultima sua poesia.
    “Il nome lo ricordo
    Te l’ho dato Io”
    rispose Iddio
    “ma il Luogo mi par nuovo”
    e, presa la poesia
    lo aggiunse in fondo.
    Pensò Rocco: “forse soffre di amnesia,
    controllerà più tardi sul mappamondo”.
    Dio, lesse e rilesse più volte la poesia
    come se gradisse la sua compagnia.
    Erano parole semplici e toccanti
    e Dio, così lo mando avanti:
     “ Un tempo mi fermai a Eboli
    tra gli umili e i più deboli
    Ora sono ansioso
    di conoscere Montescaglioso.

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