giovedì 19 Settembre 2019

Storie di Donne e di Uomini

Angela ha diciassette anni e si è iscritta al Classico perché ama leggere e scrivere; invece “ il suo cervello si oppone ai numeri, non li accoglie”, nonostante i suoi sforzi. Per fortuna al mare, un anno prima, ha conosciuto Vittorio, vent’anni, che frequenta ingegneria e la sta aiutando a capirci qualcosa. In realtà passano più tempo “ad amarsi che a studiare”. Vittorio dice che lei deve andare due volte alla settimana dall’estetista e con lui a teatro e al cinema. Se lui la mattina la chiama per andare al mare salta anche la scuola, pure quando non le andrebbe. Una di queste mattine, all’improvviso, capisce: “Ho paura di Vittorio”… Laura prende ogni giorno l’autobus, anche durante i festivi, per andare a lavorare al Nicolaus Hotel dove fa le pulizie. Lo aspetta appoggiata alla pensilina semidistrutta della squallida periferia in cui abita, una periferia brutta che inaridisce l’anima, uguale a quelle di tutte le città. Piero, suo marito, passa invece il tempo rubacchiando e combinando guai e Laura aspetta con gioia il giorno in cui finalmente lo metteranno al fresco. Intanto si nasconde nel posto che ha guadagnato sul mezzo sotto lo sguardo distratto e infastidito dell’autista. Laura è stanca, le fa male dappertutto, il viso è in fiamme. Non ci vede nemmeno tanto bene. Passerà anche stavolta – pensa -, presto si sentirà meglio. Invece quel giorno il direttore dell’hotel chiamerà invano sul suo cellulare per capire il motivo dell’inusuale ritardo… “Ci sono storie che ti frullano nel cuore da tanto tempo e a un certo punto ti salgono nel cervello ed escono con tutte le parole e le virgole e i punti che vanno a mettersi proprio al posto giusto”. Una di queste storie, per lei, sarà sempre la storia di Orazio, che tutti chiamavano Graziucc’, suo nonno. Nel suo ricordo, lui sarà sempre l’uomo che amava la libertà e non rinunciava mai al suo spirito di avventura. Sarà sempre il giovane che a vent’anni nello stesso giorno percorreva in bicicletta Gioia del Colle – Montescaglioso per incontrare quella che sarebbe diventata sua nonna. E lei avrà sempre cinque anni, come quando andava a trovarlo nel suo negozio di alimentari sotto lo sguardo attento di sua madre che la seguiva dal balcone. Quando mangiava ogni giorno un nuovo fantastico panino che lui inventava per lei, quando ascoltava rapita le storie che lui le leggeva, quando le recitava a memoria brani della Divina Commedia, o quando cantava con la sua bella voce le canzoni di Sanremo…

“Alle donne e agli uomini che, nonostante questi tempi aridi e feroci, continuano a resistere e ad amare. A loro sono dedicati questi miei racconti”. Questa dedica apre la prefazione che Grazia Procino – insegnante di Lettere nel Liceo Classico di Gioia del Colle, già apprezzata autrice di raccolte poetiche – scrive per la sua raccolta di storie, prima prova in prosa che, in comune alle sue prime pubblicazioni, mantiene il dichiarato fine ultimo del suo scrivere, ovvero emozionare. Le donne e gli uomini di ​ questi racconti sono per lo più persone normali, comuni, e le loro storie potrebbero appartenere a chiunque, storie di vita, storie di lotte contro il destino, di frustrazione, di resistenza; ora a prevalere è il dolore, ora la solitudine, ora la passione, ora l’amore. Le donne sono fragili, talvolta succubi, altre volte vittime, spesso del loro stesso modo di provare sentimenti. Ecco allora che l’ispirazione di Grazia Procino attinge ai fatti reali, alle dinamiche che attraversano le esistenze e le relazioni e spesso si fanno cronaca triste dei nostri giorni comuni: la violenza di un marito, quella psicologica che paralizza un’adolescente; l’educazione sentimentale di cui l’autrice parla nella prefazione è quella che lei auspica per questa nostra società evoluta che pare invece esserne spesso priva. Eppure queste storie sono sovente attraversate da uno sguardo positivo, una ferma speranza nella possibilità del cambiamento, del miglioramento, dell’autocoscienza e della consapevolezza di sé. La novità di questa antologia è che questo sguardo attento, un po’ compassionevole ma anche incoraggiante, non è rivolto soltanto alle donne. Le storie degli uomini sono permeate della stessa solitudine, degli stessi smarrimenti, delle stese fragilità. Quasi a dire che basterebbe guardarsi negli occhi per capire che le differenze sono spesso relative, che esistono soltanto le “persone” – che sono , anche , uomini e donne – e che in questa ottica dovrebbero guardarsi tra loro. Per tutti questi racconti – soprattutto quelli dedicati a Esiodo e Ibico – l’ispirazione arriva dalla Grecia classica, dal mito e dalla letteratura di un mondo assai caro all’autrice. Questa nota caratterizza nettamente la sua voce artistica; ha detto infatti “Trovo che non vi sia quasi alcuna differenza tra l’uomo ellenico, cittadino di un’epoca lontana, e quello occidentale del presente. Noi pugliesi in particolare modo abbiamo assorbito tanta parte della loro cultura, al punto che seppur non accorgendocene, usiamo ogni giorno un’infinità di vocaboli la cui etimologia deriva proprio dal greco”. E la lingua rispecchia il sentire, sembra voler dire con convinzione l’autrice, e affermare che l’animo degli uomini sostanzialmente non cambia. “È nel vivere dentro le passioni che i Greci emettevano luce” ha scritto nella sua raccolta di versi Soffi di nuvole , ed è a questa luce che tende la sua voce anche in queste prose. Alcuni di questi racconti sono ispirati a fatti storici, come La maestra di Sappada che ricorda un episodio del 1917 quando il generale Fiastri comandò ai 1350 abitanti della cittadina friulana, sospettati di simpatie austriache, di abbandonare le loro case; ospitati ad Arezzo, in 60 vi rimasero dopo la guerra, ormai accolti e integrati. O ispirati a persone reali, come il nonno Orazio, “che volava sugli alberi”. “È complicato dare vita a ciò che non esiste a parole”, ha detto Grazia Procino alludendo ai sentimenti umani. Lei ci riesce benissimo con i suoi versi, e anche la prosa pare assecondare volentieri la sua voce delicata e profonda.


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