Più coraggio in chi parte o in chi resta?

L’altro giorno ho letto un articolo interessante firmato P. Calabrese.

Il giornalista descriveva il confronto tra la sua esperienza di vita e quella di un suo amico concittadino e coetaneo. I due amici, entrambi siciliani, hanno preso due strade diverse, il primo,ora ingegnere, ha deciso di restare nella sua città, il secondo, il gionalista, ha  deciso,invece, di trasferirsi per realizzare il suo sogno lavorativo. Calabrese afferma che fino a poco tempo fa riteneva la sua scelta di andare via come la più coraggiosa e tale pensiero era condivisa anche dal suo amico. Infatti l’ingegnere ha sempre affermato che se si rimane in certe realtà, in qualche modo paludose, si finisce per rimanere travolti dalla melma, così come quei poveri pennuti  travolti dalla marea nera del petrolio sulle coste in America.

L’articolo prosegue con la descrizione da parte di Calabrese di come abbia cambiato idea e nella spiegazione del suo nuovo pensiero. Infatti ormai non considera più tanto coraggiosa la sua scelta, ma ritiene che ha più coraggio chi si impegna nella propria realtà per opporsi a tutto ciò che c’è di negativo.

La riflessione è interessante, perchè in realtà dominate da poteri forti e gruppi di potere questo dubbio deve essere venuto a molti. Si può sperare di cambiare un posto paragonato ad una palude a costo si sacrificare i propri sogni, con la possibiltà di essere travolti?

La città di Calabrese può essere qualsiasi luogo, non solo del Sud,  può essere una provincia oppure una realtà lontana dai grandi centri dominata dal malaffare.

Quello che si capisce dall’articolo è che l’autore ha cambiato il proprio pensiero,ma non si capisce se rifarebbe la scelta fatta tanti anni fa. 

Comunque rimane una bella fonte di riflessione.

mario


Commenti da Facebook

16 Commenti

  1. samarcanda

    Dove sta il coraggio di un giovane che nel 2010 dopo un percorso di studio lungo complesso e pieno di sacrifici non trova una collocazione lavorativa nel posto dove è nato, ha vissuto, ha le sue radici?

    Forse bisogna interrogarsi su quali sono le opportunità che il posto dove è nato puo’ dare a quel giovane talentuoso e pieno di risorse per la sua comunità.

    Tutti noi vorremmo stare sempre con i nostri cari, i nostri amici del cuore, il nostro gruppo che ci ha visto crescere, ma ad un certo punto della propria vita bisogna fare i conti con se stessi, quali sono i propri obiettivi.

    Voleva essere solo una riflessione.

     

  2. Cristoforo Magistro

    L’argomento è di quelli su cui molti utenti di Montenet, in particolare “gli espatriati”, avrebbero un’infinità di cose da dire. Anche per questo sarebbe stato opportuno che Drago riportasse l’articolo a cui fa riferimento per circoscrivere la discussione. Mi pare di capire che l’articolo parla dell’emigrazione interna degli ultimi decenni da parte di studenti, impiegati, professionisti.
    Se così è, da parte mia comincio con il dire che non mi sembra corretto porre il coraggio come l’elemento base della decisione di partire. Anche perché ciò significherebbe che in tutti gli altri casi ci sarebbe stata viltà.
    Uno dei pericoli più insidiosi nel lavoro di ricerca e riflessione storica è l’anacronismo, cioè la tentazione di applicare senza mediazioni a fatti accaduti nel passato criteri di giudizio etico e politico maturati ai giorni nostri.
    Faccio un esempio, scusandomi del fatto che è un esempio personale. Tanti anni fa, chiacchierando con mio padre, gli avevo chiesto cosa avevo provato quando nel 1940 era stato chiamato in guerra, se gli sembrava giusto andare ad occupare una terra di altri e così via. Mi aveva risposto che a vent’anni per chi non era mai uscito di casa, il sentimento prevalente era stata la contentezza per il viaggio, per l’avventura, per l’attenzione e la “considerazione” di cui i giovani che stavano per partire erano all’improvviso onorati.
    Avevo chiesto le stesse cose a qualcuno altro della sua leva e mi avevano detto più o meno le stesse cose, l’unico che mi aveva detto che sì era ingiusto, ma bisognava obbedire perché quando c’era Lui era così, ecc., era un ex fascista convinto che poi aveva maturato altre convinzioni.

    E così era stato quando, in ben altre condizioni, io avevo deciso di partire. La questione coraggio non si era neanche posta. Da parte mia c’era la voglia di vedere cose e gente nuova, di partecipare al cambiamento che sembrava si dovesse verificare nell’Italia degli anni settanta e soprattutto la ricerca di uno stile di vita “laico”.
    Per me questo rimane ancora l’aspetto fondamentale poiché ho l’impressione che ancora oggi le comunità, o il poco o nulla che delle comunità rimane, di paese del Sud, laiche ancora non siano. Anzi sono ricadute all’indietro riavvitandosi in forme di notabilato e perbenismo basate non più su una presunta nobiltà di lignaggio della famiglia di appartenenza, ma sull’esibizione di ricchezza di dubbia origine. Mi riferisco con ciò a quanto sembra accadere nel sud in genere, più che a Monte che conosco sempre meno.
    Per laica intendo una società nella quale ognuno può aspirare al ruolo che le sue personali capacità gli consentono di raggiungere indipendentemente da chi fosse suo nonno, suo padre o suo zio.
    In un paesino della provincia di Torino ho incontrato di recente una montese proveniente da famiglia molto povera, qui è una brava impiegata apprezzata e benvoluta da tutta la comunità. A Monte sarebbe rimasta la figlia di…
    Potrei fare anche l’esempio di un altro montese di famiglia contadina, diploma di maturità tecnica e poi laurea in ingegneria. Quando era studente non l’ho visto mai in giro per Monte neppure d’estate. In qualche serata di festa lo si vedeva tornare dalla campagna sul trattore imbarazzatissimo in mezzo alla folla. Un ragazzo buono, modestissimo e capace.
    C’è gente che quando parla, cammina, respira, si prende più del necessario: parla a voce alta lui e sempre lui, è ingombrante. Lui camminava quasi rasente ai muri, non era di quelli che facevano carte, ecc.
    Avrà avuto la testa divisa in reparti da grande magazzino: da una parte i pomodori, il pescheto, il vigneto e dall’altra le equazioni di terzo grado, le formule chimiche, l’imbarazzo per il suo non fluente italiano.
    Bene: adesso questo vecchio ragazzo che, fra l’altro, non ha mai preso tessere di partito è l’amministratore delegato di una importantissima società torinese. Un altro avrebbe messo le trombe per farlo sapere all’universo mondo. Io ho dovuto scoprirlo da solo e quando glielo ho detto ha fatto quasi la faccia di chi voleva scusarsi.
    Uno così, cosa avrebbe fatto a Monte?

    Tu, Drago, cosa pensi dell’intera questione?
    Vedo che ogni tanto lanci qualche argomento, ma non dici la tua.

    1. gianni

      Cristoforo ho letto con attenzione il suo post. Con i suoi esempi faceva riferimenti a fatti accaduti in passato ma credo che certe strane abitudini sono ancora attuali. Spesso si ha la tendenza a giudicare una persona in base alla famiglia di appartenenza….siamo ancora dentro quella logica del: " a ci figh tu???".

      Ci sono però giovani (pochi purtroppo!!!) che cercano proprio di dimostrare il contrario. Giovani che credono in quello che fanno e che seppur con tante difficoltà son rimasti al Sud e son stati in grado di diventare imprenditori. Questi giovani sono coraggiosi perchè grazie alle loro capacità sono stati in grado di farsi apprezzare per le loro qualità e non per la nomea della famiglia di appartenenza.

      Bella la storia del "vecchio" ragazzo ingegnere che senza alzare la voce e con molta riservatezza è arrivato così in alto. Un esempio di vita che deve far riflettere sul fatto che con l’umiltà e il rispetto si può fare molta strada senza bisogno di alzare al voce comportandosi da VIP. 

    2. maddalena ditaranto

      condivido quanto scritto da Samarcanda, il coraggio implica una scelta se la scelta è obbligata è più spirito d’adattamento che altro. 

      Ho letto con attenzione  il post di Cristoforo Magistro e di Gianni, e sinceramente non condivido questa visione cosi poco "laica"del sud e di Montesaglioso, e anche questa dicotomia tra ricco e povero tra spacconeria e umiltà… mi sembra forzata, anche gli esempi riportati sono cosi intrinsechi di quel buonismo alla De Amicis da risultare un pò ipocriti; "la poveretta" oggi è benvoluta il povero ragazzo oggi è uno stimato ingegnere ma è rimasto umile … secondo me è un modo di pensare non "laico", perchè il fatto che queste persone vi "stupiscano" implica che voi avevate altre aspettative. 

      Non ho mai vissuto il paese a pieno, ma non mi sono mai accorta di tutto questo classismo che decrivete, è vero ci sarà sempre qualcuno che ti chiederà "a chi sei figlio" ma io l’ho sempre visto come un modo per cercare un contatto… ("si sono andata a scuola  con tuo padre" "ero amica di tua madre" "gioco con tuo fratello" "ho fatto la guerra con tuo nonno") non come un modo per etichettarti.

      Non so inserire i video ma vi consiglio di cercare su youtube "fiero di essere siciliano" di Ficarra e Picone, può essere una risposta alla domanda di Drago 🙂

      1. Vincenza Abbatiello

        Sono completamente d’accordo con Maddalena. 

        Io sono una delle poche che è emigrata verso sud e non verso il nord e ne sono fiera. Sono fiera di aver scelto o, forse è meglio dire, di essermi "aggiudicata" Montescaglioso. 

        Neanche io ho mai  trovato o notato atteggiamenti classisti o di emarginazione; tutt’altro.

        L’ho sempre detto e lo ripeto: sono sempre stata accolta benissimo ed ho sempre notato comportamenti accoglienti e "benevoli" nei confronti di tutti.

        L’unica volta in cui mi han chiesto "a chi sei figlia" è stato quando partecipai alle amministrative del 2007, ma credo per ovvie ragioni.

        Per quanto riguarda il coraggio di chi parte o di chi resta. Credo che bisogna innazitutto rendersi conto, capire il proprio obiettivo, la propria meta nella vita. 

        Dopo aver capito ciò si può fare una scelta, che non necessariamente deve implicare coraggio, ma può implicare anche voglia di conoscere il nuovo (come dice Cristoforo), voglia di fare esperienze per ritornare al paese natìo per mettere in pratica ciò che si è imparato. Insomma tutto dipende dal motivo per il quale si va via o si resta. 

        Poi per quanto riguarda il ragazzo amministratore delegato di una società torinese; sono davvero felice per lui, a lui tutta la mia stima, uno così a monte cosa avrebbe fatto? Ti rispondo io. Avrebbe di certo potuto dare un ottimo contributo alla società di Montescaglioso. il fatto che non l’abbia detto, che non se ne sia fatto un vanto, va benissimo, condivido, ha fatto bene. Ma con questo cosa vuoi dire? Che se l’avesse detto ai montesi questi cosa gli avrebbero potuto fare se non augurargli buon lavoro e congratularsi con lui?

         

         

  3. drago

    caro prof Magistro, l’articolo di pietro Calabrese è apparso su "Sette" della scorsa settimana, si tratta dell’inserto del Corriere della Sera. Non l’ho riportato perchè Sette non è on-line.

    E’un articolo che abbraccia tanti argomenti e offre tanti spunti di riflessione.  Mi ha colpito soprattutto l’impostazione di Calabrese che mette l’accento su uno dei tanti aspetti dell’emigrazione, ovvero il coraggio. Non è tanto usuale parlare di questo sentimento, ma penso sia importante farlo, perchè troppo spesso lo si sottovaluta. Infatti avere coraggio non è da tutti, e bisogna dire che molte volte non si riconosce abbastanza il merito a chi fa delle scelte non facili.

    Molti giovani, spesso sottovalutati dagli adulti, danno delle lezioni non indifferenti, scelgono di partire, di lasciare molte cose e di affrontare nuove avventure che all’inizio si  rivelano molto difficili.

    Fanno tanta gavetta, come l’ha fatta Calabrese per poi emergere. C’è poi un altra categoria che preferisce scelte più comode e magari parla male di chi si è allontanato senza considerare adeguatamente il coraggio di muoversi e andare via.

    Sono argomenti che sono spesso banalizzati, ma non dovrebbe essere così.

    Poi Calabrese offre un altro spunto interessante, arrivato ormai ad una maturazione personale comincia a riconsiderare le scelte di chi è rimasto, e comincia ad apprezzare non tutti, ma solo una categoria, ovvero quella di chi si  ribella alle cose negative del luogo. Anche questa non è una banalità, perchè spesso chi si ribella nei propri luoghi d’origine è visto come un pazzo o un invidioso(Colpevole di non avercela fatta). Mi sbaglio?

    Io penso che bisognerebbe stabilire un contatto maggiore tra i ribelli del luogo e chi è partito. Perchè spesso chi è partito riesce  ad apprezzare molto bene le cose negative del luogo d’origine, ma spesso non vuole intervenire o perchè si ritiene superiore o perchè è rassegnato o perchè sottovaluta alcuni aspetti.

    Se ci fosse questo contatto maggiore le generazioni future sarebbero messe di fronte a scelte meno coraggiose, perchè restare o partire diventerebbe una scelta più facile da fare. Oggi, professore, rimane spesso una non scelta e questo èun grave peccato.

    Voi siete un esempio di uno che è partito, però dalle discussioni fatte in precedenza, a mio avviso, non si rende conto pienamente della palude che ha lasciato, pensa spesso che sia uno stagno con qualche problema,ma tutto sommato buono. Invece Calabrese si accorge nella maturità delle condizioni reali della sua terra d’origine . Voi caro  prof, appartenete, secondo me, alla categoria di chi sottovaluta alcune cose

    Allora se l’articolo di Calabrese può servire a far riflettere sul coraggio,penso sia importante.

    Secondo me, l’articolo é un monito a chi rimane per prendere esempio dal coraggio di chi ribella. Ed è un monito a chi è partito perchè quel coraggio di cui è capace, lo possa usare per sostenere chi si impegna e si oppone per eliminare le cose negative. 

    un saluto, mario

    1. Wiseman

      sono piacevolmente colpito dai post del Prof. e di Maddalena, perchè penso che ci sia Coraggio e coraggio. Sicuramente il Coraggio di cui parla benissimo il nostro Cristoforo è da riferirsi a quello che ebbero i nostri nonni e genitori, i quali lasciarono mogli e figli, e,  con la forza della disperazione si avventurarono verso altri lidi in cerca di fortuna.

      Ben diversa è oggi la situazione, come dice Maddalena, perchè oggi si tratta di scelte più razionali, in cui tutto è più ponderato, vuoi per scelta di vita, vuoi per confrontarsi con altre realtà.Naturalmente non bisogna trascurare anche il fatto che si decide di emigrare per non sottostare all’andazzo generale (nota dolens)e, semmai la triste novità sta proprio nel fatto che i tanti giovani che cercano o si avvicinano ai partiti, purtroppo il più delle volte o vengono stritolati o si adeguano al lubrificatissimo sistema che regna.

       Devo unirmi alla richiesta del prof., Drago non hai ancora espresso il "tuo" pensiero.

  4. Cristoforo Magistro

    Torno a dire che ai giorni nostri il partire o il restare nel proprio luogo d’origine c’entra poco con il coraggio se per coraggio intendiamo una scelta consapevole fra opzioni con diverso grado di rischio.
    Altro è il discorso per l’emigrazione storica.
    I nostri nonni che partivano per l’America avevano sicuramente più coraggio di quanti restavano a casa, mettevano in conto tutto, ma alla fine sceglievano di partire perché altrove avrebbero potuto guadagnare dieci-venti volte più che a casa. Fra il vedersi morire lentamente per inedia e il rischio del non ritorno sceglievano quest’ultimo. Altra differenza con quanto avviene oggi era nel fatto che loro ipotizzavano, quasi sempre, di farsi un po’ d’America e poi tornare.

    Bisognerebbe anche considerare che in una società moderna la mobilità interna e l’attrazione verso i grandi centri urbani sono fisiologiche. Negli USA pare che cambiano luogo di residenza e lavoro molto molto più che da noi. Non è neppure questione di nord o sud. Con il passaggio dalla società contadina a quella industriale, ad esempio, si sono svuotati anche molti centri della campagna piemontese. Alcuni si sono poi rivitalizzati con l’avvio di attività turistiche o altro, altri no.
    Io ho un’infinita considerazione per chi è emigrato o emigra per lavoro, il pianto greco su chi oggi va via per vedere se nel resto del mondo si vive meglio che a casa mi lascia indifferente. Per intenderci, condivido a pieno la battuta di un film con Troisi che, quando gli chiedevano se era emigrato, rispondeva, seccato, di essere un turista.
    I giovani che vanno via dal sud non sono purtroppo turisti, ma certamente non sono neppure più quelli con la valigia di cartone. Nello stesso tempo al sud è arrivato, e vi si è fermato, un certo numero di stranieri. Ci sarà pure una ragione.
    Ho già avuto occasione di dire che non so con precisione in quali nuovi termini si pone oggi per la Basilicata, la questione meridionale e che non mi piace parlare di cose che non conosco.

    Mario D dice che io sono partito senza rendermi conto di lasciare una palude e che adesso penso che sia uno stagno tutto sommato buono e salubre.
    Vedi, caro Mario, quando io sono partito – nel 1972 – un qualche movimento già c’era nella palude e una certa agitazione ha continuato a esserci. Ciò che è successo negli ultimi decenni non lo capisco. Lo stesso Mario mi accosta, bontà sua, a Pietro Calabrese che invece avrebbe capito quali sono le condizioni reali della sua terra d’origine, la Sicilia. Non sapevo chi fosse questo Calabrese, vado a vedere e scopro che è l’ex direttore di Panorama. Alla faccia!
    E allora dico a Mario: se Calabrese ha capito quali sono i mali della sua terra perché tiene bordone al partito del divieto di intercettazioni telefoniche e del condannato per mafia Dell’Utri?
    Per il resto, caro Mario, sono d’accordo su una certa collaborazione fra chi è partito e “i ribelli” rimasti, ma permetterai che abbia idee diverse sul modo di valutare le cose e che mi sembrino ridicole le pose da carbonaro in esilio che prepara l’insurrezione da lontano.
    A me piace parlare – senza mai dimenticare che potrei sbagliarmi – di cose concrete, in modo preciso, dettagliato, documentato e su quelle dire: vedete che succede? Vi interessa cambiarle?
    Alla fine la bontà e il valore di ciò che si dice si valuta con la credibilità che si acquista.
    Ribellarsi e aspettarsi la benevolenza del “nemico” è pretendere un po’ troppo.

    A Maddalena Ditaranto direi che l’attenzione con cui dice di aver letto il mio precedente intervento non le è bastata a commentarlo per ciò che diceva realmente –“ gli esempi riportati sono cosi intrinsechi di quel buonismo alla De Amicis da risultare un pò ipocriti; “la poveretta” oggi è benvoluta il povero ragazzo oggi è uno stimato ingegnere”- e di non giocare con le parole.
    Da dove ricava la convinzione che le persone citate come esempio mi abbiano stupito? Chi ha detto che la ragazza di famiglia povera è una “poveretta”?
    Ricambio i saluti a Mario e -da perfetto ipocrita- li faccio, pur non conoscendola a Maddalena D.

    1. falco

      Una volta era così, oggi non più. Una volta era così, perchè bisognava trovare il coraggio di abbandonare i propri genitori, ostinati sino all’inverosimile, che vedevano nei propri figli il braccio necessario per il podère o l’officina.
      Complimenti a Cristoforo per l’ottimo spunto di ricordi che mi ha offerto.

      Contenuto non disponibile
      Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"

    2. maddalena ditaranto

      Riformulo…sarò più fortunata 🙂 .

      Ho contestato l’incoerenza (che maldrestamente ho chiamato ipocrisia, e mi scuso) tra il postulare la mancanza di laicità (assenza di pregiudizi) al sud e i due esempi proposti. Mi spiego :ho avuto l’impressione che il successo conseguito da queste due Persone fosse attribuito più all’assenza del paese (che giudica ed inibisce) che alla bravura e alla professionalità dell’impiegata e dell’ingegnere.

      Questa mia  impressione è rafforzata dal "a monte sarebbe rimasta la figlia di" e dal finale del post "che ne sarebbe stato di lui a Monte?" che ho ritenuto fosse una domada retorica  e la risposta aspettata "sarebbe rimasto nell’ombra, non sarebbe riuscito ad emergere".

      Sono fermamente convinta che se una persona vale i riconoscimenti gli arriveranno ovunque, a Torino a Monte a New York, la mia forse è una illusione, ma per ora voglio tenermela stretta. Quella che ho, stupidamente, chiamato ipocrisia è la sua convinzione (sarebbe rimasta la figlia di…. che ne sarebbe stato di lui) che i protagonisti degli esempi a Monte non avrebbero conseguito il loro obiettivi poichè poveri e dunque sottoposti al pregiudizio dei compaesani. Mi piace pensare che, come ha detto Vincenza, ci sarebbero riusciti lo stesso.

      Aprezzo l’analisi fatta sulle diverse forme di emigrazione, è vero prima si partiva con l’ottica di fare soldi e tornare, come fanno gli immigrati che vengono da noi; oggi è soprattutto l’emigrazione dei cervelli a pesare si va fuori a studiare e non si torna più. 

      ricambio i saluti Prof.Magistro, sono lieta di averla conosciuta.

       

       

       

       

       

      «Io il mio discorso l’ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me.» Giacomo Matteotti

      1. Cinzia

        Maddalena, Maddalena,
        ti conosco per quell’ottimismo e quel sorriso che porti sempre stampato sul viso e sai trasmettere agli altri.
        Sei una ragazza solare, allegra, a cui non posso fare a meno di pensare con simpatia.

        Ma non sono affatto d’accordo con quello che dici.
        Posso capire che a parlare del Mulino Bianco sia Vincenza (alla fine lei non è di monte ed è per questo giustificata, anche se la Campania non mi pare messa tanto meglio di noi), ma come si fa a non vedere?

        Restare, per la stragrande maggioranza, vuol dire scendere ad un compromesso. Vedere, sentire e sapere che chi sei, cosa fai e ciò che hai non è direttamente proporzionale alle tue capacità. Quello che vali rimane sempre una potenzialità che difficilmente verrà messa in atto a meno che non si creino delle opportunità legate, in maniera imprescindibile, ed in ordine del tutto casuale (tanto i fattori hanno lo stesso peso… ad eccezione di uno, il merito, che vale zero), alla famiglia di origine, alle conoscenze, ai giri che si frequentano, alle tessere di partito, ai favori che si devono fare o restituire, alle circostanze più o meno fortuite che creano le condizioni per il proliferare delle metastasi dell’assistenzialismo.

        E questo, in termini spiccioli, significa che se sei un dipendente pubblico, nel migliore dei casi sei stato messo a quella scrivania magari a seguito del terremoto dell’80. O per non aver partecipato ad un concorso che non è stato bandito. O per avervi partecipato e magari aver vinto per grazia ricevuta non dal santo patrono, ma dalla congiuntura di fattori prima illustrata. Insomma, per tutto fuorchè per le tue dimostrate competenze e capacità.

        Se trovi lavoro nel settore privato, certamente ciò che ha determinato la tua assunzione non è il tuo curriculum, che – inutile dirlo – ha meno peso della tua tessera sindacale, del tuo cognome, dell’orientamento (o disorientamento) politico che manifesti all’occorrenza, dell’amicizia che lega intere generazioni della tua famiglia alla famiglia del direttore di fabbrica di turno, potente signorotto con diritto di vita, di morte e di contratto… E, nel rarissimo caso in cui il curriculum abbia contato qualcosa, puoi stare tranquillo che non farai mai carriera, a meno che – nel frattempo – non ti sia reso conto di come gira la giostra ed abbia adottato degli “accorgimenti” opportuni per ingraziarti i favori del signorotto…

        Se invece decidi di intraprendere la professione autonoma (commerciante, libero professionista, etc.) quanto ti costeranno tutti quei “Buongiorno” a denti stretti, il veleno che dovrai ingoiare, la cortesia che dovrai dimostrare a tutti i costi, i piaceri che dovrei fare senza pretendere che ti vengano resi, per portare a casa la pagnotta?

        Queste storielle, che possono sembrare stonare nell’isola felice del Sud, te le racconta una che il Sud lo vive ogni giorno e che ti può garantire che non sono colate di fango sulla bambagia in cui viviamo.

        Ci sono anche eccezioni, certamente, ma sono talmente rare da confermare la regola.

        Io ho scelto di restare – e me ne assumo la responsabilità – per una serie di circostanze dipendenti e non dalla mia volontà, che mi hanno condizionato nella scelta.

        Sono tra le poche persone che non hanno ceduto al “compromesso” , che non hanno dovuto farsi tessere sindacali, che può vestirsi di bianco, di rosso, di nero, di verde a seconda dell’ umore e delle scarpe da abbinare, non del partito da “ringraziare” , che non ha barattato la sua dignità per un livello di inquadramento più alto.

        Ma so benissimo che non vivo nel mondo delle favole e che se fossi andata via, forse oggi sarei qualcosa di più di quello che sono qui, sempre restando figlia di mio padre e non figlia di papà.

        1. SpigaVacand

          …di Kinder colazione più, puoi partire alla grande anche tu ! http://www.youtube.com/watch?v=0G-TPdHuml4

          L’Ottima Cinzia ha nominato il Mulino Bianco e per Par Condicio mi son sentito obbligato a rispondere con Kinder & Ferrero…con cui "puoi partire alla grande anche tu" 🙂

          Scherzi a parte, giorni fa lessi anch’io l’articolo del buon Calabrese sul "Sette" e mi ero ripromesso di scrivere quattro righe appena possibile.

          Avrei voluto scrivere per filo e per segno l’intervento di Cinzia che sottoscrivo al 100%, dalla prima all’ultima parola;

          " I Coraggiosi" dei giorni nostri, non vanno classificati in base alla residenza a Monte o alla fuga al nord, " I Coraggiosi" son coloro che hanno avuto il coraggio di difendere la propia dignità, sono coloro che hanno difeso il loro libero pensiero, sono coloro che fieramente continuano ad avere la LINGUA PULITA, sono coloro che NON HANNO DA DIRE GRAZIE A NESSUNO, sono tutti coloro che si sono prefissi degli obiettivi e cercano di raggiungerli solo ed esclusivamente con le propie forze, indipendentemente che ciò avvenga a Monte o fuori Monte.

          P.S.: Un mio caro amico laureato con 110 e lode in economia e commercio alla Bocconi, qualche anno fa, tentò di ritornare a Monte…dopo sei mesi di colloqui, curriculum e tentativi vani, decise di ritornare a Milano; Passano due settimane e viene assunto nell’ufficio amministrazione del "Corriere della Sera"….Sono scemi quelli del Corriere o è scemo lui che ha pensato e sperato di ritornare in Lucania?

          …o forse semplicemente non aveva mangiato un kinder colazione più ! 🙂

        2. maddalena ditaranto

          cara cinzia,

          ovviamente hai ragione … la tua analisi sulle varie forme di occupazione dipendente p.a.\privato e libero professionista è tanto spietata quanto vera.

          Sono perfettamente consapevole di non vivere nel "migliore dei mondi possibili", mi accorgo anche io delle brutture della società in cui viviamo. Sono convinta che "la ricerca della felicità" sia un obiettivo conseguibile  più facilmente lontano dal paesello, e dal bel Paese, ma ritengo che non sia impossibile costruirsi un futuro dignitoso e una vita graificate a Monte, tu e la tua biografia (lavorativa e personale) ne siete una splendida  dimostrazione. 🙂

          Tu scrivi "quanto ti costeranno quei buongiorno a detti stretti…"  e io non posso fare a meno di pensare che fino a 60 anni fa in questo paese quando passava il signorotto "ci si toglieva il cappello" (e non in senso metaforico), si era costretti ad elemosinare, non il pezzo di pane ma la possibilità di guadagnarselo, per i nostri Bisnonni mandare i figli  a scuola era una cosa impensabile  (non era neanche una possibilità presa in considerazione). Oggi  grazie alle lotte per l’occupazione delle terre che ha visto il nostro paese protagonista, (e grazie a movimenti più ampi su scala nazionale e internazionale)  viviamo in una società ancora terribilmente imperfetta ma migliore (Quando si stava peggio si stava peggio e basta 🙂 ). 

          La considerazione, ovvia, è che non dobbiamo accontentarci di quello che ci hanno lasciato i nostri nonni e i nostri padri, ma dare il nostro contributo per  costriure un mondo, e una Monte 🙂 ,  migliore per noi e i nostri figli.

          Condivido a pieno la definizione di "coraggiosi"  che ha dato Spiga, solo una cosa vorrei aggiungere Spiga scrive (vado a memoria) "raggiungere gli obiettivi solo ed esclusivamente con le proprie forze", mi piace pensare (e la storia è dalla mia parte) che le cose migliorano solo quando le forze si uniscono.

          Ormai ci hanno insegnato (e noi stupidamente abbiamo accettato il postulato) 
          che non è possibile costituire una società perfetta ,Edgar Morin però ci riconda che "La rinuncia al migliore dei mondi non è la rinuncia ad un mondo migliore", iniziamo a lavorarci.

          Cinzia una ultima cosa…  Vincenza non è di Monte ??????????????????????

          ormai è più montese di me!

          …e poi ma li leggi i sondaggi? 🙂 🙂 😉 

           

           

           

          «Io il mio discorso l’ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me.» Giacomo Matteotti

  5. samarcanda

    Cara Maddalena e tutta la community che sta discutendo sull’argomento coraggio vi invito a leggere l’articolo  riportato di Angelo Calianno

    In questi giorni io ho fatto tante riflessioni (grazie per lo spunto alla community) e mi sono soffermata su questa storia… dove il coraggio fa parte di sè, della propria persona, della curiosità di conoscere l’altro, chi ci sta accanto.

    ·         IL CORAGGIO DI PARTIRE   (di Angelo Calianno)

    Nell’agosto 1992, a nord del monte Mckinley, in Alaska, un cacciatore di alci trovò in un vecchio autobus abbandonato, il corpo di un ragazzo, ormai in decomposizione.
    Accanto al corpo senza vita, qualche libro e un diario. Un diario firmato con uno pseudonimo che il ragazzo aveva usato fino a quel momento, Alexander Supertramp, ma il vero nome del ragazzo come si sarebbe scoperto poco dopo era Chris McCandless.

    Ma chi era Chris McCandless e cosa ci faceva una ragazzo così giovane, solo e sperduto nelle foreste dell’Alaska?

    Nel 1990 dopo aver conseguito con il massimo dei voti una laurea, Chris, un ragazzo di 22 anni e di buona famiglia, prese tutti i suoi risparmi (25 000 dollari) e li diede in beneficenza, bruciò la sua auto e sparì dalla circolazione, per sempre, uniche tracce, i suoi appunti sul diario e la gente che incontrò sul suo cammino. 

    Con poche righe spiegò ad amici e famiglia che non ne poteva più della sua vita normale e voleva abbracciare la natura.

    John Krakauer, uno scrittore americano ma prima di tutto un avventuriero ed un alpinista, affascinato dalla storia di Chris, decise tramite gli appunti nel diario e gli indirizzi annotati, di intervistare chiunque avesse incontrato Chris, chi gli aveva dato un passaggio, le persone per cui aveva lavorato in piccoli fast food o in fattorie sperdute dell’American del nord, chi l’aveva ospitato o semplicemente, fatto una chiacchierata e preso il suo indirizzo, raccolse tutto questo in uno splendido libro, ormai quasi introvabile “Into the Wild” (Nelle Terre Estreme, nella versione italiana).

    Quello che ne emerse fu incredibile, tutti, nessuno escluso ricordavano quel ragazzo con grande affetto, Chris aveva come unica filosofia, quella di lasciare il posto in cui si trovava, appena ci si fosse trovato bene, la sua sfida era….mettersi alla prova ogni giorno, e come ultima destinazione, arrivare nella fredda Alaska, lì dove finalmente avrebbe potuto abbracciare la natura che da tanto cercava.

    Chris si muoveva per l’ovest americano lavorando ovunque gli capitasse, fino a mettere da parte i soldi necessari per la partenza successiva, da tutti veniva ricordato come un ragazzo taciturno e lavoratore, e sempre con il sorriso sulle labbra.

    Il corpo di Chris venne ritrovato nell’estate del 1992, nel vecchio pullman abbandonato c’erano graffiti e passi sottolineati di alcuni libri come quelli di Tolstoj, Kerouac, Jack London ecc.   Il motivo della morte di Chris tutt’ora non è stato chiarito, lo stato di decomposizione non permise una autopsia accurata, Chirs potrebbe essere morto di stenti, freddo oppure avvelenato da alcune radici di cui si era cibato.

    Lo scherzo del destino fu che la salvezza per Chris era soltanto a pochi kilometri dall’autobus abbandonato, infatti a un’ora di cammino avrebbe trovato sia la strada, che un capannone per i rifugi usato dai Rangers, ma lo spirito di Chris gli aveva sempre imposto di viaggiare senza una mappa, quindi, lui ignorava tutte queste cose.

    Tra le tante persone con cui parlò, ci fu qualcuno che si affezionò al ragazzo più degli altri, un anziano signore che incontrò Chris mentre faceva autostop, insieme viaggiarono da Salton City fino a Grand Juction in California.

    L’uomo si chiamava Ronald A. Franz, (uno pseudonimo su richiesta dell’uomo) una persona sola, in pensione e molto insoddisfatta della propria vita, Ron non voleva più separarsi dal suo nuovo giovane amico, ma sapeva di non poterlo fermare.

    Ecco alcuni stralci delle lettere che Chris scrisse a Ron:

    “Ron, apprezzo sinceramente l’aiuto che mi hai dato e i momenti che abbiamo trascorso insieme. Spero che la nostra separazione non ti abbia depresso troppo. Potrebbe passare molto tempo prima di rivederci ma, ammesso che io superi l’affare Alaska tutto d’un pezzo, riceverai di sicuro mie notizie. Vorrei ripeterti solo il consiglio che già ti diedi in passato, ovvero che secondo me dovresti apportare un radicale cambiamento al tuo stile di vita, cominciando con coraggio a fare cose che mai avresti pensato di fare o che mai hai osato.

    C’è tanta gente infelice che tuttavia non prende l’iniziativa di cambiare la propria situazione perché è condizionata dalla sicurezza, dal conformismo , dal tradizionalismo, tutte cose che sembrano assicurare la pace dello spirito, ma in realtà, non esiste niente di più devastante che un futuro certo.

    Il vero nucleo dello spirito vitale di una persona è la passione per l’avventura.
    La gioia di vivere deriva dall’incontro con nuove esperienze e quindi non esiste gioia più grande dell’avere un orizzonte in continuo cambiamento, del trovarsi ogni giorno sotto un sole nuovo e diverso
    . Spero davvero, Ron, che non appena ti sarà possibile, lascerai Salton City, attaccherai una roulotte al camion e comincerai a goderti il grande lavoro che il Signore ha compiuto nell’ovest americano,
    vedrai cose, conoscerai gente, e ti insegneranno molto.

    Dovrai farlo in regime d’economia, niente motel, preparati da mangiare da solo e, come regola generale, spendi il meno possibile, perché così ti ritroverai ad apprezzare immensamente ogni cosa.
    Spero che la prossima volta che ti vedrò sarai un uomo con una sfilza di nuove esperienze e avventure alle spalle.
    Non esitare o indugiare in scuse.
    Prendi e vai, Sarai felice di averlo fatto.
    Riguardati. 
    Alex.

    L’ottantenne Ron, venne così colpito dalle parole del giovane vagabondo che vendette la sua casa e i mobili per comprarsi un Caravan, ci mise dentro un letto, un’attrezzatura da campeggio e cominciò a viaggiare lungo l’ovest Americano, Ron arrivò fino alla Bajada, stesso posto dove si era accampato mesi prima Chris, si fermò lì, in attesa del ritorno del suo amico, che purtroppo non avvenne mai.Molti furono i giovani impressionati dalle gesta di Chris, qualcuno lo paragonò ad un moderno profeta, altri usarono parole taglienti accusandolo di dare cattivo esempio per i giovani che cercano di farsi strada nella società. Per me invece, come per tanti altri, Chris fu la prima spinta a viaggiare, per me come per tanti altri, Chris rappresenta il coraggio di mettersi uno zaino sulle spalle per affrontare realtà che non avrebbe mai immaginato, questa di Chris, è solo una delle tantissime storie, che si può incontrare viaggiando.

    Angelo Calianno

    Una frase sottolineata da Chris nel libro "La felicità familiare" di Lev Tolstoj :

    “Volevo il movimento, non un esistenza quieta, volevo l’emozione, il pericolo, la possibilità di sacrificare qualcosa al mio amore.
    Avvertivo dentro di me una sovrabbondanza di energia, che non trovava sfogo, in una vita tranquilla”

    Fonti:
    Informazioni tratte dal libro “Into the Wild” di John Krakauer, dagli archivi americani del FBI in Alaska, dall’articolo su "Spectator" di Laura Justin.

    1. Wiseman

       fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno 20/07/10

       

      Addio Sud! Nel 2009
      emigrati 71.000
      giovani apulo-lucani
       

      ROMA – Tra il 1990 e il 2009, circa 2 milioni e 385mila persone hanno abbandonato il Mezzogiorno. La vera "America", per i meridionali, resta il Centro-Nord, dove si dirigono 9 emigranti su 10. Ma nel 2009 a trasferirsi dal Sud al Nord sono stati in 114mila, 8mila in meno rispetto al 2008. In crescita invece i trasferimenti in direzione opposta, da Nord a Sud, arrivati nel 2009 a 55mila unità (erano 50mila l’anno precedente). 

      Questa la fotografia che emerge dal ‘Rapporto Svimez sull’economia del Mezzogiorno 2010’, presentato oggi a Roma. E la crisi ha colpito duro i pendolari, generalmente giovani, laureati e precari. Nel 2009, sono stati 147mila, in calo del 14,8% rispetto al 2008, pari a 26mila unità. Oltre 60mila sono campani, 36.500 i pugliesi, 35mila i siciliani. A seguire, abruzzesi (19mila), calabresi (16.800), lucani (14mila) e molisani (8.300). 

      E’ un’emigrazione diversa dagli anni ’60: il trolley e il pc al posto della valigia di cartone, molti con la laurea in tasca, e moltissime donne. 

      Solo 1 su dieci dal Sud preferisce trasferirsi all’estero: in valori assoluti, dal 1996 al 2007, parliamo di 242mila persone, di cui oltre 13mila laureati. In testa alle preferenze la Germania, che attrae oltre un terzo degli emigranti verso l’estero, per il 20% laureati; seguono Svizzera e Regno Unito. 

      Riguardo alla provenienza, in testa per partenze la Campania (38mila nel 2007), seguita da Sicilia (26.200) e Puglia (21.300). La regione più attrattiva per il Mezzogiorno resta la Lombardia, che ha attratto nel 2007 quasi un migrante su quattro, pari a quasi 29mila persone, seguita dall’Emilia Romagna, con 22mila unità in più. In Abruzzo e Molise la prima regione di destinazione resta il Lazio, mentre per la Campania è l’Emilia Romagna. 

      I migranti sono soprattutto uomini, anche se il Lazio è una regione che attrae più donne. Riguardo al titolo di studio, i laureati sono il 17,5%, e la regione che ne attrae di più è il Lazio (25%). L’emigrante tipo ha 31 anni in media: i più giovani, under 30, si dirigono in Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia, mentre l’età media di chi si trasferisce nel Lazio è di 33,8 anni. 

      I posti di lavoro disponibili nel Mezzogiorno, osserva la Svimez, sono in numero assai inferiore a quello degli occupati; il sistema produttivo arretrato non è in grado di richiedere e assorbire il personale ad alta qualificazione che sfornano le università e non solo. Inoltre, al Sud il lavoro sembra essere meno tutelato: su 186 posti di lavoro persi al Nord, gli interventi di cig hanno interessato 438mila persone, mentre al Sud su oltre 200mila occupati in meno le misure utilizzate sono state di appena 96mila unità. 

      In altri termini, al Nord per ogni persona che perde il lavoro, 2 sono protette; al Sud è l’opposto, solo un lavoratore su 3 ottiene la cig. Con effetti sociali, avverte la Svimez, devastanti: molti lavoratori precari, perso il lavoro, al Sud, non sono stati minimamente tutelati. 

      Quanto ai pendolari, sono giovani e con un livello di studio medio-alto: il 75% ha meno di 45 anni e quasi il 50% svolge professioni di livello elevato. Oltre il 26% è laureato e quasi il 43% lavora da meno di tre anni. Non lasciano la residenza generalmente perchè non lo giustificherebbe nè il costo della vita nelle aree urbane nè un contratto di lavoro a tempo. Sono soprattutto maschi (76%), single (50%), dipendenti (90%) full time in una fase transitoria della loro vita, come l’ingresso o l’assestamento nel mercato del lavoro. 

      A livello regionale, l’identikit del pendolare cambia leggermente: l’84% dei pendolari in Trentino Alto Adige opera nei servizi, mentre chi vuole lavorare nell’industria si dirige in Emilia Romagna, Umbria o va all’estero (22%). Il Lazio assorbe molti laureati, mentre Veneto, Friuli e Marche molti pendolari privi di titolo di studio o con licenza elementare. La maggior parte dei pendolari in Valle d’Aosta è donna e svolge lavoro dipendente, mentre chi va all’estero è soprattutto uomo (89%). I lavoratori autonomi preferiscono Lazio e Marche. I pendolari part time si concentrano in Umbria (13,8%)

       

Rispondi a

Info sull'Autore

Post Correlati

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi