mercoledì 23 Ottobre 2019

Il brigante e le salanche

Il primo luglio del 1864 Michele Ditaranto incaricò due braccianti, Giovanni Cotugno e Giuseppe Salvatore, di andare a mietere una sua partita di grano in contrada Vetrano e, poichè costoro non conoscevano l’ubicazione del fondo, li fece accompagnare dal figlio Antoniuccio di undici anni.

I tre erano da poco arrivati sul luogo quando videro sbucare dalle macchie del confinante bosco i briganti Domenico Batti (1) e Francesco Schiavone che, avvicinatisi, chiesero se avessero da mangiare, di chi fosse il campo che mietevano e di chi fosse figlio il ragazzo. Alla prima domanda Il Cotugno rispose che avevano solo il necessario per il pranzo di mezzogiorno, vale a dire una frittata, due rotoli di pane, un po’ di olive salate e un fiasco di vino. Quanto al padre del ragazzo, nonché padrone del seminato, disse – non sappiamo se di sua iniziativa o per istruzioni precedentemente ricevute –  che era il là presente Giuseppe Salvatore. I due sembrarono accontentarsi del chiarimento e ordinarono al ragazzo di prendere le provviste e di seguirli.

Di lì a poco arrivarono in una radura del vicino bosco dove li aspettava Rocco Chirichigno detto Coppolone e gli altri sei elementi che in quel periodo erano aggregati alla sua banda. Ad eccezione di uno, un soldato sbandato che da pochi giorni si era unito a loro, erano, tutti di Montescaglioso. Durante il magro pasto fu quindi facile per uno della comitiva, Domenico Batti, osservare con attenzione il ragazzo e ricordarne con certezza la paternità. Oltretutto il suo ricordo confermava quanto già aveva sospettato Francesco Schiavone.

A quel punto l’intera banda tornò dai due mietitori e Chirichigno, rivolgendosi a Cotugno, ripeté la domanda fattagli in precedenza dai compagni. Avutane un’identica risposta, e cioè che il padre del ragazzo e proprietario del campo era il suo compagno di lavoro, cominciò insieme a vari altri compagni a colpirlo con il calcio dell’archibugio fratturandogli un braccio. Girò poi la domanda a Giuseppe Salvatore e questi, “temendo di essere anch’egli percosso, non seppe negare che quel ragazzo era figlio di Michele Ditaranto” a cui apparteneva anche il seminato.

Stabilitane così l’identità, i briganti legarono il ragazzo e dissero al Salvatore di far sapere al padre che l’avrebbero lasciato libero solo quando avesse fatto arrivare ciò che aveva loro promesso un mese prima. C’era infatti un precedente fra la banda e il Ditaranto, indicato come possidente di un piccolo patrimonio valutato circa duemila lire, ed era questo: ai primi di giugno questi, cui era stata fatta una richiesta di centoventi ducati e di provviste di cibo e munizioni, aveva finto di aderire, ma invece di adempiervi s’era rivolto alla forza pubblica. L’agguato, mal organizzato dalla locale guardia nazionale, s’era però rivelato un flop poichè Coppolone e i suoi s’erano ben guardati di andare di persona sul luogo dell’appuntamento.

Da allora Michele Ditaranto non aveva più potuto mettere il naso fuori dal paese; per questo motivo per la mietitura al Vetrano aveva provato lo stratagemma di cui si è parlato, cioè a mandare degli estranei accompagnati dal figlio.

Ma vediamo, leggendone la deposizione, cosa succede al piccolo sequestrato. In un primo momento lo bendano, ma, poichè le sue frequenti cadute ritardano i movimenti dell’intera banda che nei due giorni successivi al fatto si sposta continuamente fra le contrade Vetrano, San Vito, Imperatore e Bufalara, sono costretti a togliergli il legaccio dagli occhi.

La presenza del ragazzino, e l’impaccio che crea, suscita però gran nervosismo nella banda e qualcuno – Vito Leonardo Nobile, detto Pascione, che nelle carte processuali è sempre indicato come se occupasse il secondo posto nel comando della banda – ricordando il “tradimento” fatto da suo padre propone insistentemente di ucciderlo; qualcun altro è d’accordo, altri ancora no. Va osservato al riguardo che la banda Coppolone, come risulta da questa vicenda e da alcune altre, è governata, per così dire, democraticamente e che lo stesso capo Chirichigno, non essendosi mai macchiato di particolari atrocità, è considerato dagli stessi comandi di repressione del brigantaggio il meno sanguinario dei capibanda della regione.

Ad opporsi decisamente all’uccisione del ragazzino sarà però l’ultimo arrivato nella comitiva, il soldato sbandato, che sfida tutti dichiarando che se fosse stato compiuto “quell’atto di barbarie egli sarebbe venuto a conflitto col Nobile e chiunque altro facesse eco ai di costui detti”.

Grazie a lui Antoniuccio non solo avrà salva la vita, ma poichè non si “fidava a camminare” – vale a dire che non aveva abbastanza forze per seguire a piedi la banda che, probabilmente, si spostava a cavallo – al terzo giorno dal sequestro, dopo averlo istruito sulla strada da fare, lo fanno tornare a casa. Con la consegna di dire al padre che deve far loro arrivare “almeno trenta piastre, sei mazzi di cartucce e quattro rotoli di polvere”, altrimenti gli avrebbero bruciato il raccolto.

Non sappiamo se questa volta il Ditaranto padre scenderà a più miti consigli e subirà l’estorsione. In compenso altri particolari placheranno la nostra curiosità da lettori di storielle d’appendice a lieto fine.

A cominciare dal disvelamento dell’identità del “brigante buono”. Si chiamava Fiore Orsini, aveva 25 anni e veniva da Caramanico, un villaggio della montagna abruzzese sperso sui fianchi della Majella. Già soldato dell’esercito borbonico era stato fatto prigioniero il 2 settembre del 1860 e poi inquadrato come soldato di prima classe nell’esercito italiano l’anno dopo. Nel febbraio del 1864, ancora sotto le armi e di stanza a Potenza, ne avrà avuto le bisacce piene del servizio militare e perciò, avendo saputo che la sua compagnia era in partenza non si era presentato all’appello ed era stato dichiarato disertore. Nel suo girovagare dei mesi successivi, era capitato, non sappiamo come – quanto mi piacerebbe sapere le storie di tutti quelli che erano finiti qui per caso e che impressione ne avevano avuto e come erano stati accolti, ecc. – a Montescaglioso. Sicuramente il giovane non se la passava bene, anzi possiamo immaginare che suscitasse più compassione che paura fra quanti lo vedevano. E sarà stata la compassione a suggerire alla donna di Montescaglioso che gestiva una cantina  e serviva qualche piatto alla buona alla rusticissima clientela di sfamarlo senza farsi pagare. Possiamo solo immaginare la scena dell’arrivo del giovane nella penombra della stanza di casa adibita a pubblico esercizio: il passo barcollante, la magrezza, gli abiti a brandelli, gli occhi inquieti di chi deve sempre guardarsi alle spalle, ecc. E possiamo soltanto immaginare anche la faccia della donna, una madre quarantenne che di miserabili ne aveva ben visti – in paese ve n’erano a iosa -; ciò che non sappiamo è cosa quel giorno le fece scattare la volontà di adempiere al primo precetto di misericordia corporale. Un precetto – dar da mangiare agli affamati – che mal si concilia per chi fa il ristoratore di mestiere.

Tuttavia, tuttavia… quel giorno le cose andarono così.

Le carte processuali ci dicono anche cosa offrì al giovane la buona samaritana: delle “salanche arrostite e condite con olio”. Quel che le carte non dicono è cosa diavolo siano – sempre che non abbia sbagliato a decifrare lo scritto in cui se ne parla – le salanche. Io ho pensato prosaicamente alle sarde, ma accetto precisazioni.

Sappiamo quindi che Fiore Orsini, il nostro eroe montanaro, non era stato ispirato da generici sentimenti umanitari nell’impedire l’uccisione di Antoniuccio, ma, avendo ricevuto del bene a Montescaglioso – non capita spesso -, nutriva – cosa rara dappertutto – riconoscenza.

Certo non per la popolazione dell’intero paese – con il Nobile e con chi l’avesse appoggiato voleva battersi -, ma per qualche suo abitante in relazione con il bambino sequestrato.

Da un’indagine da me fatta su altre fonti, ho scoperto che l’ostessa generosa si chiamava Vita – mai nome fu più appropriato – Martiello.

Lascio al lettore immaginare quale rapporto ci fosse fra lei ed Antoniuccio.

 

Nota 1: si ripete: Domenico Batti e non Botte come erroneamente riportato dalle biografie redatte dal CEA – e spesso contenenti dati inesatti – dei briganti montesi.

La presente ricostruzione è stata ricavata dal fondo Corte d’assise, II inventario, conservato presso l’Archivio di Stato di Matera e relativo ai processi ai briganti.


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