martedì 19 Febbraio 2019

RIPARTIAMO DA CHIANCIANO _ INTERVENTO DI NIKI VENDOLA

Seminario nazionale di Rifondazione per la Sinistra- 24 e 25 Gennaio, Chianciano

“A distanza di pochi mesi noi torniamo a Chianciano, nel luogo in cui
la storia di Rifondazione comunista è precipitata dentro un buco nero.
Nel breve intervallo di tempo che ci separa dal luglio afoso del
congresso del Prc, il mondo ha conosciuto straordinari cambiamenti, un
vero passaggio d’epoca ha liquidato tante leggende e superstizioni
ideologiche che hanno innervato il racconto egemonico della
globalizzazione liberista, si è rotto il livido mappamondo che ruotava
sull’asse della teocrazia finanziaria e della guerra infinita, sono
esplose in forme spettacolari contraddizioni che dicono di una crisi
strutturale del nostro ambiente sociale e del nostro ambiente naturale.
Ma, a dispetto di questo vorticoso accumulo di punti di crisi e di
accelerazioni della storia umana, tutti noi siamo rimasti come
immobili, risucchiati nel gorgo della contesa intestina, prigionieri
della deriva populistica e identitaria del nostro partito, sgomenti per
la torsione vetero-comunista di una vicenda, quale quella di
Rifondazione, che fin dall’inizio e fin dal suo stesso nome si era
presentata ed era cresciuta come un cantiere di revisioni culturali e
di innovazioni politiche. Siamo stati comunisti non per un bisogno di
fedeltà al passato, ma per un bisogno di libertà del presente e del
futuro. Siamo comunisti non per replicare, nei secoli dei secoli, una
storia codificata, una liturgia monotona, una forma statica che
contiene una verità rivelata: ma per liberarci dai fantasmi e dai
feticci di un mondo che strumentalizza la vita, mercifica il lavoro,
distrugge la socialità. Chi pensa che il comunismo sia una
declamazione, un percorso provvidenziale che va solo ripulito dalle
ombre dell’eclettismo e del revisionismo, chi lo custodisce come una
reliquia e lo offre alla oscura modernità in cui viviamo come una
talismano politico, chi lo annuncia come una fede e lo vende a buon
prezzo come il pane da spezzare insieme per esorcizzare la paura della
crisi: chi fa così merita certamente rispetto, ma agisce la politica
come fuoriuscita dalla realtà e come rinuncia alla trasformazione dello
stato delle cose. E noi che vogliamo emendarci dalla pratica
dell’anatema e del disprezzo, oggi dobbiamo disarmare parole e
sentimenti con cui attraversiamo la scena pubblica, anche per evitare
che la nitidezza di una battaglia politico-culturale (quella contro il
dogmatismo, il settarismo e il minoritarismo) possa essere confusa con
una questione di risentimenti e di rendiconti interni al ceto separato
della politica. Quel prototipo di comunismo settario e autocelebrativo
è stato più volte sconfitto e ridotto alla più insignificante
marginalità. Già al tempo delle “Tesi di Lione” e della lotta aspra al
bordighismo, ma poi in tutta la titanica fatica dei “quaderni del
carcere”, Gramsci restituisce un’immagine del comunismo aliena da
qualsivoglia conformismo dogmatico: non una scolastica, non una
precettistica, non un catechismo, insomma non un calco ideologico a cui
piegare la realtà, ma una ricerca libera e gigantesca sulle radici
storiche della sconfitta della rivoluzione in Occidente. Il comunismo
come sviluppo di una domanda piuttosto che come reiterazione ossessiva
di una risposta preconfezionata. Il comunismo come ricerca e movimento
reale piuttosto che come farmacopea o invocazione dottrinaria. E
nell’immaginare il Partito come “intellettuale collettivo” – e dunque
come soggetto vocato a rompere la separatezza tra “autonomia del
politico” e “autonomia del sociale” – gli affidava il compito di essere
il “moderno Principe” che promuove la “riforma morale e intellettuale”
del Paese: il Principe del Machiavelli era il soggetto politico e
istituzionale che cercava con estrema spregiudicatezza di sconfiggere
la logica feudale della centrifugazione in tante “piccole patrie”
fondate su pretese araldiche o su sussulti localistici, il promotore di
un processo di costituzione di un nucleo di moderna statualità fatta di
un processo di unificazione territoriale e di omogeneizzazione
culturale. Il moderno Principe gramsciano cammina su una grande
frattura storico-sociale,
quella “questione meridionale” che spiega la natura del capitalismo
nostrano e evoca la “debolezza egemonica” della borghesia italiana già
al tempo del Risorgimento.  In questa prospettiva il partito non è
davvero un fine, né tanto meno un predicatore ideologico o una enclave
di “uomini nuovi”, bensì è una rete intelligente di lotte ed esperienze
che ha senso in quanto organizza, nella società e nei luoghi in cui si
produce società, la critica corale delle culture che mistificano e
inibiscono la spinta sociale al cambiamento. E, dentro questo fuoco, il
partito tesse la tela di un blocco sociale alternativo alla coalizione
dominante, alternativo a quella alleanza di ceti speculativi e
parassitari che sarà il letto in cui scorrerà il fiume del fascismo.
Più tardi, dopo il tempo della clandestinità e della prigionia e
dell’esilio, sarà il “partito nuovo” togliattiano a bruciare i residui
di una concezione avanguardistico-pedagogica del partito, sarà quella
la stagione dell’aderire ad ogni piega della società, e cioè della
costruzione plurale e unitaria di movimenti sociali di massa che, nella
moderna città industriale come nell’arcaica campagna del latifondo,
potessero intrecciare il percorso emancipativo con l’educazione civile
alle virtù della libertà. In quella parabola straordinaria, classe e
popolo, anticapitalismo e democrazia, sono concetti che vivono in un
equilibrio creativo, non dentro architetture ideologiche asfittiche ma
come nodi della storia, della società e della vita, nodi da sciogliere
nell’agire politico, e in un agire che era innanzitutto pensiero,
analisi dei processi materiali, consapevolezza culturale della storia
nazionale, orizzonte europeo ed internazionalista del proprio progetto
politico. Anche la stampa comunista verrà concepita e governata come
una rete di intelligenze e di esperienze intellettuali originali, come
lo sviluppo di laboratori e di officine delle idee. Nell’Unità
togliattiana si formeranno intere generazioni di giornalisti di razza,
non leve di velinari e di agit prop, ma grandi penne del giornalismo
d’inchiesta, del giornalismo colto e militante. Sono storie note,
quelle che hanno fatto del Partito Comunista Italiano il protagonista
fascinoso e popolare di una doppia anomalia: anomalia di un Paese così
vitalmente segnato nel suo sviluppo democratico dal ruolo e
dall’autorevolezza dei comunisti italiani, anomalia di un partito che
si liberava progressivamente della soggezione al campo e alle mitologie
dell’Unione Sovietica. Il Pci fu il punto più alto di espansione
egemonica della sinistra in Occidente, e fu allo stesso tempo il punto
più importante di autocritica del comunismo novecentesco. Fino alle
parole nitide e per certi versi definitive di Enrico Berlinguer a
proposito di “esaurimento della spinta propulsiva della Rivoluzione
d’Ottobre”. Questa vicenda, che ovviamente fu arricchita (ma spesso
anche impoverita) dalle esperienze delle sinistre critiche e dei gruppi
extra-parlamentari, non può che essere il nostro punto di partenza: e
infatti di lì partimmo per reagire alla prospettiva della liquidazione
del Pci dopo la svolta della Bolognina. Non per revisionare le
revisioni, non per abiurare dalle abiure, ma per dire di una cultura
politica che era comunista nella misura in cui faceva della lotta
contro ogni principio totalitario e contro ogni pratica di alienazione
la propria ragione di vita. Noi difendemmo il Pci perché consideravamo
ingiusto seppellirlo sotto le macerie del Muro di Berlino: ma non
stavamo difendendo quel maledetto muro, la sua monumentale vergogna, il
suo recintare sotto un controllo ferreo e cupo “le vite degli altri”
(per citare il titolo di un bellissimo e doloroso film sulla Germania
Est). Noi difendemmo il partito che, dentro un processo lungo e
complesso, aveva segnato la rottura del “campo” comunista, che aveva
con quello strappo dall’Urss riaperto e non chiuso la “questione
comunista” come critica del modello di sviluppo e denuncia della
società bi-fronte dello spreco e della penuria. Il socialismo reale,
che pure a noi appariva così clamorosamente irreale, si era schiantato,
squagliato rapidamente come neve al sole, e il mappamondo aveva perduto
uno dei suoi punti cardinali, l’Est. Quel mondo era crepato non per un
eccesso di comunismo, ma per un clamoroso deficit di comunismo: perché
era una costellazione di regimi autocratici, perché le libertà
fondamentali erano conculcate, perché il circuito dell’informazione era
dominato dalla pratica della censura e dalla pedagogia della menzogna,
perché il dissenso significava rovina e morte, perché il lavoro era
alienato e alienante, l’economia dominata dai burocrati, la promessa
della “socializzazione dei mezzi di produzione” fraintesa e confusa con
quello che l’estrema sinistra chiamò il “capitalismo monopolistico di
Stato” che aveva ridotto ad una cifra grottesca i sogni dell’Ottobre.
Dentro questo solco ha camminato la nostra Rifondazione, fino
all’approdo teoricamente e politicamente più impegnativo: quello
dell’assunzione del paradigma della nonviolenza. Un salto anche di
linguaggio, l’ingresso in un universo semantico e simbolico ricco e
stimolante: non la rinuncia alla critica di classe, ma il suo esodo
dalle antiche mitologie della conquista del Palazzo d’Inverno, la sua
capacità di contaminarsi con la critica radicale dei meccanismi di
produzione della violenza e della violenza che si fa potere: la critica
del patriarcato e del vocabolario maschile che nomina ed eternizza un
mondo mutilato della libertà femminile; la critica di un modello di
crescita economica che usa la biosfera come una discarica, che dissipa
ogni giorno un segmento di quel patrimonio di biodiversità e di
multiculturalità che costituisce la ricchezza della vita e il senso
della vita. La viva vita, non quella ideologizzata da molti pulpiti più
o meno sinceri. La vita vera di cui dobbiamo garantire, per tutti e per
ciascuno, per tutte e per ciascuna, l’assoluta inviolabilità, la sua
irriducibilità, per chiunque, a corpo contundente, a strumento, a
oggetto, a cosa da usare e di cui abusare: quanti album di foto sui
corpi dei nemici uccisi, uccisi e poi straziati, straziati ed esibiti
come trofei, ci sono nei depositi remoti della nostra psicologia
sociale? Quanto bisogno, ancora oggi, tutti noi abbiamo di dotarci di
un nemico capace di darci identità, e più lo odiamo più sentiamo di
possedere consistenza? e ucciderlo simbolicamente e spesso anche
materialmente coincide con la nostra massima auto-affermazione: negare
la vita a chi è il mio altrove, mi dà la tranquillità di stare dove sto
e di essere ciò che sono. Se uccido un infedele dimostro quanto sia
cruciale coltivare fedeltà. E dunque la vita: non il terreno di un
dominio etico-ideologico ma la vita determinata delle persone vive. Non
l’imperio sulla giurisdizione della vita, sul chi decide del suo inizio
e della sua fine, con questa finta morale che è confessionale e si
camuffa da morale naturale: cosa ci sia di naturale nell’accanimento
neppure terapeutico sul corpo-simbolo di Eluana è difficile dirlo, così
come è difficile capire dove sia emigrata la coscienza laica di un
Paese in cui bisogna aprire una contesa politica per eseguire una
sentenza inappellabile pronunciata da una corte suprema, così come è
difficile capire dove sia precipitata quella pietas cristiana che pare
soppiantata da un “magistero della paura” che riporta la Chiesa a prima
del Concilio e che piuttosto che annunciare una “buona novella” si
specializza negli anatemi contro l’umanità peccatrice. 
La viva vita, insomma. Quella che ci interroga senza sosta, dopo
Auschwitz e Hiroshima, dopo l’organizzazione scientifica dell’industria
dello sterminio di massa, dopo i virtuosismi burocratici delle
deportazioni e delle rieducazioni, dopo i gulag e le fosse comuni, dopo
le guerre calde e quella fredda, dopo le guerre a bassa intensità e le
macellerie sudamericane, dopo le guerre etniche e quelle religiose e
quelle tribali e quelle telecomandate come videogames, dopo gli hotel
Ruanda; e ora, durante questa lunga lenta oscena strage di Gaza, qui
dentro il crinale più melmoso, dentro l’orizzonte di onnipotenza e
nichilismo che è stato battezzato “guerra infinita”, la vita vera che
ci chiede pensieri e vocaboli impegnativi ed inauditi che possano
ergersi come una soglia fondatrice della civiltà futura, come il
cimento di tutta la politica e di tutte le culture chiamate a disegnare
le mappe di un mondo nuovo. La vita altrui che è il paradigma del
limite nostro, violando il quale romperemmo il senso stesso della
nostra vita e di tutta la vita.
E se questi sono i compiti, se questa è la semina a cui dobbiamo
dedicare il nostro impegno, se queste sono le sfide su cui ridefinire
il senso e il modo dell’agire politico, a che vale resistere in una
trincea che sentiamo arretrata, persistere in una appartenenza che ci
appare vieppiù fuori luogo e fuori tempo? Se questo è il cimento che
più ci intriga e più ci motiva, come possiamo mettere tra parentesi la
piccola storia ignobile del processo sommario e della condanna di un
collettivo redazionale e di un direttore che hanno fatto di Liberazione
un giornale vivo, un luogo della libertà e delle idee, piuttosto che un
morto repertorio della linea del gruppo dirigente del Partito?
Sansonetti non era comunista al punto giusto oppure non lo era affatto?
E allora? Era stato indicato lui, dopo l’esperienza formidabile e
altrettanto libera del nostro caro indimenticabile Sandro Curzi,
proprio per questo: perché Liberazione non fosse uno specchio del
partito, ma una finestra aperta sul mondo.

E questa vicenda evoca troppe ombre di una
storia antica e dice di un corto-circuito dentro la nostra comunità
politica: non si è rotta solo la politica, è andata in pezzi la
comunità. Allora occorreva davvero tornare a Cianciano per rimuovere il
blocco, per trarre le conseguenze, per uscire dalla paralisi. Proprio
perché l’altra sinistra, quella mirata al centro, sembra persa nei
propri contorcimenti tattici, incapace di un pensiero che non sia
subalterno al piano inclinato del governare in sintonia esibita con i
poteri forti, proprio perché il veltronismo si presenta ormai come un
mix compiuto di radicalismo etico e di moderatismo sociale che pratica
la prospettiva di una “alternanza senza alternativa”, proprio per
queste ragioni non possiamo condividere una linea politica che insegue
la retorica del sociale (”in basso a sinistra”), del sociale assunto
come luogo della salvezza e della rigenerazione, una sorta di Periferia
planetaria in cui dare domicilio e protezione all’innocenza
dell’ideologia. Le due sinistre oggi sembrano convergere in un unico
destino: quello di estinguere le proprie ragioni sociali e la propria
missione politica, chi sull’altare del governo, chi nella polvere
dell’opposizione; il cupo destino di una sinistra che non è più capace
di autonomia intellettuale e di distinzione morale, che fatica persino
a comunicare le parole-chiave del proprio vocabolario, che certo ha
smarrito interi patrimoni di quel principio-speranza che fa della
politica una leva di impegno civile e di passione collettiva.
L’Amarcord della sinistra mi intriga e mi serve, ma a condizione di non
pensare a pratiche di riesumazione. Non ci sono resurrezioni in
politica, ma solo nuovi parti, un nuovo partire piuttosto che un nuovo
partito, un processo piuttosto che una sigla, una nuova casa in cui la
sinistra delle libertà possa ospitare comunità di popolo e non elites
di presunte avanguardie. Perchè il senso della sinistra sta tutto nella
capacità di prefigurare e costruire il cambiamento: che non è una vaga
aspirazione letteraria della coscienza del cittadino astrattamente
inteso. Ma è la critica pratica di un economicismo che aliena nel
processo produttivo tanta umanità, la riduce al rango di “costo del
lavoro” e la soffoca nella dimensione generale del precariato. Il
cambiamento o morde la polpa dei “rapporti di produzione” oppure è
semplicemente un giro di valzer nel tempo libero. Qui c’è, tutto intero
e profondo, il discrimine tra destra e sinistra. Il cambiamento è il
rovesciamento materiale e culturale dell’egemonia liberista che ha
segnato lo stile del processo di mondializzazione e di
finanziarizzazione dell’economia. Per questo il Partito Democratico non
ha una lettura critica delle ragioni della crisi vorticosa dei mercati
finanziari internazionali, osserva l’avanzare delle nubi nere della
crisi e della recessione come se fosse un fenomeno meteorologico, una
calamità naturale, e non piuttosto la logica conseguenza di una
filosofia economica che ha assoggettato la politica e introdotto la
storia umana nel ciclo della “produzione di denaro a mezzo di denaro”,
un tempo di svalorizzazione del lavoro e di enfatizzazione della
ricchezza che si riproduce per partenogenesi, un tempo in cui, a destra
come a sinistra, la modernità del mercato è divenuta l’unico regolatore
sociale e il cuore della discussione politica. E gli slogan liberisti
hanno fatto breccia a sinistra, fino a divenire –  incredibilmente – 
sinonimi di riformismo. E il centro-sinistra ha fatto una critica più
di forma che di sostanza al partito mondiale del liberismo: non
contestarne l’impianto, ma attenuarne gli effetti sociali, ridurne i
danni ambientali, censurarne gli eccessi. Da troppi anni in Italia, ma
non solo, più si scivola a destra e più ci si identifica come
riformisti, fino al punto che nella larga opinione pubblica, e per
diverse volte, il più innovatore e il più riformista di tutti è apparso
Silvio Berlusconi. Ma quando il centro-sinistra ha strappato, e per un
pelo, il governo alle destre, non è stato in grado di indicare una
visione generale, né di segnare una significativa inversione di
tendenza rispetto a quella egemonia liberista che pure aveva conosciuto
la straordinaria opposizione dei movimenti altermondialisti e della
corale mobilitazione pacifista: il governo Prodi non ha provato neanche
a mutare l’ordine del discorso di una realpolitik che chiedeva
ottusamente continuità con Mastricht, non ha inteso quale fosse
l’acutezza di una crisi sociale che investiva largamente anche il ceto
medio, non ha annusato l’umore popolare di crescente insofferenza per
le beghe di Palazzo che esponevano un centro-sinistra senza maggioranza
in uno dei due rami del Parlamento a uno stress continuo e sfibrante.
L’icona della casta sigillò la caduta verticale di consenso che fece
scivolare il governo verso la crisi e il centro-sinistra verso il
proprio capolinea, con la conseguente sconfitta elettorale di Veltroni
e la scomparsa dalle istituzioni della sinistra. Un governo senza
profilo e senza collante era per Rifondazione la prova
dell’impossibile: non fuggire dalle proprie responsabilità, accettare
la sfida e l’occasione del governo, ma essere efficaci nel proporre una
mediazione con il punto di vista della sinistra di alternativa. Avevamo
il dovere di essere efficaci: che questo fosse possibile è un altro
discorso. Ma che questo fosse atteso, e non solo dai nostri militanti,
è evidente. La nostra inefficacia ci ha omologati al resto del
centro-sinistra in un giudizio che per noi è stato inappellabile e
oltremodo severo. E non ci ha salvato quel simbolo pure salvifico
dell’arcobaleno, perché era solo un segno grafico e non un sogno
collettivo, era un cartello elettorale e non un laboratorio della
società, perché era un accordo di stati maggiori e non un patto
costruito con pezzi di mondo del lavoro e di giovani generazioni, e
anche perché nella sua sfortunata selezione di rappresentanza
istituzionale l’arcobaleno non ebbe il coraggio di praticare la
consultazione dei territori e della società civile: anche organizzando
quelle primarie che debbono divenire uno dei modi ordinari di
funzionamento della sinistra. Insomma lì ci siamo fratturati le ossa e
abbiamo visto sfumare la speranze che in quelle elezioni potesse
cominciare una storia nuova piuttosto che chiudersi una storia vecchia.
Invece si chiuse la storia vecchia. In una sola volta pagammo tutti i
conti in sospeso. I conti di una sconfitta la cui gestazione dura da
almeno un ventennio, la cui proporzione non è semplicemente quella
elettorale, la cui spiegazione non può essere infantilmente ridotta
all’aver contratto il virus del governo o all’aver assunto alcuni
tratti della fisiognomica della casta. La sconfitta è nella distanza
dai pensieri e dai sentimenti di quella coscienza generale che, nella
crisi delle organizzazioni collettive e nella crisi degli apparati
formativi, si educa alla cattedra televisiva della vita e della morte
in diretta. Quella cattedra ci educa ad essere capitalisti dell’anima,
protagonisti o spettatori di una fiction permanente che ha abolito quei
tre tempi del presente (il passato del presente, il presente del
presente, il futuro del presente) che Alessandro Natta mutuava da
Sant’Agostino. Oggi noi viviamo in un presente senza tempo, senza
scansione storica, senza spessore cronologico: quando noi parliamo del
Novecento, alludendo a questioni cruciali che hanno animato immense
speranze o che hanno generato immani tragedie, parliamo di un tempo che
ha il suo spessore e il suo deposito di senso. Ma a chi stiamo
parlando? Chi ci capisce? La comunicazione veloce, il tempo reale di
scambio comunicativo nella comunità virtuale di Internet, ha come
certificato l’avvenuta frammentazione del tempo, la sua
polverizzazione, la sua esposizione alle intemperie del contingente. I
morti sul lavoro sono cronaca nera, una colonnina tra le altre nelle
statistiche ufficiali: non sono una sequenza, non sono un tempo
significante, non vediamo più la strage come un  nodo da tagliare con
la lama del diritto alla vita. La morte è contemplata, come il
licenziamento. Sono leggi metafisiche dell’economia. Oppure che cos’è
il tempo di chi è appeso ad un contratto a progetto, per chi è
interinale, per chi veste uno dei tanti abiti con cui nascondiamo quel
gigantesco ricatto che pesa sui giovani e che rompe il loro tempo di
vita, quel ricatto che è la precarietà, il contratto a tempo
determinato, cioè a tempo ferito e svuotato di senso del futuro? Oppure
in che tempo, o su che canale tv, avviene la tempesta di proiettili e
fosforo che spezzano il cuore della Palestina? Perché questa avara
reazione all’assedio di Gaza? Eppure lì non va in onda un vecchio film
in bianco e nero, lì l’ansia di pace ruzzola in uno dei tanti precipizi
in cui l’avventurismo americano, coprendo la destra israeliana, ha
portato la geo-politica medio-orientale. Le diplomazie dal basso e le
voci del popolo pacifista faticano a ritrovare una scena pubblica, la
pace ha perso i suoi profeti e i costruttori di pace sembrano decimati
dalla cultura bellicista che torna ciclicamente a offrirsi come
garanzia di stabilità degli equilibri mondiali. La questione
palestinese  resta il più incandescente banco di prova per tutte le
leadership mondiali. Ora è il tempo di ridare agibilità politica e
inesplorate latitudini culturali alla pace, al suo progetto di
giustizia sociale e al suo orizzonte antropologico. E non esiste
compito più congeniale alla sinistra del futuro che quello di essere
annunciatrice e costruttrice di pace. Lavorando a costruire memoria,
per poter esercitare discernimento. Continuando ad interrogare le ombre
del passato, anche per poter prefigurare nuove aurore. Non dimenticando
mai ciò che è stato, l’orrore del dio che è morto ad Auschwitz, il
dolore di un popolo condotto al macello come un agnello sacrificale.
Ecco, la sinistra ha bisogno di ritrovare il tempo perduto, nel senso
che non può non sentirsi implicata dal cambiamento, non può non
cambiare lei stessa, non può vivere galleggiando nella stratosfera dei
propri voli passati, la sinistra ha bisogno di ossigeno, ha bisogno di
una strumentazione ottica complessa e sofisticata: un po’ telescopio,
un po’ microscopio, un po’ caleidoscopio. La sinistra ha bisogno di
mettersi in gioco evitando di mitizzare la destra ma cercando piuttosto
di conoscerne apparati di potere, sistemi di comunicazione, produzione
di simboli e produzione di senso comune. Non pensare che l’invettiva
possa surrogare l’analisi dell’avversario, non personalizzare la
contesa politica, non demonizzare chi incarna la leadership della
destra: sono avvertenze che dovrebbero liberarci dalla tentazione di
cavarcela con battute da talk-show. Berlusconi è l’espressione di una
radicale riforma del sistema politico e di un capovolgimento della
cultura generale del Paese: il cui patriottismo si sposta
progressivamente dal terreno storico e civile dell’antifascismo fino a
scivolare nel terreno ideologico e melmoso dell’anticomunismo. E il
Cavaliere di Arcore incarna anche il mutamento di paradigma di una
costituzione materiale che al primato del lavoro (sancito dal primo
articolo della Carta costituzionale) sostituisce il primato
dell’impresa. Eccola dunque la destra.   Quella che ha scelto il
profitto mercantile come baricentro della propria strategia, ha
teorizzato e quindi praticato la radicale precarizzazione del mercato
del lavoro, ha detassato i patrimoni e la ricchezza, ha operato una
poderosa opera di riorientamento culturale della società italiana a
partire dalla criminalizzazione delle povertà e delle marginalità. La
destra che ha avviato una vera bonifica giustizialista contro
mendicanti e lavavetri, contro gli stranieri in condizione di
clandestinità, contro prostitute e trans, contro i graffitari e contro
i centri sociali. “Sorvegliare e punire” sono i verbi  della macchina
di controllo sociale sugli esuberi della globalizzazione: e già la
coazione disciplinare comincia a mirare al cuore di un’intera civiltà
del diritto: quella del diritto al lavoro, del diritto di sciopero, del
diritto al dissenso. La destra evoca i fantasmi che turbano i sonni del
piccolo-borghese planetario: la paura di perdere reddito e sicurezza,
la paura di cedere porzioni di sovranità a chi abbiamo perfino nominato
“extra-comunitario”. E contro ciò che ci minaccia la tasca o anche
semplicemente lo sguardo calerà la scure di quella “dura lex” che ha
riti sbrigativi e pene esemplari.  Ma per compensare questa torsione di
classismo giustizialista la coalizione di governo costruisce, dentro un
processo di piccole e grandi riforme, la blindatura garantista della
classe dominante: i cui reati svaniranno nei nuovi codici e nei
processi verranno prescritti per decadenza dei termini. Il terreno
securitario serve a stringere le maglie del controllo sociale e a
metabolizzare un progressivo cedimento al lessico razzista e xenofobo.
L’omofobia viene alimentata da una porzione delle gerarchie
ecclesiastiche, viene esercitata per strada con mirate spedizioni
punitive, viene sdoganata persino al festival di Sanremo. L’islamofobia
è nella propaganda quotidiana del partito nordista. L’antisemitismo
torna a guadagnare la sua ribalta fatta di violenza e vigliaccheria.
Una bravata di giovani annoiati può costare la vita ad un povero
barbone, che nel sonno dei poveri non percepisce l’umido della benzina
con cui lo stanno inzuppando prima di dargli fuoco, prima di bruciare
una concreta esistenza, una vita viva, così per gioco, per sentire
l’adrenalina che sale mentre quel sacco sporco di umanità strepita e
arde. Ma noi viviamo un’epoca in cui si accetta l’idea della social
card come se fosse una politica anticiclica: il bancomat della carità
serve solo a dire di una propensione compassionevole che deve
accompagnare quella ferocia classista di chi al lavoratori del Pubblico
impiego o ai metalmeccanici offre spiccioli, riduzione di diritti,
rischi di espulsione. E mentre Tremonti ci spiega, con cipiglio
accademico, che questa è una crisi finanziaria che si risolve solo con
strumenti finanziari, non ci accorgiamo che ci sta dicendo che l’unico
keynesismo è quello per i ricchi, ai quali si è tolta persino l’unica
tassa “federalista” esistente (cioè l’Ici), mentre gli altri si
arrangino. La crisi industriale blocca produzioni in settori decisivi,
migliaia di lavoratori vanno in cassa integrazione, c’è un universo
intero che rischia un drammatico smottamento, dilaga la paura della
povertà: e allora chi paga la crisi, chi paga gli ammortizzatori
sociali? E’ chiaro e semplice, può pagare il Sud. Siamo ben dentro la
fase storica della rivalsa nordista, tanti amministratori locali del
centro-sinistra scavalcano la Lega in quanto a declamazioni in chiave
padana, il cervello economico e politico del potere oggi è tutto a
Nord, inoltre all’insorgere della “questione settentrionale” il Sud ha
cominciato a perdere progressivamente l’uso della parola. La “questione
meridionale” si è auto-esiliata in qualche studio specialistico, ha
ceduto alla forza narrativa di chi riduce il Mezzogiorno ad una
patologia della nazione, il Sud è stato interamente iscritto nella
rubrica della politica e del giornalismo nazionali alla voce “Gomorra”.
Una caricatura che diviene un alibi. Il Sud dei talenti e
dell’indignazione civile, il Sud di Roberto Saviano e dei ragazzi di
Locri, il Sud del talento e della legalità, il Sud dell’innovazione e
della creatività: tutto questo scompare. Così oggi il governo propone
di usare, come provvista finanziaria per pagare il biglietto della
crisi, le risorse del Fas e quelle del Fondo sociale europeo: sono le
due gambe su cui cammina quasi per intero l’economia meridionale. Sono
risorse indispensabili, in aree con disoccupazione a due cifre, anche
per resistere all’urto della crisi economica che arriva. Siamo al
rovesciamento di un compito generale che le classi dirigenti
democratiche si sono sempre affidate: fare dello sviluppo e della
modernità del Sud il terreno della compiuta unificazione della storia
nazionale, puntare sul Sud come crocevia di civiltà, come congiunzione
di Europa e Mediterraneo, come Occidente in seminato di Oriente. La
destra propone una gigantesca redistribuzione delle risorse dai
territori più poveri a quelli più ricchi, dai ceti sociali più
disagiati ai ceti più privilegiati, considerando parassitaria la “spesa
sociale” e ridisegnando il Welfare come filantropia di Stato piuttosto
che come organizzazione delle protezioni e dei diritti sociali. Per
questo noi dobbiamo aprire una questione generale sul futuro del Sud,
in una stagione in cui l’esplosione di una crisi morale delle classi
dirigenti del centro-sinistra soprattutto nel Mezzogiorno sembra
sconsigliare qualunque giudizio equanime ed articolato su un territorio
abitato da venti milioni di italiani: dobbiamo portare il Sud
all’opposizione delle destre. Dobbiamo aprire una contraddizione
ciclopica dentro il PD, che non riesce ad essere il catalizzatore e
neppure il protagonista di una opposizione visibile e credibile a
Berlusconi: ma non a causa della febbre alta della sua polemica
intestina, quanto a causa della sua lettura della fase, del suo
giudizio sul governo in carica, della sua strategia emendativa che
supplisce al vuoto di idee forti di alternativa al berlusconismo. Il PD
oggi è prigioniero del proprio leghismo, non riesce a intendere quale
sia la portata dell’assalto alle casse del Sud, non ingaggia su questa
una battaglia campale. La rottura dell’unità sindacale e la paurosa
deriva governista e corporativa di una parte del sindacato porta il
partito veltroniano ad una sorta di neutralità, per la prima volta la
Cgil viene lasciata sola anche nello sciopero generale del 12 dicembre,
così come nell’aspra contesa per i rinnovi contrattuali. Eppure
l’assalto alla Cgil è già cominciato, è lo scalpo più prezioso che la
destrapossa desiderare, perché quel sindacato è portatore di un’istanza
generale di emancipazione e di giustizia. E questo assedio è organico
al tentativo di dare un colpo definitivo alla contrattazione collettiva
nazionale, a ciò che ancora protegge un’idea di mondo del lavoro e una
storia di civiltà del lavoro. La contro-riforma della scuola e
dell’Università sono stati pezzi pregiati di questa opera di
sradicamento di una cultura della “res publica” che nel lavoro e nella
formazione indicava il “bene comune” fondamentale della democrazia
repubblicana. La scuola va re-impacchettata nelle regole di una
austerità ottocentesca, con tanto di grembiulini  e voti di condotta,
va capovolta rispetto alle ambizioni pedagogiche di chi la immagina
come palestra di libertà e di pensiero critico, un contro-68 è il
programma esplicito della ministra Gelmini. Siamo alla perfetta
antitesi di ciò che apprendemmo leggendo la “Lettera ad una
professoressa” di don Lorenzo Milani.  Qualcuno vuole fondare un’idea
degli apparati formativi e una figurazione della società sui pilastri
di cemento armato di una sorta di “pedagogia della paura”, una
disciplina generale che rimbalza dalla scuola al lavoro, dal tempo
libero all’organizzazione urbana: e che si accompagna a quella che
potremmo definire educazione tecnica e spirituale alla precarietà.
Affinché la scuola educhi alla paura, il lavoro somministri precarietà,
la vita privata e quella sociale si srotolino come narrazioni di
persone subordinate alla signoria della produzione. A questo disegno ha
saputo reagire una nuova generazione, la prima generazione
compiutamente esiliata dalla civiltà novecentesca (a partire ad esempio
dalla generale aspettativa di una vita lavorativa precaria), un nuovo
movimento studentesco ha segnato la società e ha spaventato la politica
riuscendo con intelligenza a evitare la tenaglia della violenza e della
criminalizzazione: come a dire che proprio lì, in quella fabbrica
speciale in cui si fabbrica la riproduzione sociale, proprio nel luogo
di apprendimento dei saperi e del sapere sociale, lì cova una
contraddizione irriducibile dello sviluppo capitalistico: la
contraddizione tra domanda di senso e di libertà, che vive in modo
naturale nei processi di scolarizzazione, e la mercificazione della
vita e del lavoro. La questione sociale e le giovani generazioni
propongono una lettura unitaria dello sviluppo e della crisi della
globalizzazione. La rivolta della gioventù greca e la straordinaria
mobilitazione contro la riforma pensionistica della destra francese
dicono di quanto l’aggressione ai diritti sociali abbia tratti comuni
in gran parte del vecchio continente. La lotta dovrebbe, come ci ha
insegnato la pratica dei Social Forum, svolgersi su una scena
sovra-nazionale. A cominciare dalla messa in campo di proposte di
politica anti-recessiva e anti-ciclica che rappresentino anche una
forma di demistificazione della natura reale delle manovre anti-crisi
di tanti governi, a partire dal nostro: e nel nostro la neo-teologia di
Tremonti cerca di interpretare la crisi come una cabala, come un
episodio del Caso o del Kaos, o come un epifenomeno del male, e a
fronte del marasma economico finanziario propone un ripristino
dall’alto dei valori tradizionali. Insomma, solo “Dio, Patria e
famiglia” ci salveranno, e il Tremonti ratzingeriano appare come
l’ultimo epidono della saga western di Bush.  Noi dobbiamo interrogare
la destra e il Paese sulla necessità strategica di un “Piano per il
lavoro”, un progetto ambizioso e straordinario di implementazione
dell’occupazione puntando sulla promozione della qualità ambientale, a
partire dalle bonifiche fino al disinquinamento dei corsi d’acqua,
dalla protezione delle coste e delle falde fino alla raccolta
differenziata spinta dei rifiuti urbani. E ancora puntando sulle
energie alternative e sulla produzione di quei beni immateriali, nella
cultura nella comunicazione e nei servizi, che possono consentirci di
coniugare ricchezza economica e ricchezza sociale, ricchezza delle
quantità e ricchezza delle qualità, incrementi di sviluppo  e
diffusione del benessere sociale. Ma dobbiamo sapere che la destra
vuole usare la crisi economica come alibi per rinviare i conti con il
carattere dirimente e ultimativo della crisi ambientale. Qui dobbiamo
reagire, ora è il momento di una riconversione culturale che deve
investire le forme del produrre, del consumare, del vivere associato.
Ora è il momento di andare all’assalto dei veleni che assediano le
nostre vite: dalle polveri sottili che abitano anche i polmoni dei
nostri bambini al mercurio che nuota nei nostri mari, dall’amianto che
continua a uccidere di mesotelioma pleurico fino a quella diossina che
la proprio la Puglia, che è la mia terra, ha voluto con una
rivoluzionaria legge regionale sottoporre a vincoli seri e
scientificamente fondati.
Abbiamo dinanzi diversi passaggi elettorali. Il primo dei quali
riguarda la Sardegna, regione nella quale i nostri compagni hanno
saputo accompagnare con intelligenza e stimolare in modo creativo
l’esperienza innovativa della presidenza Soru: che ha interpretato
l’autonomismo sardo come una prospettiva europea e non come
ripiegamento e chiusura, e che ha difeso la bellezza e la ricchezza
della sua natura e dei suoi delicatissimi eco-sistemi dando una lezione
di dignità e di moralità ad un Paese che ha fatto anche del patrimonio
dello Stato una S.P.A. Nelle città e nelle province in cui si vota è
necessario sviluppare il massimo sforzo unitario della sinistra, di una
nuova sinistra capace di guardare anche le radici di una crisi delle
grandi città che è anche crisi nei nostri modelli amministrativi. Il
riformismo municipale mostra le corde, si tratta di tornare ad avere
una lettura critica dello sviluppo cittadino e metropolitano, ma poi si
tratta di realizzare un progetto globale di riqualificazione delle
periferie e di rigenerazione urbana. Ma nel governo dei territori deve
tornare con forza, come sfida della democrazia partecipata e della
cittadinanza attiva, la “questione morale”: depurata dalle scorie della
giustizia-spettacolo e da quella retorica qualunquista che nella
generalizzazione della denuncia finisce per mortificare gli onesti
piuttosto che stigmatizzare i corrotti, bonificata da pulsioni da far
west, essa vive come rottura della barriera architettonica e sociale
che separa, tavolta in modo feroce, i pubblici poteri dalle domande
della vita quotidiana. Vive di trasparenza di tutti i procedimenti
amministrativi, vive di drastica semplificazione burocratica, vive di
circolazione delle informazioni, vive di controllo organizzato sulle
decisioni di governo, vive di netta separazione tra politica e affari,
vive di responsabilità condivise e di qualità delle classi dirigenti. E
poi c’è la consultazione per il rinnovo del Parlamento Europeo:
innanzitutto una occasione per fare il punto sul processo di
allargamento dell’Unione, per tracciare un bilancio sul ruolo politico
dell’Europa nello scacchiere internazionale, ma anche una occasione
decisiva per sottolineare gli impegni mancati, le pagine bianche, i
peccati di omissione di una Europa incapace di autonomia dagli Stati
Uniti e povera di iniziativa politico-diplomatica come si è visto nei
giorni della guerra a Gaza. Per noi anche uno stimolo a rinsaldare la
presenza dentro “Sinistra europea” e forse la costruzione di una tappa
nel processo di avvicinamento alla costituente del nuovo soggetto della
sinistra. Che ci sia, in questa contesa, una sinistra unitaria, un
pezzo di un cammino assai più lungo e complesso, può essere un fatto
nuovo per il popolo della sinistra: naturalmente sappiamo che continua
il lavoro bipartisan per introdurre un robusto sbarramento elettorale:
serve a compiere il lavoro sporco, è la proiezione di quello
sbarramento sociale che vuole marginalizzare le culture critiche e le
alternative di società. A condizione che non sia la confezione di un
partitino, ma solo un passaggio in una traiettoria di accumulo di forze
e di esperienze. A condizione che non appaia, così come fu per
l’arcobaleno, un patto di vertice e un manufatto del politicismo dei
ceti politici. Serve che tutti e tutte ci facciamo carico, nel dare
avvio al movimento per la sinistra, di una domanda di partecipazione
diretta alle decisioni della politica, della nostra politica. La
democrazia per noi non può essere né apparire una questione
procedurale. Proviamo a sfidare noi stessi, a dire che nella rete che
stiamo per tessere varrà sempre e comunque il principio di “una testa
un voto”, che le primarie possono essere la regola e non l’eccezione
della vita interna, che si vota non per finta ma per davvero. E che la
democrazia è attraversamento dei territori, radicamento nei territorio,
interrelazioni tra territori. Io penso ad una sinistra federale, a
cantieri aperti, plurali, curiosi, includenti, che abitino nei
territori. Penso ad una sinistra capace di presentarsi come una
profezia laica, l’annuncio di tempi nuovi. Obama ha già cambiato il
mondo, perché ha introdotto nell’immagine di politica che comunica, la
suggestione ontologica del cambiamento, perché nel più ufficiale dei
suoi discorsi si è sentito il congedo liberatorio dall’epoca
dell’America texana delle sette evangeliche e dei petrolieri, dei
gangster della speculazione borsistica e della bolla immobiliare,
perché ha nominato la violenza razzista del mondo in cui è nato e
cresciuto, perché ha esibito con naturalezza le prerogative di una
democrazia che rifiuta qualsiasi torsione confessionale, perché ha
delineato un intervento pubblico che mira a salvare l’economia reale
piuttosto che la finanza creativa che ha ubriacato il mondo. Insomma,
che la politica torni a essere pensiero, conoscenza, inchiesta,
passione condivisa, reciproco affidamento, indignazione civile,
prefigurazione di un mondo liberato.
Io le cose che ho detto, con sincerità e poca organicità, le ho dette
per offrire una spiegazione del mio congedo dal mio partito. Non provo
acrimonia verso Ferrero e il suo gruppo dirigente. Sono sereno perché
faccio ciò che sento sia giusto fare. Rifondazione è stata la mia casa
e questo addio non è un partire indolore. Voglio augurare ogni successo
al mio ex partito. E a noi, a quelli di noi che condivideranno la mia
scelta, voglio dire che non dobbiamo sentirci avversari di
Rifondazione. E soprattutto ai compagni e alle compagne della nostra
area che scelgono di continuare la propria lotta dentro al partito
voglio esprimere gratitudine: per aver condiviso una bella battaglia, e
perché sono certo che continueranno a battersi perché nasca una
sinistra nuova. Una sinistra del lavoro e delle libertà. Che ingaggi un
molecolare corpo a corpo contro la paura e contro la solitudine. Che
ritrovi l’ago e il filo con cui cucire nuovi legami sociali, pezzi di
comunità, movimenti che fanno politica coinvolgendo e accogliendo. Una
politica che allunga i propri pensieri oltre lo spazio del presente.
Una politica che ci aiuti a spartire il dolore e la gioia, che ci
rispetti nella nostra fragilità e nella nostra unicità, che non ci
trasformi in giudici sommari e in boia delle diversità, che non sia
pensata e gestita al maschile, che non accetti barriere gerarchiche,
che non escluda chi è diversamente abile, che non giudichi nessuno per
la sua fede o per il suo orientamento sessuale, che non cerchi nemici.
Una politica gentile, capace di ascoltare l’avversario, forte solo
delle proprie idee e non forte di servizi d’ordine, una politica che
cerca le persone in carne e ossa piuttosto che cercare il pubblico. Una
politica che apre la questione della libertà in ogni millimetro di
organizzazione sociale, a partire dal luogo di lavoro. Una politica che
annuncia non il nostro primato ideologico ma il nostro amore per la
terra e per la vita, che annuncia speranza, che si fa popolo, che ci dà
il coraggio di osare una nuova avventura, un nuovo inizio, un altro
partire. Auguri a tutti e a tutte.”


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