In campana il campanile della chiesa madre come woodstock ……?

Come bizzarramente ci lasciamo incantare dal suono delle parole, e quanto importanti le stesse parole sono diventate per noi: patria, Dio, cielo, democrazia, rivoluzione. Noi viviamo di parole e ci deliziamo delle sensazioni che esse ci danno; e sono queste sensazioni che sono divenute così importanti. Le parole soddisfano perché ridestano sensazioni dimenticate; e la soddisfazione che danno è più grande quando le parole sostituiscono il reale, ciò che è. Noi ci sforziamo di colmare la nostra intima vacuità di parole, di suoni, di rumori, di attività; musica e litania sono una felice evasione dal nostro io, dalla nostra meschinità e dal nostro tedio. Parole riempiono le nostre biblioteche; e come parliamo incessantemente! Non osiamo restare senza un libro, inattivi, soli. Quando siamo soli, la mente è irrequieta, vaga dappertutto, si preoccupa, ricorda, si dibatte; così che non cè mai solitudine, la mente non è mai tranquilla.Ovviamente, la mente può essere resa tranquilla dalla ripetizione di una nenia, d’una parola, d’una preghiera. La mente può venire drogata, addormentata; può essere addormentata violentemente o gradevolmente, e durante questo sonno possono anche esservi sogni. Ma una mente resa quieta dalla disciplina, dai riti, dalla ripetizione, non può mai essere vigile, sensibile e libera. Queste randellate inferte alla mente, in modo sottile o crudele, non rappresentano la meditazione. È piacevole litaniare e ascoltare chi sappia farlo bene; ma la sensazione si nutre soltanto di altre sensazioni, e la sensazione porta all’illusione. La maggior parte di noi ama vivere d’illusioni, è un piacere trovare illusioni più vaste e profonde; ma è la paura di perdere le nostre illusioni che ci fa negare o nascondere il reale, ciò che veramente è. Non che noi siamo incapaci di comprendere il reale; ciò che ci rende pavidi è il fatto che respingiamo il reale e ci attacchiamo alla illusione. Restare sempre più profondamente impigliati nell’illusione non è meditazione, né lo è abbellire la gabbia che ci imprigiona. La consapevolezza, senza scelta alcuna, dei modi della mente, generatrice dell’illusione, è il principio della meditazione.È strano quanto facilmente noi troviamo succedanei del reale e come sappiamo accontentarcene. Il simbolo, la parola, l’immagine divengono d’importanza suprema e attorno a questo simbolo erigiamo la struttura della nostra illusione, usando il sapere per rafforzarla; e così l’esperienza diviene un ostacolo alla comprensione del reale. Noi diamo un nome non soltanto per comunicare, ma per rafforzare l’esperienza; questo rafforzamento dell’esperienza è coscienza di sé, e una volta presi nel processo, è d’una estrema difficoltà poter andare al di là della coscienza di sé. È necessario morire all’esperienza di ieri e alle sensazioni di oggi, diversamente c’è ripetizione; e la ripetizione di un atto, di un rito, di una parola, è vana. Nella ripetizione non può esservi rinnovamento. La morte dell’esperienza è creazione.


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