Fin dal secolo XI l'abbazia di Montescaglioso aggrega nella valle del Bradano e nei centri limitrofi un vasto patrimonio costituito da chiese, feudi e masserie fortificate, donate dai grandi feudatari normanni della zona. Parte degli edifici sono ancora esistenti, spesso ridotti in rudere o abbandonati. Con la soppressione del monastero (inizio secolo XIX), le proprietà dei Benedettini furono acquisite dai privati o incamerate dal Comune di Montescaglioso e dalle amministrazioni dei paesi vicini. A Montescaglioso ancora oggi appartegono al demanio comunale i boschi di S. Vito, le terre di Campagnolo e la grancia di S. Maria del Vetrano provenienti dall'antico patrimonio abbaziale.

Foto b/n. S. Maria del Vetrano: bassorilievo (inizio sec. XIII) dei cosiddetti " Fratelli Macabeo ", trafugato nel 1984.
S. Lorenzo a Murro. La grancia fortificata e la chiesa di S. Lorenzo a Murro costituiscono l’insediamento benedettino più antico presente nel territorio di Montescaglioso. La prima attestazione risale all’anno 893 quale proprietà dell’abbazia benedettina di S. Vincenzo al Volturno, presso Isernia, una delle più importanti comunità monastiche del Meridione longobardo. Nel 1099 la chiesa e il feudo si ritrovano in possesso dell’abbazia di Montescaglioso e probabilmente nel passaggio da un monastero all’altro esistono gli elementi capaci di gettare luce sulle origini dell’abbazia di Montescaglioso. S. Lorenzo era al centro di un vasto feudo, circa 2000 ettari coltivato prevalentemente ad oliveto e vigneto ed ha sempre ospitato un grande frantoio più volte ricostruito ed ampliato, oggi ancora esistente. Il complesso, a due piani, occupa un terrazzamento recintato da muri e fortificazioni in gran parte crollati. In un’area del recinto si apre una grotta con una sorgente d’acqua. Murro, era nota per la dolcezza del clima e per i giardini che i monaci vi avevano piantato riuscendo anche a coltivare aranci ed agrumi. Il sito è descritto nel 1702 dall’abate Pacichelli (Il Regno di Napoli in prospettiva, Napoli 1702) che ricorda anche la tradizione popolare secondo cui i grandi massi che circondano la grancia sarebbero stati forgiati dalla spada di Orlando.
La grancia di Vallecupa. Nell’area in cui il fosso di Vallecupa confluisce nel Bradano, sorgono una grancia ed una chiesa dell’Abbazia di Montescaglioso, quasi del tutto ridotte a ruderi. Allo stato attuale delle ricerche non se ne conosce con certezza la dedicazione. Alcuni indizi rilevati nelle fonti fanno ipotizzare una possibile intitolazione a S. Placido. Il complesso era fortificato e recintato da una possente muratura della quale avanzano pochi resti. La cinta chiudeva un cortile dal quale si accedeva all’edificio che al piano terra presentava un elegante portico i cui pilastri ed archi erano realizzati in cotto. La chiesa era poco oltre il cortile ed era formata da un’unica navata mentre a valle della masseria, ancora si conserva una grande cisterna.

Oliveto dei Monaci. Un grande oliveto, lungo la strada Carrera e all’interno del feudo di Murro, ove oggi sono superstiti gli ulivi più imponenti ed antichi di Montescaglioso. Al centro della tenuta, una masseria il cui portale d’ingresso porta la data del 1632. Nonostante l’abbandono, si distinguono ancora chiaramente le stalle ed i depositi del piano terra, la piccola foresteria del piano superiore, la torre pensile a difesa dell’ingresso e, a poca distanza, una grande cisterna. Non si ha notizia e traccia della presenza di un frantoio. La produzione dell’uliveto, era probabilmente lavorata nel vicino trappeto di Murro o direttamente nell’abbazia.
S. Agata. Sempre nel feudo di Murro, su un poggio circondato da vigneti e da un bosco d’alto fusto, la grancia di S. Agata è formata da un palazzetto fortificato con all’interno un piccolo cortile. Al piano terra i depositi, le stalle e la cappella. Al piano superiore le residenze, il colombaio e la cucina abbellita da un camino monumentale. All’esterno un grande piazzale con una cisterna per l’acqua piovana. Sulla facciata, alcune finestre decorate da colonnine tortili, segnalano una fase di prima metà secolo XVI.

S. Lucia. Una piccola chiesa attestata già nel secolo XI eretta lungo la strada Carrera. L'attuale edificio è stato ricostruito dai monaci nella prima metà del sec. XVIII. Nelle immediate adiacenze, i pochi resti dell'insediamento normanno occultati dai riporti di terreno determinati dai lavori agricoli. L'attuale chiesa di S. Lucia vecchia nel paese, non ha niente a che fare con la chiesa benedettina. L'attuale intitolazione ha sostituito sul finire dell'ottocento quella originaria, S. Maria dell' Abbondanza, perchè vi era stata trasferita la statua di S. Lucia dalla chiesa benedettina ormai abbandonata.
Parco dei Monaci. Sul confine con Matera, ma già nel territorio del capoluogo, Parco dei Monaci, costituisce il più imponente impianto di oliveto realizzato dai monaci. Il fondo pervenne alla abbazia nel 1532 per donazione testamentaria del notaio Antonio da Tortona. All’epoca l’oliveto contava circa 1500 piante. L’ampiezza del possesso era pari a 150 tomoli di cui, nell’anno 1650, ben 70 a bosco, macchia e terreni rocciosi. Nella masseria fortificata e difesa da caditoie e cinte, esistevano una cappella, la foresteria, stalle, depositi ed un grande frantoio ancora oggi visibile. L’oliveto ( in buona parte purtroppo oggi tagliato) era circondato da un lungo recinto in tufo ( un perimetro di circa 1,5 chilometri) che impediva il pascolo di mandrie e greggi.

S. Scolastica. La piccola cappella sorge in contrada Isca l’Arena nella ex masseria Galante. La chiesa era all’interno di un vasto comprensorio di terreni, pascoli e seminativi appartenenti all’Abbazia fin dal secolo XIII. Nella’rea erano presenti grandi proprietà l’Università (Il Comune) e del feudatario di Montescaglioso ma anche le giurisdizioni della Regia Dogana di Foggia, poiché i vasti pascoli della zona erano affittati per la transumanza di greggi e mandrie.
Per rafforzare i propri diritti sul territorio i monaci, sul finire del secolo XVII o agli inizi del secolo XVIII, erigono una piccola cappella intitolandola a S. Scolastica. Con la soppressione della comunità monastica le proprietà dell’abbazia presenti ad Isca l’Arena, furono prima acquistati dal marchese Grillo-Cattaneo, e poi dalla famiglia Galante, originaria della Terra d’Otranto, che intorno alla chiesa costruirono la masseria ed il grande palazzo, tuttora esistenti ed in uso, nel quale la famiglia risiedeva.

S. Vito. La chiesa è localizzata su un poggio nella contrada omonima all’interno dell’antico feudo del Vetrano a controlla della valle del Bradano e dell’antica strada diretta a Bernalda. L’area rivela la presenza di un antico centro abitato indigeno e la successiva frequentazione medievale. La chiesa, eretta sul finire del secolo XI, fu donata dai Macabeo, feudatari normanni di Montescaglioso, all’Abbazia della SS. Trinità di Venosa e dopo la soppressione di questa, nel 1292, concessa, nel 1296, dall’Arcivescovo di Acerenza ai monaci di Montescaglioso che ne manterranno il possesso fino agli inizi dell’ottocento. La chiesa è a navata unica e nella parte terminale, conserva un abside intradossata. Nell’interno e sulla facciata i segni della trasformazione in stalla ed in alloggio per i salariati. Sul pavimento si intravedono tracce di sepolture a camera. Nella facciata un concio in tufo conserva incisa la data 1580. A poca distanza dalla chiesa è ancora presenta una “ fitta o titolo “ ovvero un enorme concio di tufo, utilizzato dai monaci per tracciare il confine del feudo.
S. Maria del Vetrano. Il feudo del Vetrano o di Passavante, è stato il possesso più importante dell’abbazia di S. Angelo. La masseria fortificata formata da due piani, al centro di una proprietà di circa 2000 ettari, è organizzata intorno ad un grande cortile. Un primo lato è chiuso da un muro di recinzione. Il secondo è delimitato dalla chiesa, in parte crollata nel 1993. Gli altri due dagli edifici della masseria tra cui una torre quadrangolare eretta a difesa dell’ingresso. Su una muratura del cortile fino al 1983, anno del trafugamento, era conservato un concio lapideo scolpito con figure di angeli, databile al secolo XIII ed attribuito al lapicida Sarolo da Muro (Lucano). L’elemento scultoreo, riutilizzato in un contesto di fine secolo XVI, probabilmente proveniva da un portale monumentale appartenete all’abbazia di Montescaglioso.

Il casale fortificato occupa il sito di un insediamento rurale greco, fu eretto dai Macabeo, feudatari normanni di Montescaglioso, sul finire del secolo XI e concesso in vassallaggio ad un “ miles “ della corte comitale attestato nelle fonti col nome di Passavante. Alla morte di costui, Emma Macabeo, moglie di Rodolfo, concesse il casale all’abbazia di Montescaglioso. Un ampliamento della chiesa è attestata per gli ultimi decenni del secolo XII mentre un radicale restauro è documentato per la seconda metà del secolo XVI. In questa fase i monaci ampliano la chiesa allungandola ed aggiungendovi una cappella laterale sontuosamente affrescata con immagini della Madonna e di Santi. L’ingresso della chiesa, anticamente collocato all’interno del cortile, sarà spostato sulla facciata esterna ed ornato con un sontuoso portale realizzato con carparo probabilmente prelevato dalle fabbriche greche di Metaponto, e scolpito con le insegne dell’abbazia: la bilancia e la spada di S. Michele, il pastorale e la mitra dell’abate.
Testi e foto: Francesco Caputo (CEA Montescaglioso).